Processo Eni-Nigeria/ Il pm alla Corte “Prova diabolica? Qui non siamo in un film”

- Davide Giancristofaro Alberti

Processo Eni-Nigeria, requisitoria del pm Fabio De Pasquale, che si è rivolto alla Corte sostendo la tesi dell’accusa, secondo cui il colosso energetico avrebbe pagato una tangente per acquisire un pozzo in Nigeria

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Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni (LaPresse)

Prosegue il processo nei confronti di Eni in merito all’acquisto di un pozzo petrolifero in Nigeria risalente al 2011. Come riferisce l’edizione online del Corriere della Sera in data 23 luglio, nella seconda giornata di requisitoria il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale si è rivolto così ai giudici: «La linea difensiva accreditata da Eni – parole riportate dal quotidiano di cui sopra, poi riprese da Dagospia.com – e cioé non aver mai utilizzato intermediari, è una cosa che contrasta con la realtà, e che è anche un po’ intollerabile perché ripetuta innumerevoli volte non solo sui media ma pure in contesti istituzionali, e mi riferisco a una audizione in Commissione Industria dell’allora vertice di Eni». Secondo l’accusa, sarebbe stata versata una tangente da circa 1.9 miliardi di dollari, nei confronti di diversi soggetti, fra cui il ministro del petrolio nigeriano Etete, per cui è stata chiesta una condanna a 10 anni. «Eni e Shell – ha proseguito il pm – hanno dovuto scegliere come intermediari l’una il nigeriano Emeka Obi e l’altra l’azero Agaev, cioè in entrambi i casi due consulenti di Etete».

PROCESSO ENI-NIGERIA, PM DE PASQUALE: “SHELL SPECCHIO OLANDESE DI ENI”

De Pasquale punta anche il dito nei confronti di Shell: «potremmo chiamarle “lo specchio olandese” di Eni – riassume il pm – dove cioè Eni si specchia nel conoscere che i soldi vanno in tangenti. Eni non lo ha mai messo per iscritto; Shell invece (forse perché nella sua storia non aveva mai subito una perquisizione e dunque non pensava mai di potervi essere sottoposta) lo ha fatto». Il pubblico ministero si riferisce in particolare a delle email sequestrate nel 2016 alla Shell in Olanda, che fornirebbe allo stesso “esistenza e consapevolezza di un «pay off» – scrive ancora il Corriere della Sera – cioé di «compensi (a fronte di qualcosa di disonesto») tra «i tanti squali che giravano intorno all’affare»”. De Pasquale usa addirittura le parole «la formula delle tangenti: i soldi di Eni, più i soldi di Shell, uguale la tangente». Ad un certo punto lo stesso pm si è rivolto così al tribunale: «Non chiedeteci una prova diabolica, non siamo in un film dove c’è la pistola fumante: vi chiediamo di valutare le prove come le intendono le convenzioni internazionali, quindi anche gli indizi nel loro complesso, quindi anche i pezzi della pistola fumante quando li si trova in giro», alludendo alle presunte tangenti di cui sopra, senza che però vi sia la prova fisica della stessa. Sarà sufficiente per il tribunale condannare, come chiesto dall’accusa, a 8 anni l’ad Eni Claudio Descalzi e al suo predecessore Paolo Scaroni?

PROCESSO ENI-NIGERIA, IL 9 SETTEMBRE LA PROSSIMA UDIENZA

Il processo riprenderà il 9 settembre, quando sarà la volta dell’avvocato Lucio Lucia e la collega Valentina Alberta, che rappresentano gli interessi della Nigeria, e quando si terranno le varie arringhe dei difensori. Il verdetto è invece atteso entro la fine dell’anno 2020, massimo inizio dell’anno che verrà, coronavirus permettendo. Eni ha fatto sapere di «considerare prive di qualsiasi fondamento le richieste di condanna avanzate dal pm», il quale nella requisitoria, «in assenza di qualsivoglia prova o richiamo concreto ai contenuti della istruttoria dibattimentale», avrebbe «ribadito la stessa narrativa della fase di indagini, basata su suggestioni e deduzioni, ignorando che sia i testimoni, sia la documentazione emersa hanno smentito, in due anni di processo e oltre quaranta udienze, le tesi accusatorie». Inoltre, ritiene che «le difese dimostreranno al Tribunale che Eni e il suo management operarono in modo assolutamente corretto nell’ambito dell’operazione Opl245», perché «Eni e Shell corrisposero per la licenza un prezzo d’acquisto congruo e ragionevole direttamente al governo nigeriano, come contrattualmente previsto attraverso modalità chiare, lineari e trasparenti».

ENI RIMANDA AL MITTENTE OGNI ACCUSA: “NON ESISTONO TANGENTI”

«Eni, inoltre, non conosceva, né era tenuta a conoscere, l’eventuale destinazione dei fondi successivamente versati a Malabu dal governo nigeriano, pagamento che peraltro avvenne dopo un’istruttoria dell’Autorità Anticorruzione della Gran Bretagna (SOCA)». Eni rimanda al mittente qualsiasi accusa, e per il colosso energetico «non esistono tangenti Eni in Nigeria e non esiste uno scandalo Eni», anzi «i provvedimenti del Dipartimento di Giustizia e dalla Sec americani hanno chiuso le proprie indagini senza intraprendere alcuna azione nei confronti della società. Le molteplici indagini interne affidate a soggetti terzi internazionali da parte degli organi di controllo della società avevano già da tempo evidenziato l’assenza di condotte illecite».

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