SONDAGGI/ La finta opposizione premia M5s, la Lega (32%) paga di più il Def

- int. Carlo Buttaroni

Cala la fiducia nel governo: l’impatto maggiore, più che alle Europee, potrebbe arrivare in autunno quando gli effetti della recessione si faranno sentire sulle persone

Zingaretti e il governo
Zingaretti e sullo sfondo Di Maio, Conte e Salvini (LaPresse)

Lega in calo al 31,9%, piccolo rimbalzo dei 5 Stelle al 21,4%, effetto Zingaretti già esaurito su un Pd in retromarcia al 20%. Con questi trend di consenso elettorale, in vista soprattutto dell’imminente e decisiva partita del voto europeo del 26 maggio, che effetti potrà generare un Def unanimemente giudicato deludente e poco incisivo? “Sicuramente – risponde Carlo Buttaroni, presidente dell’istituto di sondaggi Tecnè – sia Salvini che Di Maio pagheranno dazio e forse la Lega un po’ più salato, dal momento che è stata la forza politica che è cresciuta di più dopo le elezioni politiche”. E il Governo? “Oggi viaggia intorno al 36-38% di gradimento, una percentuale non proprio esaltante”.

Perché la forza propulsiva della Lega sembra essersi affievolita?

La Lega sta perdendo consensi, negli ultimi due mesi abbiamo registrato un calo costante e oggi è attestata al 31,9%. Si trova su un piano inclinato verso il basso e quale potrà essere il punto in cui si fermerà o riprenderà a crescere, oggi è molto difficile prevederlo. Molto dipenderà dalla situazione economica, da quando cioè gli effetti della recessione dall’alto dei freddi parametri statistici si faranno concretamente sentire sulle persone. Fino a quel momento non è possibile registrare reazioni. Sta arrivando un’onda, al momento ancora debole, ma sta già montando e continuerà a farlo fino al prossimo autunno, dove probabilmente avremo il picco degli effetti di questa fase difficile. Poi, per provare a quantificare quale sarà l’impatto sul gradimento del governo e in quale misura gli elettori attribuiranno a Lega e M5s le responsabilità della situazione, lo scopriremo solo a ridosso del voto del 26 maggio.

Anche il M5s continua nella sua caduta di consensi?

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un piccolo rimbalzo tecnico, a una risalita fino al 21,4%, dopo l’exploit del Pd all’indomani delle primarie e dell’elezione di Zingaretti. Da un po’ di tempo il M5s è tornato a spingere di più sui suoi temi tradizionali e ha spostato il suo baricentro più a sinistra, proprio perché teme la competizione in quell’area con il Pd.

L’effetto Zingaretti si sente ancora?

Anche il Pd è in retromarcia rispetto al picco: adesso è al 20% di consensi. La figura di Zingaretti è apprezzata, ma sul Pd pesa l’incognita di se e quando riuscirà a tornare protagonista qualora Lega e M5s dovessero entrare in difficoltà a causa dello scenario economico che si va profilando. Al Pd manca ancora un messaggio compiuto, una chiarezza sui programmi di politica economica, di politica fiscale, di società alternativa a quella del governo del cambiamento. Non basta avere un buon leader se non c’è un cuore pulsante, se non è chiaro quale sia il disegno complessivo in merito alla propria strategia politica e a chi si vuole dare dei dividendi politici a livello sociale. Ci vogliono anche delle buone idee e per esprimerle al meglio ci vorrà del tempo.

In vista delle europee come si muoverà il trend dei consensi per questi tre partiti?

Difficile fare previsioni. Al momento assistiamo a una situazione che ha uno scarso ancoraggio con quello che potrebbe essere lo scenario da qui alle europee. C’è una sorta di sospensione dell’opinione pubblica. E i due maggiori partiti – Lega e M5s – in questa fase stanno giocando a recitare la doppia parte di maggioranza e opposizione e, invertendo continuamente i ruoli, è come se avessero il paracadute aperto.

In questo gioco delle parti potrebbe essere avvantaggiato più il M5s rispetto alla Lega?

In questo momento sì.

Lei tra i primi aveva registrato una sorta di insoddisfazione dell’elettorato verso la legge di bilancio 2019, che aveva provocato i primi scricchiolii nell’ampio gradimento attribuito dai sondaggi a Lega e M5s. Ora il Governo ha approvato un Def unanimemente riconosciuto come deludente: le misure adottate dal governo giallo-verde daranno un modestissimo contributo del +0,1% al Pil. Che effetti produrrà questo Def poco incisivo sui due partiti della coalizione e sui consensi verso il governo Conte?

