SPILLO/ Se la Consulta sfida Salvini sul bollo auto

- Nicola Berti

La pronuncia della Corte costituzionale sulla libertà delle Regioni di alleggerire il bollo auto sembra una sfida alle Regioni leghiste

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La Corte Costituzionale (Lapresse)

La pronuncia della Corte costituzionale sulla libertà delle Regioni di alleggerire il bollo auto è stata ufficializzata cinque giorni prima del voto. A dispetto delle autodifese di rito sull’indipendenza istituzionale della Consulta e del timing che scandisce i suoi lavori, è facile “pensar male”: essere richiamati quanto meno dagli impatti della sentenza in coincidenza con la fase finale della campagna elettorale. Un appuntamento di voto, quello europeo, che il vicepremier Matteo Salvini, leader della Lega, considera apertamente un referendum su se stesso e sul futuro del governo Conte, se non della legislatura.

Bastava comunque seguire, nella serata di martedì, il lungo servizio riservato al caso “bollo auto” dall’edizione principale del Tg1: zeppo di “gente di strada” che si augurava un rapida concretizzazione di quella che – a rigore – è stata una puntualizzazione di natura generale sul funzionamento del principio di sussidiarietà tributaria fra Stato e Regioni. Il principale Tg del servizio pubblico è parso dunque privilegiare una lettura strettamente populista del dispositivo della Corte: l’abbassamento – o addirittura la potenziale cancellazione – del bollo auto come opzione di “supplemento di reddito di cittadinanza”, con la chiamata in causa delle Regioni a fianco del Governo. Lo sfondo politico della narrazione è intuibile: il Governo (principalmente la sua componente M5S) sta facendo il possibile per soccorrere l’Italia impoverita, ora facciano qualcosa anche le Regioni. Tutte o quasi amministrate dal centrodestra (le più ricche) o dal centrosinistra; comunque mai da M5S.

Più in profondità rispetto al livello mediatico sembra tuttavia possibile individuare una diversa “sfida” della Corte alla politica. Uno dei dossier più pesanti sul tavolo dell’impasse politica è quello riguardante la concessione dell’autonomia rafforzata: anzitutto alle Regioni Lombardia e Veneto, roccaforti leghiste entrambe reduci da referendum popolari sulla questione (l’Emilia Romagna ha formalizzato la richiesta di poteri speciali, ma senza sottoporla a consultazione estesa). Sono note le ragioni di uno stallo sempre più problematico fra le forze della maggioranza (e sono in molti ad aver già pronosticato che il Governo Di Maio-Salvini cadrà su questo). Lombardia e Veneto interpretano l’autonomia rafforzata principalmente in chiave di maggior libertà di trattenere gettito fiscale generato nelle rispettive regioni. Una prospettiva fieramente contrastata da M5s (ma non solo), preoccupata di un’accelerazione del federalismo fiscale che penalizzerebbe Regioni – ed elettorati – al Centrosud.

Nel mezzo di questa cruciale contesa politica, la Corte costituzionale se ne esce oggi a ricordare a tutte le Regioni – ma è inevitabile pensare: anzitutto a Lombardia e Veneto – l’autonomia ordinaria “reale” già in vigore: quella che consente loro di “tagliare le tasse”, come recita un mantra della Lega, peraltro sempre più sotto pressione per non riuscire a realizzarlo a livello di fisco statale. Naturalmente – sottolinea la Corte – tutte le Regioni hanno la responsabilità di tenere quanto più in ordine i propri bilanci: in teoria potranno tagliare il bollo auto solo se taglieranno spese corrispondenti; o, in caso di regioni già dissestate, non potranno in alcun modo pensare di alleviare il carico tributario locale sui loro automobilisti. In ogni caso la sfida della Corte sembra lanciata. E l’attesa di razionalità politica di chi qui scrive è che Lombardia e Veneto l’accetteranno, magari assieme ad altre Regioni. Il che aggiunge un tassello interessante all’imprevedibilità di ogni scenario post-elettorale.

P.S.: Stefano Folli ieri su Repubblica ha rimbrottato il premier Giuseppe Conte per aver contrastato in Consiglio dei Ministri il pressing del vicepremier Salvini sul decreto-sicurezza citando le cautele del Quirinale. Una notazione ineccepibile: la Presidenza della Repubblica è la garanzia ultima della democrazia costituzionale, non può essere tirata a forza in alcun contest politico, tanto meno nelle scelte dell’esecutivo. Nell’architettura costituzionale anche la Consulta – di cui Mattarella ha fatto parte – è un organo indipendente di alta garanzia. Nella “Repubblica reale” essa “fa politica” perché interviene quasi strutturalmente con le sue pronunce nella vita pubblica: politica, economica, sociale, istituzionale, giudiziaria. E nel tutelare la Costituzione formale e nel costruire continuamente quella materiale è inimmaginabile che essa non scopra il fianco – talora in modo più marcato – a sospetti di azione politicamente ispirata. Però è sempre preferibile che ciò non accada: come tuttavia è avvenuto di recente quando il presidente in carica Giorgio Lattanzi si è espresso in sede extra-istituzionale nel merito delicatissimo della questione migranti; o quando un presidente emerito come Gustavo Zagrebelsky o un giudice emerito come Sabino Cassese guidano sui grandi media l’opposizione a un Governo democraticamente eletto, mettendone continuamente in dubbio la sua costituzionalità.

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