REPUBBLICA, VIA CALABRESI/ Dal “gigione” Mario all’anti-personaggio Verdelli: sempre sinistra al caviale è

Cambio al vertice di “Repubblica”: va via Mario Calabresi, arriva Carlo Verdelli. Ma il giornale continuerà a fraintendere la sinistra

06.02.2019, agg. alle 12:15 - Antonio Fanna
Mario Calabresi con il Capo dello Stato Sergio Mattarella (LaPresse)

Dopo quasi tre anni di interim, Repubblica ha un nuovo direttore, Carlo Verdelli. L’ex direttore di Vanity Fair e della Gazzetta dello Sport – col record assoluto di vendite per un quotidiano italiano, 2 milioni di copie ma grazie alla vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio del 2006 – ha sostituito ieri Mario Calabresi, che in realtà non aveva mai davvero diretto il giornale, lasciandone l’ispirazione nelle mani dell’editore Carlo De Benedetti e l’esecuzione in quelle degli operativi sotto di lui. Ragion per cui la passione morbosa della senilità debenedettiana, Matteo Renzi, aveva trovato nell’ex grande quotidiano fondato da Eugenio Scalfari il proprio house organ.

Annotano frettolosi commentatori che Calabresi è stato fatto fuori perché troppo schierato contro il governo gialloverde. Nossignori. Era stato assunto perché comandasse poco, poi ha comandato troppo poco ed è stato cacciato. Fa specie che al suo posto arrivi un uomo che da giovane ha per lo meno simpatizzato con quella Lotta Continua dalle cui file deviate sono emersi i killer del padre del suo predecessore, ma tant’è. Erano tempi brutti e personalmente Verdelli non c’entra assolutamente nulla con quella sparatoria e comunque siamo uomini di mondo. Ciò in cui Verdelli c’entra, e molto, è quell’ambiente culturale che ha partorito solo disastri – e per paradosso ha generato anche molto berlusconismo spinto – e che oggi imbullona Repubblica nell’area dove sta soffocando, quella della gauche caviar, del sinistrismo radical chic. In una parola: nell’area dell’élite.

Repubblica con Verdelli diventa il quotidiano dell’élite. Auguri.

E dunque il Paese che affoga nel pressapochismo cialtrone dei grillini e nella violenza, sicuramente verbale, del salvinismo deve rassegnarsi a fare a meno di un giornale quotidiano in grado di farsi interprete della sinistra non necessariamente “di governo” ma sicuramente di protesta e di riforma. Il merito di questi scempio contrologico è veramente ed assolutamente di Carlo De Benedetti, ancora dominus incontrastato del giornale nonostante la pantomima di passare anche il controllo di esso ai figli, che in realtà attendono solo la maturazione dei tempi per vendere a qualcuno, chicchessia e ammesso che lo si trovi, ciò che per l’epoca sarà rimasto del loro ex impero editoriale.

Con il declino di Scalfari e la scomparsa fisica di Caracciolo – che, entrambi, soggiogavano De Benedetti mettendolo in condizioni di non nuocere – lo spirito autonomo di Ezio Mauro si era già abbastanza ritrovato in magica sintonia con i voleri dell’editore, perché è bello risolvere quel problema di coscienza che si chiama indipendenza scoprendo di pensarla spontaneamente proprio come il capo gradisce.

E dunque Repubblica era diventato il giornale che si incapricciava dei leader meno probabili al momento meno opportuno, per i confusi diktat dell’uomo di Ivrea, via via sempre meno centrale alle cose. La depressione che il visibile evaporare del patrimonio di autodirezione del giornale – palesemente eterodiretto dall’azionista – ha via via generato nella redazione ha fatto il resto, non contrastato dal direttore designato e mai insediato. E il crollo di risultati – vendite e raccolta pubblicitaria – di Repubblica rispetto al suo competitor Corriere della Sera è stato, nell’ultimo triennio, verticale.

Tardivamente De Benedetti ha ritenuto di correre ai ripari. Ora, sicuramente Verdelli farà bene, o per lo meno meglio del nulla. Ha cultura, fantasia. Ha fatto benissimo Sette, ha fatto benissimo Vanity Fair – non pervenuta la performance dei sette anni da vicedirettore del Corriere ma si sa che il personaggio non è precisamente un cordialone, del resto sul lavoro è loquace come un pesce abissale – e magari non ha saputo ben vendersi la sua creatività. Comunque farà bene, e si vedrà. E’ il piano politico che proprio non è mestiere suo.

E così il Pd che brancola nella tenzone dei tre pretendenti alla segreteria, i delusi di sinistra e poi elettori grillini oggi in libera uscita tra un tunnel del Brennero e un chi-se-ne-frega-di Lione, virtualmente perfetti per essere riacquisti alla causa piddina, be’: con l’unico giornale diffuso in tutta Italia dichiaratamente di sinistra che domani vibrerà per Calenda e discuterà dell’esistenzialismo francese piuttosto che di caporalato nel Sud, che si confronterà con Marco Bentivogli, l’ideologo sindacale giallo della Fim Cisl, ma non dialogherà con quello scalmanato di Maurizio Landini, ebbene… grillini e leghisti possono dormire sonni tranquilli, questa sinistra e questa élite e questo giornalismo non vanno da nessuna parte.

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