Di per sé il Def non ha mai emozionato nessuno, non è il Def che fa cambiare opinione. Questo Def non mi ha stupito: ha solo messo in chiaro quello che già stava nei numeri veri. Era evidente che né quota 100 né Rdc avrebbero potuto dare impulso all’economia. Siccome, però, non si può morire di Pil, ma non si può certo vivere senza Pil, questo non vuol dire che la manovra di per sé fosse sbagliata. Sono provvedimenti giusti, ma andavano accompagnati con qualche misura che desse impulso alla crescita. E’ questo il punto debole anche del Def.

Aveva già definito la manovra 2019 come “sgrammaticata”…

Esatto, e non perché avesse degli elementi di per sé sbagliati, ma perché erano combinati male: quando si fa crescere la spesa pubblica e si dà ristoro – giustamente – a chi ha sofferto molto per questi dieci anni di crisi utilizzando il deficit, dal punto di vista economico è sbagliato. E’ come andare in giro dicendo: stasera voglio andare a mangiare la pizza, prestatemi i soldi. Un altro conto è utilizzare il deficit per fare investimenti, creando cioè ricchezza e spingendo sulla produttività, e con le maggiori risorse ottenute rilanciando la crescita fare politiche redistributive a vantaggio delle fasce più disagiate. Il punto debole della manovra e del Def sono proprio gli investimenti, che continuano a mancare.

Con il Def il Governo, dopo mesi in cui ha insistito contro tutti difendendo previsioni molto ottimistiche sulla crescita, è stato un po’ costretto ad ammettere di aver sbagliato i conti. Questo peserà sui consensi del governo? E gli elettori a chi faranno pagare di più l’errore: alla Lega o ai 5 Stelle?

Lega e M5s possono vantare di aver piantato le loro misure-bandiera: per Salvini quota 100, il contrasto all’immigrazione e un pizzico di flat tax; per Di Maio il reddito di cittadinanza. Sono punti a loro favore.

Possono bastare?

No, perché per un eccesso a metà fra l’entusiasmo inconsapevole e l’ottimismo inscalfibile su una manovra che avrebbe dato sicuro slancio all’economia un prezzo lo pagheranno entrambi, e credo in egual misura. Forse la Lega, proprio perché è cresciuta molto dalle elezioni politiche a oggi, potrà pagarlo un po’ di più: oggi ha un elettorato più fluido, più mobile e quindi più vulnerabile.

E il governo?

Anche se Conte è un po’ più al riparo rispetto a Salvini e Di Maio, il trend del governo è in calo. Lega più M5s stanno oggi intorno al 52-54% dei consensi, però considerando solo il 60% di coloro che dichiarano di essere disposti a votarli. In realtà, sul totale degli aventi diritto al voto saremmo al 32-33%. Rispetto a questa soglia, la fiducia nel governo sta poco sopra, al 36-38%. Il che significa che c’è sì una quota di elettori non della maggioranza che esprime un giudizio positivo, ma parliamo comunque di un governo che viaggia su percentuali di gradimento non così alte come il consenso dei due partiti della coalizione potrebbe far immaginare. E poi c’è da sottolineare un errore del governo che è stato fatto a monte.

Cioè?

A mio avviso, se il Governo avesse fatto, già con la legge di bilancio, un’operazione verità, dicendo “facciamo queste cose, come quota 100 e Rdc, perché è giusto farle, ma non ci porteranno un grande impulso alla crescita”, sicuramente sarebbe stato meglio. Prenda il caso di quota 100.

In che senso?

Immaginando come tasso di ricambio “un nuovo assunto ogni due pensionati” – tasso che, tra l’altro, oggi pare diventato di uno a tre -, è vero che quota 100 fa entrare nel mercato del lavoro un disoccupato, ma a calare sarà il tasso di occupazione, che in Italia è già tra i più bassi della Ue, perché si perderanno uno o due posti di lavoro. Invece, visto che il tasso di occupazione è l’indicatore che più conta, sarebbe meglio colmare questo gap, altrimenti non solo non si finanzia lo Stato sociale, ma non si finanzia nemmeno la spesa previdenziale, perché si genera un maggiore squilibrio tra popolazione in pensione e popolazione attiva. E dal punto di vista economico, questa è una situazione che non si può reggere a lungo.

(Marco Biscella)

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