QUALE POLITICA?/ Ritrovare Giano, rispettare l’altro e fare il bene di tutti

- Enzo Manes

Si è conclusa la seconda edizione della Scuola di formazione politica “Conoscere per decidere” della Fondazione per la Sussidiarietà e Società Umanitaria

Decretone passa al Senato
LaPresse

Si è conclusa la seconda edizione della Scuola di formazione politica “Conoscere per decidere” della Fondazione per la Sussidiarietà e Società Umanitaria. Luciano Violante, Giuliano Amato e Anna Maria Tavassi hanno animato l’ultimo incontro.

Serve ancora la democrazia?

L’interrogativo è lecito, la risposta affermativa per nulla scontata. Non sono sufficienti dichiarazioni di principio per innaffiare la pianta della democrazia. È un problema di qualità dell’acqua. Urge un recupero di responsabilità. Di tutti. Ovvero: decisori e cittadini: Altrimenti i Paesi autenticamente democratici, già minoritari, perderanno ancora terreno.

L’itinerario dell’ultimo appuntamento ha indicato una traiettoria solida di lavoro che chiama in causa ciascuno per riaffermare la centralità della democrazia quale pilastro valoriale e dialogico. Sia in chiave nazionale e sia transnazionale. Soprattutto in questa fase densa di incognite.

Giano ha perso una faccia

Il professor Giuliano Amato, membro della Corte costituzionale e politico di lungo corso, ha posto l’attenzione su un avvenuto smarrimento: la politica – che ha inteso richiamare con la figura di Giano – nel corso degli anni ha progressivamente privilegiato il metodo dell’autoreferenzialità venendo così a svilire la funzione storica dei partiti. In questo modo “Giano ha perso la faccia, quella rivolta alla società. E quel vuoto è stato riempito da altri”.

Questo non ha portato al silenzio dei cittadini. “Si fanno sentire. Pensiamo alle tematiche ambientali. Oggi l’Europa sta accogliendo istanze dal basso e quei temi raccolgono molti consensi, ben più larghi delle rappresentanze politiche, anche delle compagini verdi”. Il problema è che “questi fenomeni partecipativi sono poco o per nulla coordinati con la classe politica e i decisori”.

La democrazia non può essere il luogo dei sentimenti e dei risentimenti. Urge tornare a ragionare per riannodare i fili, per recuperare l’altra faccia. Allora, da un lato è fondamentale che i cittadini tornino a valutare in positivo l’esperienza dell’essere rappresentati; dall’altro la politica – soprattutto per attirare i giovani oltremodo distanti – “deve ritrovare un impegno che apra a una prospettiva per il futuro. Cioè il coraggio di fare qualcosa di inaspettato, di non prevedibile. In questi tempi non basta fare solo ciò che si sa fare”.

Il senso oltre la caduta

“Lo straniamento dei cittadini verso la vita democratica tocca inevitabilmente il tasto dolente della sfiducia nei confronti della giustizia”. Così la dottoressa Marina Anna Tavassi, presidente della Corte d’Appello a Milano. Di una cosa si è detta convinta: “È caduta la pratica tradizionale della democrazia, non il senso della democrazia. Il punto è che si reclama una rappresentanza composta da soggetti responsabili e competenti”.

Tale deficit favorisce il profluvio di sirene demagogiche che mettono in discussione tutto per comunicare l’urgenza di scorciatoie. D’altronde “l’aumento delle diseguaglianze, un tessuto sociale scollato, l’insoddisfazione diffusa contribuiscono a una polarizzazione del consenso, a identificare il nemico nelle élite”. Il rischio è quello dell’eccessiva semplificazione. Come nel caso della giustizia e del rapporto controverso tra politica e magistratura. Ha spiegato il presidente Tavassi: “Le polemiche di questi giorni sul caso Palamara certo non aiutano, ma ciò non deve portare a mettere in discussione tutto l’impianto e penso all’articolo 104 della Costituzione”.

Chiedere più regole non serve. “Quelle ci sono, sono sufficienti. Il problema è come vengono applicate”. Domandare più regole contiene il grave pericolo di mettere in crisi il dettato costituzionale perché “invece l’indipendenza è un principio fondante della democrazia”.    

Una tappa, non un traguardo

Luciano Violante, giurista, politico ed ex presidente della Camera, per dire della complessità, si è soffermato sui paradossi nei quali vive la democrazia. Dunque: “La democrazia è una tappa, non un traguardo. Ciò che la caratterizza è il suo essere un processo, un qualcosa sempre in costruzione”. Definirla una volta per tutte è molto rischioso. Perde in consistenza, in significato. In pratica: non mantiene la promessa e sfiorisce. “Nei regimi autoritari il problema non si pone, lì è sempre tutto ok. Non ci sono tappe”. Il traguardo è deciso in partenza.

Altro passaggio: “Il cittadino vuole essere governato o vuole uscire dal recinto e scappare?”. Insomma: “Il problema di essere governati è un problema”. Per Violante la crisi della democrazia “consiste nella crisi del pensiero politico”. E ha aggiunto: “Oggi manca la svolta teorica, si è appassita. Il pensiero politico c’è stato fino a metà degli anni novanta, poi stop. Oggi un giovane dove raccoglie un punto di vista interessante, argomentato?”. Eppure si tratta di una necessità, perché “il pensiero democratico vuole cittadini attivi”. Urge insegnare la democrazia, “educare a capire che l’uomo da ammirare è quello ‘sporco’ che vuole costruire”.

Tornare a imparare cultura politica è decisivo “perché governare è difficile e lo abbiamo visto bene in questo periodo di pandemia con tutti i governi esposti”. E imparare un pensiero politico significa “recuperare la categoria del rispetto. L’altro ha valore. È questo risulta essenziale per la costruzione della democrazia. Bisogna tornare a educare al dato che la condizione umana è fatta di disomogeneità, una ricchezza per la politica. La diversità è un valore. La diseguaglianza un disvalore”.   

In conclusione… per continuare

Il presidente della Società Umanitaria Alberto Jannuzzelli ha detto che “occorre riprendere una sana abitudine alla socialità. In una situazione di emergenza come questa, bisogna lavorare per costruire un patto sociale tra tutti gli attori”. Infine, il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini, è ripartito dal titolo scelto per la seconda edizione della Scuola di politica, “Conoscere per decidere”, per riaffermarne la centralità: “La diseguaglianza si vince capendo, documentandosi, non si vince con i pressappoco”. E a proposito di democrazia, non serve fermarsi alla denuncia del problema, “ma si costruisce se si ha voglia di conoscere, che è anche una questione affettiva e che chiama in gioco gli ideali”.

Tuttavia, sarebbe miope pensare che si possa costruire da soli. Lo si fa insieme “perché l’altro è il contesto in cui vivo. Allora è decisivo rintracciare e dar vita a luoghi di persone che educhino al senso, come lo sono, ad esempio, i corpi intermedi. La vicenda Covid ci dice che non è sufficiente mettere in piedi piattaforme”.

E in tema di giustizia, ogni giorno sotto i riflettori, Vittadini si è detto convinto che vada salvaguardata l’indipendenza del potere giudiziario per garantire la democrazia: “mantenere la tripartizione dei poteri è fondamentale, perché quando uno prevale è finita”. E ha terminato dicendo che non bisogna rinunciare al ruolo del Parlamento e che “la complessità è fondamentale, contro ogni semplificazione. La complessità in democrazia è difesa dell’io”.

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