POLITICHE ATTIVE/ La spinta dei fondi interprofessionali per superare il Rdc

- Massimo Ferlini

Si sta parlando di una riforma del Reddito di cittadinanza per rendere più efficaci le politiche attive del lavoro. I fondi interprofessionali andrebbero coinvolti

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I dati Istat del mese di ottobre, relativi al mercato del lavoro, confermano che l’azione negativa della pandemia non si è fermata. Rispetto all’ottobre dell’anno precedente sono stati persi circa 500.000 posti. A conferma che il dualismo del mercato del lavoro si è accentuato, sono quasi tutti provenienti da contratti non tutelati dai blocchi ai licenziamenti e da lavoratori autonomi. La disoccupazione non aumenta, se non fra i più giovani, perché aumentano quanti si ritirano dal mercato del lavoro in attesa della ripresa economica.

È questa azione asimmetrica degli effetti della crisi e l’azione degli interventi tampone sull’occupazione e la cassa integrazione che fanno prevedere che dalla primavera avremo un grande numero di persone che si aggiungeranno ai disoccupati attuali per cercare un posto di lavoro. Il dato di circa 2,5 milioni di persone che, all’annuncio di una possibile ripresa economica, chiederanno di essere assistiti dai servizi al lavoro è prevedibile da tempo. Non essendo possibile conoscere quanto in segreto si sta elaborando per utilizzare i fondi europei che saranno disponibili nel corso del 2021, iniziano però le riflessioni sugli strumenti che sono stati approntati per rispondere alla crisi occupazionale che emergerà in tutta la sua evidenza con la fine delle norme emergenziali anti-licenziamento.

È da vedersi positivamente, come presa d’atto autocritica, la revisione sul reddito di cittadinanza che a partire da Di Maio sta coinvolgendo tutti i principali esponenti pentastellati. La posizione che sta emergendo è la constatazione che lo strumento del reddito di cittadinanza non può rispondere a due obiettivi. Da un lato, deve dare sostegno economico a quei nuclei famigliari che sono sotto le soglia di povertà. Assieme a questo obiettivo, però, si volevano avviare alle politiche di inserimento occupazionale quanti avessero goduto del riconoscimento economico.

Come da più parti si era sottolineato, fin dall’avvio dell’iniziativa, era evidente che così si correva il rischio di indebolire l’efficacia dello strumento rispetto a entrambi gli obiettivi. E infatti a oggi si può vedere che per quanto riguarda l’efficacia della risposta alla povertà il reddito di cittadinanza ha funzionato solo parzialmente. La controprova è che di fronte alla sfida portata dall’emergenza Covid è riuscito a rispondere assicurando la copertura di un reddito minimo garantito a circa un milione e duecentomila nuclei famigliari per circa tre milioni di persone. Ciò però non assicurava la copertura del bisogno di reddito minimo, tanto è che si è aggiunto il reddito di emergenza esteso a 550 mila persone e con Cig e misure una tantum per i lavoratori autonomi si sono estese le spese per assicurare un sostegno al reddito contro il nuovo rischio povertà.

In compenso la farsesca vicenda dei navigator e i compiti assegnati ad Anpal Servizi con la regia del “mago” del Mississipi ha affossato le prime esperienze significative di politiche attive del lavoro che erano state avviate con l’assegno di ricollocazione. Oggi al centro della riflessione torna quindi quanto era contenuto nella proposta del Jobs Act. In particolare, si tratta di tornare a dividere le politiche di sostegno al reddito contro le povertà dalle politiche attive del lavoro.

Per quanto riguarda queste ultime, occorre riformare il sistema degli ammortizzatori sociali per passare dalla semplice tutela delle persone sul posto di lavoro all’estensione a tutti i lavoratori di un sistema di tutele sul mercato del lavoro. Questo passaggio richiede che si rivedano gli strumenti di tutela del reddito, slegandolo dal rapporto di lavoro aziendale come nel caso della cassa integrazione, per passare a un reddito di ricollocazione che sia di sostegno nelle fasi di transizione per un adeguamento delle competenze professionali.

Per fare partire anche in tempi brevi un sistema di servizi di questo tipo c’è bisogno di una decisa volontà politica e di condivisione di un sistema che è in vigore in tutti i Paesi europei ed è già stato introdotto in alcune nostre regioni. Ciò significa che alcuni Centri per l’impiego del sistema pubblico così come la rete di operatori privati (Agenzie per il lavoro ed enti accreditati su base nazionale e regionale) sono già in grado di assicurare i servizi necessari per avviare una rete di politiche attive del lavoro.

Alla rete territoriale già delineata vanno poi aggiunti, sia per la dote economica che per l’esperienza organizzativa, i fondi interprofessionali. Questi sono stati finora destinati alla formazione nelle imprese. Possono però mettere la loro esperienza al servizio di formazione per l’occupabilità e la ricollocazione dei lavoratori, moltiplicando così le esperienze di gestione di crisi territoriali o settoriali che li hanno già visti sostenere concrete politiche di ricollocazione lavorativa.

Il fondo bilaterale dei lavoratori interinali è già stato coinvolto dagli accordi contrattuali nel fornire anche questo tipo di intervento di politiche attive del lavoro per sostenere la ricollocazione dei lavoratori. La composizione della disoccupazione creata dalla particolare crisi indotta dalla pandemia richiederà politiche del lavoro personalizzate e capaci di rispondere alla domanda di lavoro spezzettata e innovativa che verrà dai diversi settori economici. Servirà molta formazione, ma non potrà che essere collegata a percorsi di ricollocazione lavorativa e a una rete di servizi al lavoro di grande efficacia.

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