POVERTÀ E SALUTE/ Dimmi dove abiti (a Roma) e ti dirò quanto vivi

- Carlo Zocchetti

Secondo l’Istat aumenta la povertà relativa, si mantiene alta quella assoluta. Quali conseguenze hanno le diseguaglianze sulla salute? L’esempio di Roma

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Movida notturna a Roma Trastevere (LaPresse)

Come tutti gli anni, l’Istat ci presenta le sue statistiche sulla povertà della popolazione italiana. Secondo i dati e le elaborazioni riferiti al 2021:

“sono in condizione di povertà assoluta poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale, da 7,7% nel 2020) e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente): pertanto la povertà assoluta conferma sostanzialmente i massimi storici toccati nel 2020, anno d’inizio della pandemia dovuta al virus Sars-Cov-2”;

– “per la povertà relativa l’incidenza sale all’11,1% (da 10,1% del 2020) e le famiglie sotto la soglia sono circa 2,9 milioni (2,6 milioni nel 2020)” per un totale di quasi 8,8 milioni di individui (14,8%, contro il 13,5%).

Nota Bene. Povertà assoluta: sono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia di povertà assoluta (soglia che si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per ripartizione geografica e per tipo di comune di residenza e che rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta).

Povertà relativa: sono considerate povere relative le famiglie che hanno una spesa per consumi al di sotto di una soglia di povertà relativa convenzionale (linea di povertà). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore sono classificate come povere. Per famiglie di ampiezza diversa il valore della linea si ottiene applicando un’opportuna scala di equivalenza, che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti.

Il livello raggiunto dalla povertà assoluta nel 2021 (7,5%) è tra i più elevati dall’anno in cui si è iniziato a misurare questo indicatore. Guardando all’ultimo quinquennio, nel 2017 l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta era del 6,9%, in forte crescita sull’anno precedente (6,3%) e nettamente superiore a quella media del quadriennio precedente (2013-2016) quando risultava stabile e pari al 6,1%.

L’intensità della povertà assoluta – che misura in termini percentuali quanto la spesa mensile delle famiglie povere sia in media al di sotto della linea di povertà (cioè “quanto poveri sono i poveri”) – rimane anch’essa sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente (18,7%): sono in salita le regioni del Centro del nostro Paese (che arriva al 17,3% dal 16,1% del 2020) e quelle del Nord-ovest (19,3% dal 18,6%). Inoltre, l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta è più alta, e in aumento, nel Mezzogiorno (10,0%, da 9,4% del 2020) mentre è più bassa e scende in misura significativa al Nord (6,7% da 7,6%).

Fin qui le informazioni più aggiornate fornite dall’Istat, informazioni piuttosto rilevanti anche se di per sé non nuove nella sostanza (salvo l’aggiornamento specifico dei numeri): il Rapporto infatti ormai si ripete da diversi anni.

Ma le differenze di povertà (e più in generale, ma anche meno specificamente, per status socioeconomico, o ancora più ampiamente per disuguaglianze sociali) si rilevano solo per macro aggregati territoriali ampi (Nord, Centro, Sud) o caratterizzano con maggiore dettaglio il luogo in cui si vive? E queste disuguaglianze hanno anche conseguenze sulla salute?

La letteratura scientifica nazionale ed internazionale in proposito è molto ampia ed univoca nei risultati: le disuguaglianze socioeconomiche hanno rilevanti effetti sulla salute in termini di mortalità, ricoveri, accessi ai servizi, etc., tutti eventi che risultano più sfavorevoli (maggiore mortalità e ricoveri, minore accesso ai servizi, etc.) per chi si trova nelle condizioni socioeconomiche più svantaggiate.

Un incontro che si è tenuto a Roma il 15 giugno (presso lo Spazio Scena, promosso dalla Biblioteca Alessandro Liberati e dal Dipartimento di Epidemiologia del Lazio) ci offre un interessante spunto per approfondire l’argomento proprio con specifico riferimento alla situazione della capitale (una volta tanto non si parla solo di Lombardia), perché sono stati presentati i risultati di una ricerca (condotta proprio dal Dep Lazio) che descrive la speranza di vita alla nascita e i differenziali socioeconomici di questo indicatore a seconda del distretto di Roma in cui si risiede (con dettagli che arrivano a vedere le analisi per quartiere e per le 155 zone urbanistiche della capitale). In particolare lo studio ha cercato di analizzare le variazioni nella Speranza di vita (SdV) a Roma per genere, per livello socioeconomico e per zona di residenza tra il 2006 e il 2017 (suddividendo la finestra temporale in 4 trienni). L’analisi è stata condotta su 329.426 decessi avvenuti nel periodo.

