SPILLO/ Dalla “casta” a M5s, chi paga per gli errori politici dei Galli della Loggia?

L’intervista del “Foglio” a Galli della Loggia è importante perché svela l’incoscienza con cui un certo ceto intellettuale gioca con il destino degli altri

17.02.2019 - Andrea Pomella
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Beppe Grillo e Luigi Di Maio (Lapresse)

dimaio “E’ peggio di un crimine: è un errore politico” è una frase attribuita a Joseph Fouché, che di solito viene citata da chi vuol lasciare intendere che per chi fa il mestiere del politico non c’è niente di più grave di un errore di valutazione. Leggendo l’intervista del Foglio a Ernesto Galli della Loggia, c’è da chiedersi se quanto detto dal più famoso ministro di polizia della storia valga non solo per i politici, ma anche per i politologi.

“Virginia Raggi? Non la voterei più, anzi non voterò più il M5s”, poche parole per liquidare quello che a molti osservatori era sembrato un appoggio diretto ai grillini, che nelle intenzioni del professore avrebbero dovuto trasformarsi in una classe dirigente, ma che invece hanno deluso le speranze riposte: “Abbiamo fatto un’errata apertura di credito, abbiamo pensato che avrebbero frequentato una scuola politica, che avrebbero letto almeno un libro di Angelo Panebianco, invece si sono rivelati il nulla assoluto”.

A quanto pare per il professore i grillini si sono rivelati dei pessimi studenti e hanno meritato una sonora bocciatura. Posto in questi termini potrebbe sembrare quasi un errore mosso da un eccesso di ottimismo, ma immaginare che l’armata Brancaleone grillina con il suo seguito di cospirazionisti e No Vax avesse potuto trasformarsi in poco tempo in una classe dirigente che legge un raffinato intellettuale rasenta l’ingenuità.

A ben vedere, però, quello che viene presentato come errore, altro non è che il frutto di un preciso calcolo politico: il flirt con i grillini viene da lontano e ha le sue radici nella battaglia senza quartiere contro “La casta” che è partita proprio dalle colonne del giornale per cui scrive Galli della Loggia. La delegittimazione a mezzo stampa della classe politica italiana non ha una storia recente, ma affonda le sue radici nel crollo dei partiti della Prima Repubblica, di cui la retorica sulla casta ne rappresenta la coda lunga. Il populismo e l’anti-politica non si sono palesati per la prima volta sulla scena politica con il M5s, ma sono il frutto della vittoria dei partiti personali prima e poi della rivolta contro i partiti tradizionali e le tradizioni politiche che essi veicolavano.

In questa prospettiva il M5s rappresenta una specie di esperimento sociale in grado di fungere sia da valvola di sfogo per il ribellismo diffuso nel Paese sia da forza stabilizzatrice del sistema politico. Da un lato, doveva fungere da contenitore per la variegata congerie che risponde al nome di anti-politica e, dall’altro, doveva mettere pressione alla classe politica costringendola a riformarsi, aprendosi alla società civile e quindi ai poteri che l’egemonizzavano. Un esperimento sociale che ha avuto molti padri, che ora che il M5s sembra aver esaurito la sua forza propulsiva, si allontanano sdegnosi dalla loro creatura.

A rileggere l’editoriale di Galli della Loggia in cui lo storico si avventurava in una distinzione fra eversione e antidemocrazia, si ritrovano tanti degli elementi che hanno caratterizzato il dibattito degli ultimi due anni. Il parallelo che in quella occasione si faceva fra Partito comunista e il M5s rappresenta un capolavoro di finezza: si descrivevano due forze che si autorappresentavano come l’anti-sistema, ma che in realtà avevano la funzione di stabilizzare il sistema politico, impersonando la figura del nemico fittizio, che in realtà compattava i partiti più responsabili intorno a un centro di gravità politico in grado di compattare il Paese.

Un gioco di rappresentazioni in cui gli schieramenti politici, in modo strumentale, mostravano minacciosamente la propria panoplia ideologica, ma che in realtà non è mai sfociato in eversione. I comunisti non mangiavano i bambini e i 5 Stelle non hanno fatto carta straccia della Costituzione, ma se i primi hanno in qualche modo fornito una classe dirigente al Paese, i secondi hanno fallito, perché si sono mostrati incapaci di esserlo, non solo perché non hanno avuto la loro Frattocchie, ma perché non sarebbero mai potuti diventarlo. E a rileggere Galli della Loggia si avverte il sospetto che in realtà non era quella funzione che era stata loro assegnata. Dopo aver funto da contenitore e da anestetizzante per la rabbia della parte del Paese più propensa alla protesta, il M5s doveva convogliare il malcontento verso una forza in grado di esprimere un blocco nazional-nazionalista che potesse traghettare il Paese fuori dai marosi della crisi e dalle incertezze della globalizzazione.

Chi ha votato per i grillini ci perdonerà per questa lettura che indugia nel cospirazionismo, ma vedere, come fa Galli della Loggia, in Salvini il leader che “può creare un contenitore completamente nuovo” vuol dire preconizzare la nascita di un nuovo partito di massa, nazionalista e conservatore che manca in Italia dalla nascita della Repubblica. Ed ecco che grazie ai grillini la politica italiana ha avuto la palingenesi in cui forgiare il partito di cui ha bisogno il Paese: un partito conservatore e popolare che magari, come ha fatto il Partito popolare spagnolo, sia in grado di fare i conti con un ingombrante passato – in Spagna il franchismo e in Italia il fascismo – e dopo “La morte della Patria” e “il tramonto della Nazione” sappia far rinascere un autentico sentimento nazional-nazionalista nel Paese.

Ma in una fase del genere vedere negli ignavi grillini lo strumento della distruzione creatrice della storia è più di un errore, vuol dire giocare con un fuoco più pericoloso di quelli che alimentano la vanità degli intellettuali.

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