POLITICHE ATTIVE/ Le scelte del Recovery per aiutare (anche) l’occupazione

- Giancamillo Palmerini

Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza si parla anche di politiche attive per il lavoro, una chiave importante per aumentare l’occupazione

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Tra i vari temi presenti nell’articolato, e complesso, Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato dal Governo di Super Mario Draghi non poteva mancare, non solo per le drammatiche ricadute occupazionali della pandemia, uno spazio dedicato alle, spesso citate e probabilmente poco conosciute, politiche (attive) per il lavoro.

Se ne auspica, come premessa, un loro potenziamento assieme a quello della formazione professionale. Ci si propone, quindi, di sostenere l’occupabilità dei lavoratori in transizione e dei disoccupati mediante l’ampliamento del nuovo (ennesimo?) “Programma Nazionale per la Garanzia Occupabilità dei Lavoratori (GOL)” e promuovendo la revisione della governance del sistema di formazione professionale in Italia, attraverso l’adozione del “Piano Nazionale Nuove Competenze”.

Come Paese si immagina poi di continuare, in coerenza con quanto fatto negli ultimi anni, a rafforzare i Centri per l’impiego pubblici perché le politiche, come noto, difficilmente possono essere efficaci senza le persone che le fanno “vivere”. Saranno, in questo quadro, promossi interventi di capacity building a supporto dei Centri per l’impiego con l’obiettivo di fornire servizi innovativi di politica attiva finalizzati, anche, alla riqualificazione professionale (upskilling e reskilling), mediante un maggiore (e migliore) coinvolgimento dei diversi stakeholder pubblici e privati, aumentando così la prossimità ai cittadini e favorendo la costruzione di reti tra i diversi servizi territoriali.

In coerenza poi con le strategie europee si punterà a favorire la creazione di imprese femminili e sull’introduzione della “certificazione della parità di genere” (?).

Si progetta, inoltre, di promuovere l’acquisizione di nuove competenze da parte delle giovani generazioni scommettendo sulla capacità di rendere più efficace il matching tra il sistema di istruzione e formazione e il mercato del lavoro “reale” mediante, in particolare, il rafforzamento del “Sistema Duale”, dell’istituto dell’apprendistato, e il potenziamento del “Servizio Civile Universale” per i giovani tra i 18 e i 28 anni.

Gli obiettivi, insomma, sono certamente condivisibili e, probabilmente, su queste priorità si troverà, senza particolari difficoltà, l’accordo di tutte le forze politiche. Il difficile, come spesso nel nostro Paese, verrà quando saremo chiamati a trasformare i progetti in “solide realtà”, citando una nota pubblicità. La vera sfida, insomma, non sarà scrivere (bene) il piano, ma implementarlo in maniera che le risorse (tante) a disposizione raggiungano gli ambiziosi obiettivi che il Governo (e il Paese) si pone.

La buona riuscita sarà, tuttavia, possibile solo se tutti, per le proprie competenze e responsabilità, a partire dalla politica, le parti sociali, il mondo della formazione e quello delle imprese nonché i cittadini, faranno la loro parte.

“Andrà tutto bene” (come vedevamo scritti sui balconi solo un anno fa) infatti solo se il Paese uscirà tutto insieme, e speriamo il prima possibile, dalla crisi che stiamo vivendo.

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