SCENARIO/ Juncker guasta di nuovo i piani di Tria, M5s e Lega

- Ugo Finetti

M5s e Lega sono stretti tra difficoltà nel dare corpo alle promesse elettorali e prospettive a medio termine sul fronte europeo

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L'aula del Senato (LaPresse)

Due dati: il ministro dell’Economia ha notificato che siamo ancora in alto mare per quanto riguarda il reperimento delle risorse per le promesse elettorali dei due partiti di governo e il vertice dell’Ue sulla Brexit si è concluso con la notifica che la Commissione Juncker rimarrà in sella fino a Natale e che quindi i controllori dei conti italiani per il prossimo Def non cambiano.

Il governo che piace alla maggioranza degli italiani si basa quindi su uno scenario non realistico. Le tensioni tra Di Maio e Salvini sono inoltre destinate a crescere in quanto il M5s deve invertire il forte calo dei consensi. A scuotere i dati del voto delle passate elezioni politiche è stata soprattutto la politica su migranti e sicurezza attuata da Salvini che lo ha portato a raddoppiare i voti nei sondaggi sottraendoli anche ai grillini. E’ una “svolta a destra” ed è finora la cosa più concreta e visibile del governo Conte. A ciò si aggiunge – a destabilizzare l’elettorato 5 Stelle – il Pd, che uscendo dal lungo stato di ibernazione ora, da qualche settimana, con l’elezione di Zingaretti è tornato in campo e sta iniziando a recuperare i voti di chi lo aveva abbandonato perché convinto che il voto grillino fosse il modo più sicuro per battere il centro-destra ed evitare un governo con Salvini ministro dell’Interno. E quindi Di Maio si è spostato a sinistra: si atteggia ora ad antifascista, accusando Salvini di collusione con i “negazionisti”, ora a para-radicale, ergendosi a difensore delle unioni gay contro il raduno di Verona. Anche nella discussione sul Def ha dichiarato di essere a sinistra di Salvini e cioè contro “la flat tax piatta” (sic!) perché sarebbe per “i ricchi”.

Lega e M5s cercano cioè di presentarsi agli elettori come nuovo bipartitismo destra-sinistra approfittando del fatto che sia Forza Italia sia il Pd hanno fortemente “scottato” l’elettorato italiano: sono due ex 40 per cento e cioè due ex protagonisti che – l’uno sulla destra e l’altro sulla sinistra – hanno a suo tempo catalizzato grandi speranze e poi le hanno  clamorosamente deluse. Inoltre sia Zingaretti sia Berlusconi hanno possibilità di recupero, ma entrambi non hanno altra strada di ritorno al governo se non alleandosi il primo con il M5s e l’altro con Salvini.

Salvini e Di Maio devono anche monopolizzare l’attenzione sui loro dissidi per sperare di far passare in secondo piano il bilancio dell’azione di governo che è ben lontana dal prospettare il 2019 come “l’anno bellissimo” promesso da Conte e in cui, come promesso da Di Maio, sarebbe stata “abolita la povertà”. I principali provvedimenti del governo rivolti a contrastare la disoccupazione giovanile si sono infatti rivelati un buco nell’acqua. Per il reddito di cittadinanza i giovani che lo hanno chiesto sono meno di 25mila. A sua volta è irrealistico che Quota 100 determini un turn over in un quadro economico così critico che nelle stesse ipotesi del governo l’aumento di posti di lavoro è minimo.

In sostanza la situazione economica non è migliorata, le previsioni del governo sono state smentite e si continuano a “bruciare” miliardi a deficit per provvedimenti assistenziali di incerta efficacia aumentando ulteriormente il debito pubblico. Con un governo che, muovendosi secondo una logica elettoralistica-clientelare, non capisce nemmeno la differenza tra investimento a rischio e truffa, tra azioni e Btp, la tassazione dal 42,0 per cento in questi mesi del 2019 è già salita al 42,4 e si dà per scontato che nel 2020 sarà al 42,80.

Di Maio e Salvini alle preoccupazioni replicano che con il voto del 26 maggio a Bruxelles cambierà tutto a loro favore, ma il dato di fatto (o paradosso) è che dopo un anno di governo “sovranista” – che “alza la voce” e “batte i pugni sul tavolo” – l’Italia conta molto meno nell’Unione Europea: appare sempre più isolata o estromessa da ogni sede decisionale sia a livello formale – dall’Eurogruppo alla Commissione – sia informale nei pre-vertici ristretti dei capi di governo e di Stato a cui insieme a Merkel e Macron sono ammessi anche spagnoli e belgi. Di Maio e Salvini quando parlano in Italia minacciano veti, ma poi vediamo il premier Conte sempre più umile a Bruxelles perché sa  che al primo passo falso rischia procedure d’infrazione e commissariamento con “troika”.

Anche sulla Libia non abbiamo voce in capitolo. Conte tenta di far credere di avere “contatti” o “emissari” importanti, ma avendo sopra la testa Di Maio e Salvini che da un anno insultano Macron stando l’uno con i gilet gialli e l’altro con la Le Pen l’interlocuzione con la Francia non esiste e un ruolo di mediazione di Palazzo Chigi in Libia è pura fantasia.

In sostanza abbiamo un governo che sui temi principali – politica economica e politica estera – naviga a vista senza risultati per l’Italia.

E quindi: “teatrino” o vigilia di rottura? Se Di Maio riesce a stare sopra il 20 per cento evitando rivolte interne e la Lega si ferma al 30 per cento l’alleanza sarà confermata tra rimpasto e revisione del “contratto”. Se invece la Lega superasse nettamente quota 30 e vi fosse la concreta possibilità di formare un blocco del 40 per cento con la Meloni e Toti, Salvini avrebbe a portata di mano un “piano B” alternativo al “contratto di governo”. E probabilmente anche il “mai con Berlusconi” sarebbe superabile se la Lega uscisse dal voto europeo con il triplo dei voti del Cavaliere. 

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