Per misurare lo stato socioeconomico dei residenti a Roma è stato utilizzato un indice sintetico di deprivazione definito sulla base dei dati del Censimento 2011 a livello di sezione di censimento. Per ogni sezione sono stati considerati 10 indicatori: a) istruzione: percentuale di soggetti con al massimo la licenza elementare sulla popolazione di 10 anni e più; b) occupazione: tasso di disoccupazione; c) condizione professionale: percentuale di operai con bassa qualifica sul totale degli occupati; d) composizione familiare: percentuale di famiglie monogenitoriali; e) condizione abitativa: percentuale di famiglie che vivono in affitto; f) benessere materiale: percentuale di famiglie senza automobile a disposizione; g) percentuale di famiglie con almeno un componente straniero proveniente da un Paese a forte pressione migratoria (Pfpm); h) percentuale di famiglie che vivono in condizioni di sovraffollamento; i) percentuale di famiglie senza una connessione Internet a disposizione nell’abitazione; l) percentuale di alloggi senza aria condizionata. Combinando (con opportune procedure statistiche) questi indicatori sono state definite 4 classi di livello socioeconomico (alto, medio-alto, medio-basso e basso) in corrispondenza dei percentili 20esimo, 50esimo e 80esimo.

In termini sintetici il risultato più rilevante è rappresentato nella figura che segue (Figura 1), dove è rappresentato, separatamente per maschi e femmine, l’andamento nel tempo della speranza di vita alla nascita per livello socioeconomico nella città di Roma nel periodo 2006-2017.

Figura 1. Andamento nel tempo della speranza di vita alla nascita, per livello socioeconomico, nella città di Roma, separatamente per maschi e femmine, nel periodo 2006-2017.

Sono tante le osservazioni che si possono avanzare. Alcune più note: la SdV alla nascita delle femmine dell’intera città è superiore a quella dei maschi (erano quasi 5 anni nel 2006-2008, sono diventati 4 nel 2015-2017); la SdV alla nascita è in aumento sia nei maschi (da 78,7 nel 2006-2008 a 80,4 nel 2015-2017) che nelle femmine (da 83,6 nel 2006-2008 a 84,4 nel 2015-2017). Altre meno note, ed è il caso della condizione socioeconomica: sia nei maschi che nelle femmine la SdV alla nascita è superiore nei soggetti di stato socioeconomico più elevato e decresce col peggiorare di tale stato (con le categorie Medio-Basso e Basso che presentano valori praticamente identici). Il differenziale di speranza di vita alla nascita nei maschi era 1,5 anni nel 2005-2008 ed è diventato 1,8 anni nel 2015-2017; nelle femmine era 0,6 anni nel 2005-2008 ed è diventato 1 anno nel 2015-2017.

In parole meno tecniche: sia nei maschi che nelle femmine la SdV alla nascita sta aumentando (cioè vivremo tutti più a lungo) ma questo aumento non è uguale per tutti, perché in entrambi i sessi chi è socioeconomicamente più avvantaggiato vivrà più a lungo di chi appartiene ad uno stato socioeconomico più svantaggiato (la vita è più breve per i più poveri), ed il gap in speranza di vita tra i gruppi a diversa condizione socioeconomica sta aumentando col passare degli anni.

Una seconda serie di informazioni sulla variabilità della SdV emerge dalla analisi dei distretti di cui si compone la città di Roma. Lo si vede nella Figura 2 dal punto di vista della posizione territoriale e nella Figura 3 in termini quantitativi: in entrambe le figure sono messi a confronto la speranza di vita alla nascita nel periodo 2006-2008 e nel periodo 2015-2017.

Figura 2. Andamento territoriale della speranza di vita alla nascita nei distretti della città di Roma, nel periodo 2006-2008 e 2015-2017, separatamente per maschi e femmine.

Figura 3. Andamento della speranza di vita alla nascita nei distretti della città di Roma, nel periodo 2006-2008 e 2015-2017, separatamente per maschi e femmine.

Si osserva innanzitutto (Figura 2) la distribuzione geografica quasi identica nella SdV alla nascita tra maschi e femmine tra il periodo 2006-2008 ed il periodo 2015-2017, indice che risiedere in un determinato distretto condiziona in maniera importante la speranza di vita. Ad esempio, passando ai valori quantitativi (Figura 3): per i maschi, chi risiedeva nel 2006-2008 nel distretto 06 aveva una SdV alla nascita di 77,3 anni mentre risiedere nel distretto 01 gli assegnava una speranza di vita di 80,5 anni; allo stesso modo, chi risiedeva nel 2015-2017 nel distretto 06 aveva una SdV alla nascita di 79 anni mentre risiedere nel distretto 01 gli assegnava una speranza di vita di 81,3 anni.

