POSTI VACANTI/ Perché le aziende non trovano lavoratori con così tanti disoccupati?

- Francesco Giubileo

In Italia ci sono molti posti vacanti nonostante l’alto numero di disoccupati. Un paradosso che si spiega con un gap formativo

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Torniamo a parlare della difficoltà di reperimento, in un Paese in cui ci sono 2,4 milioni di disoccupati e circa 2,9 milioni di inattivi disposti a lavorare. Si tratta di un paradosso incomprensibile e la domanda che dovremmo farci è: perché esiste questa situazione?

Prima di rispondere, dovremmo pensare a una “constatazione”, ovvero che reclutamento/ricerca del lavoro sono diventate pratiche estremamente facili da realizzare, basta infatti “googlare” il professionista che si sta cercando e si apre un mondo di attori disponibili ad aiutare (gratis o pagamento) il datore di lavoro nella sua ricerca. Analogamente per il disoccupato basta fare la stessa cosa, ovvero “googlare” la professione che si sta cercando e avere a disposizione un oceano di piattaforme che pubblicano opportunità di lavoro (vacancy). [1]

Tornando al paradosso, perché non si trovano alcuni professionisti nel mercato del lavoro? Dobbiamo innanzitutto fare un “distinguo” tra professioni tecniche/iper-qualificate e le mansioni manovali o di bassa qualifica (in questo breve contributo tratteremo solo la prima tipologia). 

In merito alle professioni tecniche/iper-qualificate è necessario a loro volta suddividere in professioni altamente qualificate (ingegneri, medici/sanitari, informativi) e figure tecniche qualificate come (saldatori, manutentori, idraulici, elettricisti). Nel caso delle figure come l’ingegnere, la difficoltà di reperimento è dettata da un surplus di domanda rispetto all’offerta disponibile di laureati. Si tratta di una laurea scientifica che chiede investimento in termini di tempo per acquisire competenze specifiche: per queste professioni (come per quelle sanitarie), l’unico modo per avere questa manodopera è offrire un salario superiore a quello di mercato. Attenzione ho scritto mercato non Ccnl di riferimento. In alternativa, per almeno alcune figure come gli informatici, la mancanza di manodopera potrebbe essere risolta con un processo di acquisizione di specifiche competenze da parte dei diplomati, attraverso un processo micro-credentials come oggi avviene per alcune figure da inserire in colossi come Google o Amazon.

Per quanto riguarda manutentori, idraulici e saldatori la situazione non è molto diversa da quanto detto per gli ingegneri: il sistema IEFP che sforna annualmente queste figure tecniche qualificate è scelto solo dal 15% dei giovani, perciò il numero è sempre più basso. A ciò si aggiunge che molti di loro potrebbero optare per fare i frontalieri in Svizzera (ne servono a spanne 40mila nei prossimi anni), dove lo stipendio minimo è almeno un triplo di quello italiano.

Certo si potrebbe influenzare la scelta dei giovani, puntando alla valorizzazione del “saper-fare”, ma in Italia i primi a volere i figli “dottori” (come cantavano i Modena) sono proprio i genitori italiani. Al professionale si pensa sempre ci debba andare il figlio di qualcun altro (mai quello di un professore, notaio, avvocato, medico, ecc.), infatti è spesso diventata la scuola delle seconde generazioni dei migranti, al massimo diventa una seconda “scelta” in caso di pluri-bocciature ai licei.

A eccezione della “ristorazione”, grazie ai vari Masterchef (dimostrando quanto la comunicazione sia importante nelle scelte dei giovani, molto di più delle possibili chance occupazionali), il sistema professionale non gode di una buona reputazione, ma anche nel caso si potenziasse l’offerta resta sempre il problema dei bassi salari da lavoro. Questo spiega anche perché tantissime di queste figure tecniche qualificate si spostano nel mondo del lavoro autonomo: i margini di profitto sono decisamente più alti.

Il paradosso è così spiegato, le migliaia di vacancy di difficile reperimento non possono essere raccolte dai 6 milioni di disoccupati perché non adeguatamente formati o competenti e il “gap” potrebbe essere colmato solo con percorsi di qualifica di lungo periodo (almeno nel caso delle figure tecniche professionali), ma in quel caso quale datore di lavoro aspetterebbe così tanto? Senza considerare il rischio che anche le future generazioni di tecnici e specialistici possano propendere per il lavoro autonomo piuttosto che per quello subordinato.

[1] In merito alle nuove modalità di ricerca del lavoro, segnalo il mio nuovo libro, dedicato a tutti quegli inoccupati o disoccupati che sono alle prime esperienze nel cercare lavoro tramite il web.

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