“Prima dose vaccino Pfizer non ferma trasmissione Covid”/ Il primo studio post mortem

- Silvana Palazzo

“Una singola dose di vaccino Pfizer non ferma trasmissione Covid”: i risultati del primo studio post mortem condotto su un vaccinato. I dubbi sull’immunità sterile

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Il vaccino Pfizer-Biontech (LaPresse)

Una singola dose di vaccino BNT162b2, meglio noto come Comirnaty, è in grado di suscitare una immunogenicità significativa. L’ulteriore conferma arriva dal primo studio post mortem in un paziente vaccinato contro il Covid con il siero sviluppato da Pfizer e BioNTech. Si tratta di un uomo di 86 anni che è morto 4 settimane dopo la somministrazione della prima dose per insufficienza renale e respiratoria acuta. Sebbene non abbia mostrato alcun sintomo specifico legato al Covid, è risultato positivo al tampone prima di morire. Dunque, era asintomatico. Lo studio condotto in Germania, pubblicato nell’edizione di giugno della rivista scientifica International Journal of Infectious Diseases, evidenzia che l’anziano è morto per broncopolmonite acuta e insufficienza tubulare, ma non è stato riscontrato alcun tratto morfologico del Covid. Peraltro, la mappatura molecolare post mortem ha rilevato valori rilevanti del virus in tutti gli organi esaminati, tranne nel fegato e nel bulbo olfattivo, pertanto gli scienziati ritengono che la prima dose induca immunogenicità, ma non immunità sterile. Questo vuol dire che la prima dose di vaccino Pfizer produce una risposta a livello immunitario, ma non ferma la circolazione del coronavirus.

IL PRIMO STUDIO POST MORTEM SU UN VACCINATO

L’anziano di 86 anni, residente in una casa di riposo, aveva ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer il 9 gennaio 2021. Nelle due settimane successive non ha mostrato alcun sintomo, invece il 18esimo giorno è stato ricoverato in ospedale per il peggioramento della diarrea. L’anamnesi passata includeva ipertensione arteriosa sistemica, insufficienza venosa cronica, demenza e carcinoma della prostata. Non avendo mostrato alcun segno clinico del Covid, non è stato isolato. I test di laboratorio hanno poi rivelato un’anemia ipocromica e un aumento dei livelli sferici di creatina. Il test antigenico e il tampone molecolare hanno dato entrambi esito negativo. Dalla gastroscopia e colonscopia, eseguite per scoprire la causa della diarrea, è emersa una lesione ulcerativa della flessione del colon sinistro, diagnosticata istologicamente come colite ischemica. Anche l’analisi dei campioni bioptici ha dato esito negativo per quanto riguarda il coronavirus. Le condizioni dell’uomo sono peggiorate con lo sviluppo di un’insufficienza renale. Il giorno 24 però un paziente della stessa stanza d’ospedale in cui l’86enne era ricoverato è risultato positivo. Il giorno successivo lo stesso anziano è risultato positivo, peraltro con un’alta carica virale.

I DUBBI SULL’IMMUNITÀ STERILE

L’anziano non è risultato positivo alle varianti inglese, sudafricana e brasiliana. Si è poi concluso che sia stato infettato dal vicino di stanza. Sono emerse febbre e problemi respiratori, quindi è stato aiutato con ossigeno supplementare e terapia antibiotica, ma il paziente è morto il giorno successivo. Dalle analisi post mortem è emerso che il paziente aveva già sviluppato un’immunogenicità rilevante attraverso il vaccino Pfizer, ma Rna virale era finito in quasi tutti gli organi esaminati ad eccezione del fegato e del bulbo olfattivo. Per gli scienziati che hanno condotto lo studio ciò vuol dire che l’infezione era in una fase iniziale e che anche gli altri organi sarebbero poi stati colpiti dalla diffusione sistemica del coronavirus. I risultati di questa ricerca, dunque, confermano che il vaccino anti Covid riduce la gravità della malattia, soprattutto quella polmonare grave, e che la prima dose suscita una buona reazione immunitaria, ma non si sviluppa l’immunità sterile, per la quale servono ulteriori studi, in particolare dopo il richiamo.



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