Nei giorni scorsi sono arrivati i rinnovi contrattuali del pubblico impiego e della scuola, ma senza la firma della Cgil
Checco Zalone ha, probabilmente, meglio di altri raccontato tutti i pregiudizi, e gli stereotipi, riguardanti i famosi “posti fissi” nel pubblico impiego. Il regista ha creato un vero e proprio, “tipo” che però, probabilmente, racconta bene il lavoro pubblico che fu e non quello che è chiamato ad affrontare, negli ultimi anni, continue e storiche trasformazioni sul piano organizzativo e nella capacità di dare risposte utili al cittadino utente.
Un pubblico impiego che, per esempio, è sempre meno attrattivo vista anche la difficoltà a coprire i costi della vita sempre più alti in caso di trasferimento in un’altra città. Oggi, più di ieri, vi è, inoltre, un diverso approccio “culturale” dei giovani alla dimensione lavorativa e una diversa valutazione del peso di questo elemento nelle priorità quotidiane.
La questione economica, tuttavia, era e rimane una questione centrale. Vi è ovviamente la questione territoriale tra nord e sud, ma anche tra chi lavora in città medio grandi e chi nelle zone più interne e la questione più strettamente tecnica che riguarda il contratto collettivo che viene applicato.
Nei mesi scorsi, ad esempio, è emerso molto chiaramente che vi sia una differenza reddituale, che potremmo definire tabellare, tra dipendenti pubblici più fortunati, quelli, principalmente dei ministeri, e dipendenti pubblici “di serie b”, principalmente quelli degli enti locali e regionali.

Tutto ciò premesso sono da considerare due passaggi importanti i rinnovi che sono stati sottoscritti, nei giorni scorsi, di due contratti collettivi del pubblico impiego: quello relativo agli enti locali e quello della scuola. Con riferimento a quest’ultimo, è importante sottolineare come i miglioramenti distributivi non interessano solo i docenti ma anche tutte quelle figure amministrative e più operative che rendono possibile, con il loro lavoro, il buon funzionamento delle scuole.
Si deve tuttavia registrare come, dopo una trattativa durata mesi, e che ha portato a un aumento delle risorse a disposizione, l’accordo non sia stato sottoscritto da tutte le parti sindacali. La Cgil non ha, infatti, sottoscritto i nuovi contratti. Resta, quindi, da capire se il rifiuto alla firma sia legato a reali questioni contrattuali o se sia più legata alla necessità di mettere in campo un’opposizione “politica” all’Esecutivo Meloni.
Si poteva, infatti, e si potrà, fare certamente di più, ma i rinnovi contrattuali di questi giorni sembrano essere, fondamentalmente, una prima buona notizia per i tanti “posti fissi” un po’ delusi e demotivati.
Il dialogo, tuttavia, non si deve interrompere ed è auspicabile che anche il sindacato più rappresentativo della sinistra torni a dialogare al tavolo, perché un buon contratto collettivo non è qualcosa di parte, o del Governo, ma un miglioramento, sostenibile, delle retribuzioni di quei lavoratori senza quali tanti servizi fondamentali per le nostre comunità non potrebbero esistere.
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