RIFORME/ Autonomia differenziata, ecco qual è la posta in gioco

- Lorenza Violini

Il federalismo differenziato è previsto nel contratto di governo. Il Sud teme che avvantaggi solo le regioni del Nord. Il punto della situazione

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Palazzo Chigi (LaPresse)

Che le Regioni italiane si differenzino per storia, cultura, situazione socio-economica ed efficienza nell’organizzazione istituzionale e amministrativa è cosa nota. Vari sono stati i tentativi fatti in passato per ripianare tali diversità, dalla Cassa per il Mezzogiorno alla distribuzione dei Fondi europei: i risultati sono, probabilmente, vicini allo zero e il nostro Paese finisce per essere un Paese spaccato in due, come anche le ultime elezioni politiche non hanno mancato di dimostrare.

Sul piano costituzionale e amministrativo, al contrario, si è sempre proceduto secondo la logica dell’uniformità: tutte le Regioni hanno gli stessi poteri e svolgono le stesse funzioni, dalla grande Lombardia al piccolo Molise (salvo ovviamente le Regioni a statuto speciale, il cui regime differenziato non è però un esempio da imitare);  idem per gli enti locali, con riforme che – fino alla legge Delrio che ha distinto tra Province e Città metropolitane – hanno trattato tali enti in modo indifferenziato.

La domanda di differenziare è pertanto e a ragione cresciuta nel tempo, con tentativi che vanno dai primi anni 2000 ai nostri giorni. Base costituzionale per le richieste di maggiore autonomia l’art. 116, III comma della Costituzione che prevede appunto la possibilità per singole Regioni di richiedere maggiori poteri, nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica, tramite un’intesa che il Governo deve siglare e che poi dev’essere recepita con legge del Parlamento da votarsi a maggioranza assoluta.

Dopo svariati fallimenti, in cui la richiesta di intesa si è arenata nei meandri dei ministeri romani, nell’ottobre del 2017 Lombardia e Veneto hanno fatto un referendum consultivo per conoscere la volontà degli elettori su questa materia e avere da loro una più forte legittimazione per riavviare le trattative con Roma. Dati gli ottimi risultati ottenuti, il processo di predisposizione dell’intesa è stato attivato sotto il Governo Gentiloni, giungendo a tre preintese (pressoché identiche) siglate il 28 febbraio 2018 e relative non più solo alle due regioni referendarie (Lombardia e Veneto) ma anche all’Emilia Romagna, da sempre attenta al tema. Tali preintese che, come si evince dal nome, avevano caratteri quanto mai provvisori, sono poi cadute nel nulla a seguito della fine della legislatura.

Sotto il nuovo Governo, nel cui “contratto” vi è un’ampia parte dedicata a questo tema, le trattative sono riprese. Il nuovo ministro, nel luglio del 2018, si era lanciato a twittare che le nuove intese sarebbero state siglate entro l’anno, cosa che palesemente non si è verificata. Nuova data che è stata avanzata, il 15 febbraio, e vedremo se sarà rispettata.

Tutto ciò posto, che cosa c’è sul tappeto veramente? La domanda esigerebbe una lunga trattazione, in cui includere numerosi elementi relativi alla storia costituzionale e amministrativa delle Regioni italiane, la cui domanda di autonomia è sempre stata pesantemente sottostimata dai diversi governi nazionali con la benedizione, in molti casi, della Corte Costituzionale.

In estrema sintesi, si può dire che – ad oggi – le intese dovrebbero riguardare molte materie di competenza statale, che passerebbero alla singola Regione, in nome di una vera o presunta capacità di amministrare meglio dello Stato centrale. Si tratta, ad esempio, di funzioni inerenti alla scuola e alla formazione professionale (richiesta da tutte e tre le Regioni che hanno condotto la trattativa), la sanità, con la richiesta di singole funzioni oggi gestite dallo Stato (ad esempio la gestione relativa alle scuole di specializzazione medica), il controllo sugli enti locali, ecc. Elenchi più o meno lunghi (lunghissimi quelli lombardo e veneto, più contenuto quello emiliano) che vedrebbero un importante passaggio di funzioni da Roma alle capitali regionali e quindi un esercizio più forte dell’autonomia regionale, con la capacità delle Regioni di fare delle vere e proprie politiche di settore, oggi non sempre possibili per lo spezzettamento delle funzioni ripartite un po’ a caso tra Stato e Regioni (che è, detto per inciso, uno dei mali del nostro regionalismo).

Ovviamente, tale passaggio comporterebbe anche una modifica negli assetti finanziari e nel riparto delle risorse tra i due livelli di governo.

Su questo tema non è ancora stata fatta chiarezza. Vi è chi ritiene che questo passaggio di funzioni comporterebbe solo il trasferimento in sede regionale di quella parte dei cespiti che nel bilancio statale sono relativi alle funzioni trasferite alla Regione; vi è chi sostiene che questo passaggio comporterà anche un cambiamento degli equilibri tra le diverse Regioni, a scapito di quelle che non hanno fatto le relative richieste e che sono rimaste fuori dal processo di devoluzione differenziata. E’ anche per questo che quasi tutte le altre Regioni hanno dichiarato in sede politica di volersi accodare alle tre regioni apripista, senza che per ora si siano aperte vere e proprie trattative col Governo per la stipula dell’intesa, con le Regioni del Sud accodate sì, ma in chiave polemica, sostenendo che l’intero processo non deve andare a scapito delle risorse che lo Stato riserva loro.

Il processo è dunque avviato ma ancora aperto. Si vedrà se si potrà giungere davvero alla stipula delle tre intese (ovviamente una per ogni Regione) e che cosa ne dirà il Parlamento nel suo insieme che, attenzione, dovrà ratificare l’intesa a maggioranza assoluta.

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