Il differenziale nella SdV tra il distretto dove l’attesa di vita è più alta e dove invece è più bassa è di ben 2,3 anni tra i maschi nel periodo 2015-2017 (era di 3,2 anni nel 2006-2008) e di 1,3 anni tra le femmine nel periodo 2015-2017 (era di 2,2 anni nel 2006-2008).

Quello che si è dettagliatamente descritto per Roma a titolo esemplificativo non vale solo per la capitale. Studi analoghi sono già stati condotti, ad esempio, per Milano e Torino, usando talvolta altri indicatori (ricoveri, …), ed anche in queste città emergono risultati e considerazioni simili seppure con finestre temporali più limitate.

Quali le cause dei risultati osservati? Le differenze nei profili di sopravvivenza, in generale, sono la conseguenza di una combinazione complessa di diversi fattori, sociali e individuali. La condizione socioeconomica, ad esempio, è un macro indicatore di fragilità caratterizzato dalla presenza di diversi elementi eterogenei (povertà materiale, abitudini di vita, dieta, tipo di professione, livello di istruzione, contesto sociale e ambientale, …). Anche la residenza rappresenta una proxy di fragilità che subisce la pressione di diversi fattori (diverso inquinamento ambientale, contesto produttivo e professionale, condizione sociale, povertà materiale, …) ed in termini generali risulta abbastanza correlata con le condizioni socioeconomiche, al punto che il semplice nome del quartiere, o la sua posizione nella geografia di una città, anche nell’immaginario collettivo è spesso sufficiente per definirne lo stato socioeconomico o il livello di reddito.

Come dicono gli Autori dello studio sulla capitale (Epidemiol Prev 2020; 44 (5-6): 342-348): “La popolazione appartenente a livelli di posizione socioeconomica più bassa tende a essere più esposta ai rischi per la salute sia per il contesto ambientale, sia perché è più propensa ad aderire a comportamenti non salutari, come fumo, dieta inadeguata, consumo eccessivo di alcol e mancanza di esercizio fisico. A seconda della posizione sociale varia, inoltre, la vulnerabilità individuale: persone di bassa posizione sociale subiscono effetti sfavorevoli sulla salute più gravi rispetto alle persone di alta posizione sociale, hanno meno risorse per fronteggiare o prevenire gli effetti negativi sulla salute e meno capacità di scegliere le cure più appropriate”.

Proprio la complessità delle cause potenziali (e delle loro interazioni) che è all’origine delle differenze nei profili di sopravvivenza giustifica, come nel caso di Roma che si è qui documentato, l’utilizzo di macro indicatori (distretto, condizione socioeconomica), ben consci che questi da una parte non riescono ad individuare specifici fattori di rischio (povertà materiale, abitudini di vita, professione, inquinamento ambientale, …) ma dall’altra permettono di identificare aree geografiche più fragili sulle quali poter intervenire oppure settori di problemi cui dedicare maggiore attenzione.

Volendo riassumere, soprattutto per i non addetti ai lavori ma non solo, i risultati qui riportati con uno slogan, necessariamente grossolano ma probabilmente facile da interpretare per chiunque, si potrebbe dire: “la vita è più breve per i più poveri e socialmente svantaggiati”.

In conclusione. Il valore esemplificativo dei risultati relativi alla capitale mette ulteriormente in evidenza come le analisi delle differenze geografiche e socioeconomiche di alcuni indicatori sanitari, come la speranza di vita alla nascita, e delle modificazioni nel tempo di tali differenze forniscono informazioni importanti per identificare le aree ed i gruppi di popolazione verso cui indirizzare interventi mirati di programmazione sanitaria, ed in particolare di prevenzione.

Prendendo ancora a prestito le conclusioni suggerite dagli Autori: “Questi risultati hanno importanti implicazioni di sanità pubblica e sono utili per orientare le politiche e i programmi di prevenzione, poiché consentono di identificare le aree della città e i sottogruppi di popolazione dove è necessario predisporre azioni prioritarie e mirate per ridurre le disuguaglianze di salute attraverso la promozione degli stili di vita sani e riducendo i rischi legati all’ambiente di vita e di lavoro”.

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