PREZZO DEL PETROLIO/ La mossa di Opec e Russia contro gli Usa

- Paolo Annoni

Il crollo del prezzo del petrolio risponde al tentativo di Russia e Opec di provare a imporre un taglio al settore dello shale oil americano

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Vladimir Putin (Lapresse)

Il crollo del prezzo del petrolio degli ultimi giorni è il risultato di diversi fattori. Fino a dicembre tra i temi principali su cui ci si interrogava per fare previsioni sul trend del prezzo c’erano l’andamento della domanda di petrolio e le prospettive dello shale oil americano. Nel primo caso si cercava di capire quanto pronunciato sarebbe stato il rallentamento economico nel 2020 con gli effetti della guerra commerciale. Siamo distanti anni luce da quello che è successo nelle ultime settimane con l’esplosione del coronavirus e i suoi effetti sull’economia globale. Oggi si è cristallizzata la previsione che il 2020 sarà il primo anno con un calo della domanda dal 2009 quando il mondo si leccava le ferite del fallimento di Lehman Brothers. Nel secondo caso la questione verteva sulla capacità del settore oil americano di continuare a incrementare la produzione in un contesto di prezzi meno favorevole.

Gli Stati Uniti sono diventanti il primo produttore al mondo di petrolio con una crescita spettacolare e una produzione più che raddoppiata in meno di dieci anni. Il mercato americano ha cambiato il mercato globale, ha rubato quote ai concorrenti e si è dimostrato sostanzialmente anelastico rispetto a quello che succedeva, per esempio dopo lo shock nel 2014, avvantaggiandosi sia dei tagli degli altri, sia di un sistema finanziario che pompava soldi anche su aziende fragili.

Con lo scoppio del coronavirus e il rallentamento globale Opec e Russia hanno iniziato le discussioni, come da previsioni, su tagli alla produzione che tenessero stabile il prezzo del petrolio. I tagli in un mercato che scende sarebbero andati ancora a favore del settore americano, solo che questa volta la Russia si è rifiutata di “fare un regalo” ai produttori nordamericani. Nei fatti si sta provando a imporre un taglio al settore dello shale oil, che negli Usa ha un costo di equilibrio superiore a quello di molte altre geografie e in più è finanziariamente fragile con un mare di obbligazioni a medio o alto rischio; se i prezzi rimanessero bassi per un periodo abbastanza lungo di tempo il settore entrerebbe in crisi e la produzione comincerebbe a scendere. Nei fatti significa costringere il settore americano a normalizzarsi e provare a togliergli il ruolo primario assunto negli ultimi anni nel determinare i prezzi.

Se è questo lo scenario e se l’obiettivo è mettere sabbia negli ingranaggi del settore shale, allora diventa difficile prevedere una normalizzazione. È probabile che il settore americano si consolidi con il ruolo attivo dei player più grandi e diventi alla fine strutturalmente più razionale con un numero molto inferiore di operatori; è altrettanto probabile che la Fed e il Governo americano siano costretti a supportare finanziariamente il settore. Segnaliamo come corollario gli effetti sulla “rivoluzione verde”; il mix di crisi economica e prezzi degli idrocarburi bassi potrebbe rallentare di molto una transizione che è sicuramente costosissima e non si sa bene quanto veramente sostenibile.



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