IRES SUL NON PROFIT/ La svolta possibile oltre la retromarcia fiscale

- Monica Poletto

Il Terzo settore ha molte anime, che stanno dimostrando di poter lavorare insieme. Perché in Italia siano introdotte norme il più possibile tese al bene delle persone

crisi di governo
Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini (LaPresse)

Giovedì scorso una rappresentanza del non profit italiano che si riunisce nel Forum del Terzo Settore, insieme ad altre importanti organizzazioni del mondo cattolico e laico si è incontrata con il Presidente del Consiglio. L’occasione è stata fornita dalla disposizione che prevede il raddoppio dell’Ires per alcune categorie di questi enti, inserita a sorpresa nella manovra di bilancio.

Contro questa disposizione si sono levate non solo le voci degli enti del terzo settore, più direttamente colpiti dalla misura, ma anche quelle della moltitudine di uomini e donne che sono coinvolti con questo mondo, sia perché vi si impegnano, sia perché ne beneficiano.
La riunione sembra aver sortito l’effetto desiderato: oltre alla promessa di un dietrofront rispetto all’aumento dell’Ires, si sono prospettati tavoli di lavoro e la ripartenza dell’iter della riforma del Terzo settore.

Quest’ultima, soprattutto, è in una fase delicata: senza i decreti attuativi che ancora devono essere emanati gli enti si trovano in difficoltà nella scelta, che per molti di essi ha tempi stretti, circa la nuova veste da adottare nell’ambito della nuova categoria di soggetti denominati Enti del Terzo settore.

È poi importante poter giungere a un’interpretazione univoca – e non penalizzante per gli enti – delle disposizioni fiscali, che allo stato attuale sono di difficile comprensione.

Per non parlare del via libera dell’Europa, relativamente alle misure agevolative, di cui si è ancora in attesa.

Perciò ben venga la ripartenza di questo percorso, soprattutto se condiviso con i soggetti che ne sono direttamente interessati.

Solo questo stretto rapporto tra politica e corpi intermedi, infatti, può permettere l’emanazione di norme il più possibile tese al bene delle persone, che cerchino di tenere conto dei tanti fattori di cui ogni pezzo di realtà è composta. Troppo spesso vediamo buone intenzioni produrre pessimi effetti a causa della parzialità delle misure e della mancanza di conoscenza e comprensione di tutti i fattori in gioco.

Il dato che, però, più mi sta sorprendendo è questa collaborazione autentica, che si è evidenziata nel lavoro della riforma, ma che la precede, tra le tante organizzazioni della società civile che animano il mondo del terzo settore. Si tratta di associazioni che hanno storie e matrici culturali diverse e che si sono trovate a lavorare insieme, animate da una stima sincera che dà testa e gambe al desiderio di costruzione.

Uno degli effetti del cambio d’epoca è senza dubbio la frammentazione della società, che spesso si esprime in tentativi di difesa di pezzi di proprio terreno, percepito sotto assedio da parte degli altri.

Quando mi trovo a lavorare con questi amici, spaccandoci la testa per immaginare soluzioni che tengano conto di tutto e tutti, mi viene spesso in mente quanto papa Francesco aveva detto a Firenze nel 2015: “Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti […] La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo. […] Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”.

Questa compagine di persone che arrivano dal mondo della società civile, in forza della propria esperienza “sul campo” e della passione per le opere che animano il nostro Paese e ne costituiscono una parte del tessuto sociale più autentico, dialogano con il mondo politico per un senso di responsabilità. Responsabilità verso le associazioni, cooperative sociali ed enti diversi che ne costituiscono la base associativa, senza dubbio. Ma più profondamente, verso le persone che incontrano, che curano, che accolgono. E verso un Paese che, come ha ricordato il presidente Mattarella nel suo bellissimo discorso di fine anno, è “ricco di solidarietà” e può vantare una società civile che spesso “è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni”.

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