SCENARIO/ Libia e manovra ci riportano al ’92

- int. Mario Sechi

Conti pubblici sotto stress, inchieste giudiziarie su Salvini, Pd e M5s, Nordafrica di nuovo in fiamme. E in più abbiamo perso l’appoggio degli Stati Uniti

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

Matteo Salvini di nuovo indagato per sequestro di persona nell’inchiesta sui presunti ritardi nello sbarco della nave Sea Watch 3; Libia nell’inferno di una guerra e con lo spettro di una massiccia invasione di profughi verso le coste italiane; conti pubblici sotto stress, mentre il Def ha iniziato il suo iter con le audizioni al Senato. Secondo Mario Sechi, titolare di List, sono tre tempeste in arrivo che rischiano di flagellare il governo Conte. “Prese di per sé queste tempeste non sono devastanti – osserva – ma il combinato disposto mette l’Italia in una condizione peggiore rispetto al 1992 e al 2011. Si sta infatti creando un curioso e pericoloso parallelismo. Nel 2011 avevamo la crisi finanziaria, uno spread schizzato a 575 punti e anche allora una crisi libica. Oggi abbiamo di nuovo debito pubblico sotto stress, uno spread che stazione in area 240-250, il che significa maggiori spese per interessi appena il tachimetro gira, il Nordafrica che brucia, visto che oltre alla Libia, dove è in atto una guerra, ci sono anche Algeria e Sudan in fiamme. E poi le inchieste giudiziarie: allora si inseguiva Berlusconi con il bunga-bunga, oggi indagano di nuovo Salvini. Ma anche il Pd è sotto attacco, segno che qualcosa non va nella sua classe dirigente, e pure il M5s è sotto schiaffo, perché l’arresto di Marcello De Vito non è passato in cavalleria, l’inchiesta è ancora aperta e non si sa cosa potrà succedere.

Non sono certo carezze. Ma qual è la tempesta più pericolosa?

È molto semplice: in teoria è il nodo dei conti pubblici, che fu letale anche per Berlusconi.

Cosa dovrebbe fare il governo?

Dovrebbe varare una manovra d’autunno credibile e virtuosa. Cosa che però non traspare, stando alle dichiarazioni di Salvini e Di Maio. Anzi, a mio parere, i due vicepremier stanno studiando un contro-Def, e la cosa – mettiamola così – mi fa sorridere, perché non sono certo due esperti di come funzionano i conti pubblici. In termini più politici, invece, hanno da aprire un negoziato con la Ue. Questo è il punto.

Lo faranno o vorranno andare allo scontro con Bruxelles?

Per andare allo scontro con Bruxelles devono essere molto forti e per essere molto forti si dovrebbe venire a creare un quadro europeo dopo il voto del 26 maggio caratterizzato da una maggioranza sovranista. Ma non ci sarà, è molto difficile che si realizzi.

Con la Libia sta per arrivare una tempesta anche sulla nostra politica estera?

In Italia la politica estera è sempre stata sottovalutata, ma di solito “uccide” i governi. A cominciare da Craxi, nel 1992 con Mani Pulite, che altro non era se non un enorme ribaltone geopolitico, iniziato nel 1989 con il crollo del Muro di Berlino e nel 1991 con la dissoluzione dell’ex Urss. A quel punto l’Italia va a gambe all’aria ed esce dallo Sme, il governo Amato vara la manovra da 100mila miliardi di lire e mette le mani sui conti correnti degli italiani con il prelievo forzoso. Si salva per così dire il Paese, o meglio lo si tiene attaccato alla canna del gas, come poi hanno fatto tutti i governi successivi. Dal governo Ciampi a quelli di Berlusconi e Prodi è stato un susseguirsi di manovre finanziarie da decine di migliaia di miliardi di lire, e con l’euro la musica non cambia, ma nessuna di queste cure da cavallo a cui sono stati sottoposti i contribuenti italiani salva il Paese, sempre più attaccato al respiratore automatico. Siamo nelle condizioni che io chiamo del “non morto”: un processo di zombificazione dello Stato.

In queste condizioni si arriva alla seconda grave crisi, quella del 2011?

Sì, finisce una fase di crescita e si ripiomba in una crisi simile. L’euro incontra la sua più grande crisi, la Bce non aveva ancora gli strumenti per proteggere dalla speculazione le finanze pubbliche e il sistema bancario e la politica replica le scelte del 1992-93.

