SPILLO/ Se M5s riaccende la “questione militare”

- Nicola Berti

Nei giorni in cui si parla di Lega e M5s a ferri corti emerge ancora una “questione militare”, che divide le anime del Governo Conte

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Elisabetta Trenta, ministro della Difesa (Lapresse)

Riaffiora la “questione militare”, scalata anzi al grado di “sfida ai militari”, secondo un commento di prima pagina sul Corriere della Sera. Un titolo-giudizio secco e preventivo: sarebbe stato – una volta di più – il  vicepremier Matteo Salvini a turbare l’ordine costituzionale e il quadro politico quando ha emesso le ultime direttive sulla chiusura dei porti in vista di un’escalation di sbarchi dalla Libia. Salvini avrebbe acceso conflitti di competenze fra ministero dell’Interno e della Difesa; avrebbe innervosito il Quirinale e creato inopportuni “malumori” nelle forze armate. 

Il caso è (in parte) rientrato: i poteri sulla gestione dei porti li ha indubitabilmente il Viminale. Restano gli ennesimi rumori mediatici e retroscena di un matrimonio di governo sempre più precario fra Lega e M5s. Ma rimane anche un interrogativo su tono e contenuti del dibattito pubblico nel Paese:  ha senso – giuridico e politico – accusare un vicepremier in carica di “sfidare” un corpo dello Stato in una Repubblica democratica come l’Italia del 2019? 

In Italia – e non solo in Italia – ancora nel ventesimo secolo inoltrato la “questione militare” ha ruotato attorno a un tema opposto:  al rischio delle “sfide” che le forze armate potevano rivolgere come un tempo a un regime costituzionale. Un secolo fa le forze armate italiane spianarono la strada al fascismo mussoliniano e ne condivisero poi strettamente la parabola disastrosa. Non furono in alcun modo protagoniste della rinascita democratico-repubblicana e ancora negli anni 60 e 70 erano sospettate di intelligenza o collusione con ogni trama autoritaria, vera o presunta. Non è un caso che la Costituzione non riconosca loro alcun profilo e le ponga direttamente sotto il comando supremo del Capo dello Stato: per garantire la democrazia, non i generali.  

Questi ultimi – all’opposto dai magistrati – non hanno autonomia o “autogoverno” nella Repubblica: sono chiamati esclusivamente a eseguire direttive impartite loro attraverso organismi e procedure costituzionali. Una qualsiasi dialettica fra il Governo e le forze armate è semplicemente non prevista nel regime democratico. Niente “malumori”, niente “sfide incrociate”, tanto meno “pronunciamenti politici”: a meno di non immaginare forme di “disobbedienza” come quelle rilanciate anche negli ultimi giorni dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky. 

Nella stessa America di Donald Trump, i generali che dissentono sulle strategie e sull’uso delle forze armate sui vari scacchieri lasciano l’amministrazione e la divisa. Dopo possono far politica: dopo la vittoria sul nazismo e l’inizio della Guerra fredda, Dwight Eisenhower approdò alla Casa Bianca;  ma il collega Douglas MacArthur fu destituito quando “sfidò” il Presidente e il Congresso  sull’estensione alla Cina della guerra di Corea. Nei cinema, intanto è ancora in programmazione “Vice”, candidato gli ultimi Oscar: la storia di Dick Cheney, il vicepresidente di George Bush, gestore politico fin troppo autonomo – racconta la pellicola – di quel “complesso militar-industriale” statunitense che fu decisivo nel volere la guerra in Iraq.  

Può darsi che l’uso delle forze armate a fini interni politici rientri nella  prospettiva di M5s, cui oggi è affidato il presidio di governo alla Difesa.  Non è la prima volta, per la verità, che il ministro Elisabetta Trenta lascia filtrare veri o presunti “malumori” grigioverdi per la gestione delle operazioni nel Canale di Sicilia da parte del Viminale.  È stato quando la Guardia Costiera ha cercato di opporsi allo stop alle operazioni di transito di migranti, invocando i codici marittimi. Non è mancato neppure allora chi ha collegato le indiscrezioni sul “disagio” al rapido inaridimento dei budget stanziati anche per i militari nella gestione  dell’accoglienza dei migranti dopo gli accordi di Dublino e almeno fino alla svolta impressa dal ministro Marco Minniti (alcuni osservatori ipotizzarono un aumento dei fondi destinati alle operazioni “preventive” in terra libica).

La “questione militare”, in ogni caso, era affiorata anche all’avvio dell’era gialloverde: attorno allo stesso ministro Trenta. Più di un osservatore – anche fra coloro che oggi riservano attenzione ai “malumori” delle forze armate verso Salvini  – alzò il sopracciglio quando M5s designò alla Difesa un’ufficiale della riserva, formatasi presso la Link University: un centro formativo con più di un legame con apparati militari e di sicurezza. Ancora: il compagno del ministro è un alto ufficiale che solo dopo qualche “malumore” politico-mediatico è stato trasferito da un incarico presso uffici operanti negli approvvigionamenti della Difesa. Meno di un anno dopo la “questione militare” sembra rovesciata nella presunta “autoreferenzialità” del vicepremier addetto alla sicurezza interna. Non prima, peraltro, che il sindaco pentastellato di Roma abbia pensato alle forze armate per un’operazione straordinaria di messa in sicurezza della strade della capitale. Senz’alcun “malumore” fra le stellette.  

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