PROFUGHI AFGANI/ “Non possiamo farne uscire altri senza accordi con i talebani”

- int. Marco Bertolini

Tantissimi collaboratori dell’esercito e della diplomazia italiana in Afghanistan chiedono di venire via, ma al momento ogni strada è chiusa

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Profughi afghani a Fiumicino (LaPresse)

Nonostante l’Italia, nei pochi giorni a disposizione per l’evacuazione dall’Afghanistan abbia fatto arrivare nel nostro paese circa 5mila persone, uno dei numeri più alti tra i paesi europei, sono ancora tantissimi i nostri collaboratori e familiari rimasti nel paese. Persone che chiedono a gran voce la possibilità di andare via, anche perché molti erano collaboratori dei nostri soldati, lavoravano nei nostri campi militari e i talebani non li perdonano, tanto che diversi di loro sono già stati uccisi. Secondo il generale Marco Bertolinigià comandante della Brigata paracadutisti Folgore a Kabul nel 2008 e capo di stato maggiore Isaf, che grazie alla sua presenza nel paese sa chi sono i reali collaboratori, “bisogna valutare caso per caso, perché un conto sono coloro che realmente collaboravano in maniera diretta con noi, un conto sono quelli con cui c’erano dei contatti estemporanei”.

A prescindere da questo, il problema è comunque come farlo, visto che al momento non ci sono relazioni con il governo talebano, i cui miliziani sono impegnati a dare la caccia a quanti collaboravano con le forze della coalizione occidentale: “Bisogna aprire il dialogo, perché ci piaccia o no adesso sono loro ad avere il potere. Innalzare dei muri servirebbe solo a farli irrigidire e a rinchiudere il popolo in un immenso carcere da dove non potranno mai più andare via”.

Si parla di migliaia di persone che chiedono all’Italia l’aiuto per poter lasciare l’Afghanistan. Lei in Afghanistan c’è stato, sono realmente così numerosi?

Migliaia direi che è un numero eccessivo. È vero che abbiamo avuto a che fare con migliaia di persone, attraverso contatti estemporanei, ma i collaboratori che erano i nostri interpreti o che lavoravano nei campi militari non erano così tanti.

Si sommano però i familiari di afghani arrivati in Italia, ci sono tante famiglie divise che chiedono di riunirsi. C’è, secondo lei, la possibilità di trattare con i talebani?

Credo che, dato per scontato il diritto di scegliere se andare o rimanere, per quanto riguarda il coinvolgimento dell’Italia bisogna fare molta attenzione.

In che senso?

Bisogna innanzitutto vedere caso per caso chi sono i collaboratori, come dicevo prima. Oltre a questo, se vogliamo portare via altre persone, dobbiamo avere dei contatti con i talebani, non basta la nostra volontà di accoglienza per farli venire qua. Sono necessari accordi diretti, perché ad esempio andare da Herat a Kabul, dove c’è l’unico aeroporto funzionante, non è una impresa da poco, soprattutto se non hai il benestare dei talebani.

Dialogare quindi?

Le autorità locali ora sono loro, inutile essere arrabbiati, è una realtà che dobbiamo riconoscere.

Se si muovesse d’unisono la comunità internazionale, ci sarebbero risultati diversi? Magari concedendo, in cambio degli espatri, aiuti economici di cui l’Afghanistan ha disperato bisogno?

È chiaro che dei contatti con le autorità locali devono esserci. Gli esiti di questi accordi dipenderanno da cosa potremo dare in cambio. Potrebbe essere una forma di riconoscimento internazionale, potrebbero essere aiuti economici, ma una cosa è certa.

Quale?

Il contrario di tutto questo, cioè l’imposizione di sanzioni, non farà altro che far irrigidire i talebani, scaricando le conseguenze sulla popolazione. Una cosa che abbiamo già visto in misura terribile in Siria e in Iraq: chi paga è sempre la popolazione. Bisogna trovare una maniera intelligente, usando la fermezza ma anche la capacità di dialogo. Non dobbiamo alzare dei muri, perché servono soltanto a rinchiudere all’interno chi è in Afghanistan.

Affidarci alla mediazione del Qatar, che con i talebani ha contatti stretti, può essere una trappola o una strada importante? Possiamo fidarci di loro?

Soprattutto gli americani, che hanno accordi militari importanti con il Qatar, hanno un dialogo aperto, ma anche noi. Visto che abbiamo voluto o dovuto abbandonare l’ambasciata di Kabul e l’abbiamo aperta in Qatar, vuol dire che c’è un dialogo in corso. Il Qatar è sicuramente uno degli interlocutori più importanti se vogliamo dialogare con i talebani.

Va benissimo cercare di portare qui più afghani possibile, ma poi che fine faranno? Saremo in grado di dare loro una vita dignitosa?

Questo è un altro discorso, che riguarda noi. Siamo bravi a proclamare principi che poi facciamo di tutto per non praticare. Inutile dire accogliamo, ma per far cosa? Per metterli in campi di detenzione? I collaboratori che hanno lavorato con noi sono professionisti che parlano diverse lingue, possono essere impiegati a livello istituzionale, non possono essere lasciati a perdere tempo nelle tendopoli. Sono arrivate le ragazzine della squadra di calcio: devono studiare, fare sport. Non possiamo abbandonarle in un campo, altrimenti la gratitudine che provano per noi adesso si trasformerà un domani in rancore, se dovessero vedere che stanno peggio qui che in Afghanistan.

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