PRESSIONE FISCALE AL 52%/ Ma il vero pericolo è il debito in aumento

- Stefano Masa

I dati diffusi ieri dall’Istat vanno ben letti. E c’è soprattutto da ricordare il pericolo rappresentato da un debito pubblico crescente

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LaPresse

Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Un interrogativo che non può avere un’esaustiva risposta soprattutto in base al contesto nel quale ci si trova. Sia per chi vede “il pieno” al pari di colui che vede “il vuoto” le obiezioni potrebbero essere moltissime. Per scrive, invece, alla vexata quaestio il riscontro è sempre il medesimo: se il famigerato bicchiere contiene qualcosa,”questo qualcosa” rappresenta un’oggettivazione occupazione di spazio e pertanto bisogna semplicemente quantificare il quantum che potrà essere sufficiente, non sufficiente e così via. Il “qualcosa” è tale e pertanto rimane, esiste. 

E sulla base di queste sottili considerazioni, il dato di ieri diffuso dall’Istat (Bollettino sul IV trimestre 2020) deve imporre un’attenta analisi e conseguente interpretazione. Leggendo i titoli si apprende come in Italia ci sia stato un incremento della pressione fiscale (salita al 52%), accompagnata da un calo nei redditi disponibili delle famiglie e un aumento del risparmio. Tenuto conto del periodo, e preso atto di tale informazione, il dato sulla pressione fiscale (aumentata) comporterebbe un inevitabile spasmo (o ben altro) nel lettore, ma, è opportuno dirlo, è necessario contestualizzare il tutto. Proprio come per il nostro iniziale bicchiere.

Nel periodico bollettino Istat – alla sua prima pagina – si può apprendere come: «La pressione fiscale è stata pari al 52,0%, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, nonostante la riduzione delle entrate fiscali e contributive» e inoltre «il reddito disponibile della famiglie consumatrici è diminuito dell’1,8% rispetto al trimestre precedente, e i relativi consumi finali del 2,5%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari al 15,2%, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente». 

Andando oltre, ovvero alla successiva pagina 3 e ai suoi relativi riquadri, le informazioni in capo alle “Amministrazioni pubbliche” sono: «Le uscite totali nel quarto trimestre 2020 sono aumentate del 9,8% rispetto al corrispondente periodo del 2019 e la loro incidenza sul Pil (pari al 61,5%) è salita in termini tendenziali di 8,1 punti percentuali. Nei quattro trimestri del 2020 la relativa incidenza è stata pari al 57,3%, in aumento di 8,7 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2019».

Le “entrate totali” invece: «nel quarto trimestre 2020 sono diminuite in termini tendenziali del 2,9% e la loro incidenza sul Pil è stata del 56,3%» ossia «nei quattro trimestri dell’anno, l’incidenza delle entrate totali sul Pil è stata del 47,8%, in aumento di 0,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente». Infine, quale stretta conseguenza tra le maggiori uscite e le minori entrate ecco giungere il dato sulla pressione fiscale (2020 rispetto al 2019): «attestata al 43,1% del Pil, in aumento rispetto al 42,4% del 2019».

È innegabile l’incremento della pressione fiscale, ma è pur vero che la stessa sia in stretta correlazione (essendo la risultanza di un rapporto matematico) con il maggior aumento delle uscite (anno 2020) giunte a quota 946.219 milioni di euro (871.003 milioni del 2019) e alle minori entrate pari a 789.359 milioni di euro pur in diminuzione rispetto all’anno precedente (843.102 milioni di euro). Avendo una base di calcolo inferiore – poiché gravata da maggiori esborsi (rif. uscite) – e un’aliquota fiscale media costante appare superfluo sottolineare come l’incremento (nel nostro caso della pressione fiscale) ne sia la stretta conseguenza. 

Prescindendo da questa nostra considerazione, che in qualche modo argina il comunque pesante saldo finale negativo, riteniamo opportuno evidenziare una nota positiva (sempre presente nel Bollettino Istat) che riguarda le cosiddette “Società non finanziarie” e il loro tasso di investimento: «Nel quarto trimestre 2020 è stato pari al 21,6%, in aumento di 0,6 punti percentuali rispetto al trimestre precedente». Potrebbe trattarsi di una magra consolazione nell’intero scenario economico che stiamo vivendo, ma, anche questo è innegabile, il dato è positivo. 

L’insieme di quanto finora illustrato (il Bollettino Istat riporta altri dati) potrebbe – di fatto – rappresentare un “bicchiere” di certo non sufficientemente pieno e – il poco contenuto – non basterà perché irrisorio. La sete è molta e, scrutando l’intero fragile contenitore, si può constatare un foro dalla dimensioni significative che, dalla metafora alla realtà, trova la sua diretta collocazione con il dato sul debito a quota 2.569.248 milioni di euro (2.409.904 milioni nel 2019) e la sua percentuale rispetto al Pil ormai a 155,6% e pertanto in serio e deciso aumento nei confronti dei circa 134 punti percentuali degli ultimi anni: 134,1 (2017), 134,4 (2018) e 134,6 (2019). 

I dati, purtroppo, sono questi e il volerli mostrare sotto un’altra luce non trova grossi spiragli. Il rilievo sul nostro debito nazionale oscura ogni potenziale auspicio e questo è il primo dei nostri problemi poiché in assenza di luminosità un bicchiere già fragile, e seriamente danneggiato, potrebbe facilmente frantumarsi. 

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