Il Governo Monti e la sua manovra d’emergenza per salvare la baracca?

Un salasso da 30 miliardi di euro, con i partiti che fanno finta di non esserci, in realtà votano tutto, poi lo scaricano e ricomincia la festa.

Ma dopo Monti arriva il virtuosismo dell’Ulivo, o no?

Ma quale virtuosismo. Se prima era tutto un semi-sfascio, poi – a parte Letta che si comporta in maniera normale perché ancora c’era la paura di spendere – arriva Renzi e l’austerità finisce. Renzi ipoteca i conti degli altri, con gli 80 euro e le clausole di salvaguardia. Questo è il punto vero.

E oggi i conti pubblici non sono ancora in sicurezza…

L’unica differenza con gli sciagurati inesperti di oggi è il tono. Lega e M5s parlano al vento, vanno allo scontro con la Ue e così sale lo spread. La situazione surreale è che il governo Conte ha scritto la manovra con Bruxelles, tanto che Juncker – abile negoziatore – se li è lavorati tutti per benino. Avete visto nell’ultimo incontro a Roma con Conte che sorriso sornione ha sfoderato? Sapeva di aver già vinto la partita: o l’Italia entra in una fase di serietà oppure saranno guai seri. Con un’aggravante.

Quale?

Sulla Libia abbiamo sbagliato tutti i calcoli. Abbiamo parlato con tutti facendo credere di essere amici di tutti, ma questo ti rende inaffidabile. Prima abbiamo appoggiato Serraj, poi abbiamo cercato di recuperare con Haftar, abbiamo convocato un’inutile conferenza sulla Libia a Palermo sconsigliata vivamente sia dagli Stati Uniti che dall’Egitto.

Risultato?

Che continuiamo a perdere di vista quel che succede sul campo. Rimaniamo scoperti e nel frattempo abbiamo pure siglato un accordo con la Cina. Così perdiamo gli Stati Uniti, di cui avevamo bisogno adesso in Libia. Tanto che decidono addirittura di andarsene, cosa che non si era mai vista.

Insomma, tra politica estera ed economia lei vede riaffiorare qualcosa di brutto come nel 1992 e nel 2011?

I parallelismi non funzionano mai perfettamente. Ma paradossalmente l’Italia si trova in una situazione peggiore. Perché nel 1992, con il caos valutario, e nel 2011, con le finanze pubbliche sotto assedio, la crisi era globale. Oggi invece il fattore di debolezza siamo proprio noi. E non vedo nessuno disposto a mettere in gioco la propria crescita per un Paese che non ottempera agli obblighi minimi per restare nel club dell’euro. Ecco perché la situazione è gravida di pericoli, anche se i fattori positivi non mancano: un notevole risparmio, una quota rilevante di imprese orientate all’export e i dati sulla produzione a febbraio che non sono male.

Bastano?

No, vanno prese alcune decisioni e adottate alcune soluzioni: come si può pensare di tenere insieme, per esempio, gli 80 euro con una riforma fiscale – chiamiamola flat tax, anche se tale non è perché la flat tax è una cosa seria. Se si vuole mettere mano alle aliquote bisogna rinunciare agli 80 euro e disboscare la giungla delle detrazioni.

Ci hanno provato in tanti, senza successo. Perché?

Le detrazioni servono a soddisfare le rivendicazioni corporative del Paese. Lei ce lo vede questo governo che sfoltisce le tax expenditures? Se si toccano le detrazioni, le corporazioni insorgono. E questo governo riuscirà a farlo? Ben venga una riforma fiscale dal volto umano, ce lo chiede anche il Fmi, ma ciò significa tagliare spesa improduttiva, eliminare sprechi e cortigianerie…

C’è il rischio che il tappo salti prima delle elezioni europee?

Non credo. E’ vero che adesso c’è il nuovo elemento del processo per il caso Sea Watch, ma la tempistica è piuttosto dilatata. Però i due alleati di governo si stanno già scartavetrando gli uni contro gli altri. Rompere prima del voto del 26 maggio non ha comunque senso. Lega e M5s si devono prima contare alle europee. Ma a contare davvero saranno la prossima legge di bilancio in autunno e quel che succederà in Libia.

Sulla Libia il governo ha una linea univoca?

Se dovesse cadere Tripoli, con uno scenario di guerriglia urbana, che cosa facciamo noi? Che cosa farà la Nato? Io penso che questo governo di pacifisti abbia un’unica linea: non fare nulla.

(Marco Biscella)

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