MILANO/ Metrò, Scala, Casapound: i nodi di primavera del sindaco Sala

- Nicola Berti

Il sindaco di Milano Beppe Sala sembra alle prese con decisioni piuttosto difficili, dove non mancano oppositori agguerriti

romano prodi
Leoluca Orlando, Romano Prodi e Beppe Sala (LaPresse)

Quando la metropolitana di Milano manda all’ospedale i pendolari due volte in una settimana – e cinquanta volte nelle ultime 70 settimane – difficilmente può essere al centro di “un mistero”, come titolava ieri un quotidiano vicino alla giunta di centro-sinistra. E si comprende l’imbarazzo del sindaco Beppe Sala che, nell’immediato, si è limitato a far filtrare “gelo” verso i vertici dell’Atm, la municipalizzata controllata dal Comune. È comprensibile a maggior ragione quando palazzo Marino mantiene in agenda per metà anno un aumento pesante delle tariffe del trasporto pubblico nell’area metropolitana: più legato, sembra, alle esigenze di bilancio di un Comune rigido nella gestione dei costi che a quelle di efficienza, sicurezza e sviluppo di reti infrastrutturali utili a cittadini, turisti, visitatori d’affari.

La polemica sul “biglietto del tram” resta a sua volta rovente oggetto di contendere politico fra Sala e il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Quindi: il proconsole dell’“incoming premier” Matteo Salvini nella roccaforte lombarda contro il “triumviro” di una nuova leadership d’opposizione (così la copertina dell’Espresso di ieri, con il sindaco di Milano a fianco del neo-segretario Pd Nicola Zingaretti e del nuovo numero uno della Cgil, Maurizio Landini).

Fontana e Sala stanno alzando il livello dello scontro politico su un altro dossier meneghino di primo livello: la Scala. Qui sono emersi i contatti avanzati fra la Fondazione – di cui il sindaco è presidente – e la famiglia reale dell’Arabia Saudita: candidata a sedersi come ”fondatore” della Scala in un parterre che spazia dallo Stato alla Regione, dal Comune alla Fondazione Cariplo, dall’Eni a Fininvest, da Generali ad Allianz, da Intesa Sanpaolo a Bpm, da Bracco a Luxottica. Con un’erogazione di una quindicina di milioni di euro, un membro della famiglia di Riad si siederebbe in consiglio a fianco di Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa e di Claudio Descalzi, Ceo di Eni. Un’operazione ben vista dal sovrintendente Alexander Pereira, ma non da una parte della società civile milanese, cui si è comunque accodato il numero uno varesino del Pirellone: Milano può accogliere l’esponente di un casato su cui si è allungata l’ombra dell’assassinio del giornalista Jamal Kashoggi? Può dare il via libera il primo cittadino di un municipio sulla cui facciata da due anni campeggia lo striscione “Verità per Giulio Regeni”?

Per ora Sala non si è esposto e se ne intuiscono le ragioni. L’ex top manager dell’Expo è il primo a ricordare che Milano si è aggiudicata Expo 2015 grazie al voto decisivo dei paesi petroliferi del Medio Oriente: e nella primavera 2019 la città sta battagliando per la candidatura olimpica 2026. Sala sa che Milano – ad esempio fra Eni e Saras – è una città tutt’altro che remota rispetto alla geopolitica dell’oro nero. Sa che su Milano sono già affluiti ingenti investimenti dal Golfo e altri bussano alla porta: e la Scala è oggi una delle grandi aziende di Milano per fatturato, occupazione, indotto. Sa che il Teatro è il biglietto da visita di una Milano hub di civiltà europea ma in quanto tale fortemente globale e inclusiva. Sa che una Milano aperta, multietnica e profondamente anti-razzista non può rischiare di passare per islamofoba: neppure in qualche polemica strumentale, ma esca sicura per molti media internazionali

Milano è certamente una città “antifascista”: se i Fasci di combattimento vengono fondati giusto cent’anni fa in piazza San Sepolcro, è a piazzale Loreto che Mussolini conclude tragicamente i suoi giorni, pareggiando il conto della fucilazione di quindici partigiani. Quindi non può sorprendere che nel 2019 un sindaco di centro-sinistra lanci un “altolà ai fascisti” (così ieri l’apertura della cronaca di Milano di Repubblica, in stile anni 70) intimando a prefetto e questore di vietare una manifestazione indetta dagli attivisti di Casapound. Ma non stupisce neppure che – sempre ieri sul Corriere della Sera – un intellettuale-guida dell’ambrosianità laica come Claudio Magris, si mostri pensoso sul radicalizzarsi della cultura politicamente corretta: sui “falsi amici della democrazia”, “coloro che – con la presunzione di essere spiriti illuminati – possono nuocere, anche in buona fede, alla causa che vogliono difendere”.

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