QUANTO COSTA IL COVID/ Con l’emergenza tagliati 3,3 mld per la cura di altre malattie

- int. Americo Cicchetti

Tra ricoveri in ospedale e tamponi l’emergenza Covid è costata finora 3,5 miliardi al Ssn. E ha fatto “perdere” attività sanitarie per un valore di 3,3 miliardi

Medici in reparto
(LaPresse)

Finora l’emergenza Covid, in termini di costi per l’ospedalizzazione dei pazienti, ha assorbito 3,5 miliardi di euro, ma nel contempo ha causato, in merito ad altre patologie e prestazioni, una minor produzione di salute pari a 3,3 miliardi. Il calcolo arriva dall’ultimo “Instant Report Covid”, realizzato e periodicamente aggiornato dall’Altems (Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari) dell’Università Cattolica di Roma, che verrà presentato oggi dal professor Americo Cicchetti, ordinario di Organizzazione aziendale e coordinatore del gruppo di lavoro, secondo il quale una seconda ondata “dovrebbe costare di meno, perché molti meno pazienti potrebbero essere ospedalizzati e molti più positivi dovrebbero essere curati a domicilio”.

Voi state monitorando da mesi le spese degli ospedali con l’“Instant Report Covid-19”. A giugno l’emergenza pesava sul Servizio sanitario nazionale per 1,5 miliardi. A quanto ammontano oggi le spese di Stato e Regioni per contrastare la pandemia?

La cifra da noi calcolata si aggira intorno ai 3,5 miliardi, considerando i ricoveri ospedalieri valorizzati a tariffa Drg e il costo dei tamponi effettuati, escludendo invece l’attività assistenziale sul territorio, per esempio delle Usca (Unità speciali di continuità assistenziale) e i costi dei Dpi (Dispositivi di protezione individuali), come mascherine, guanti o gel igienizzante, voci che farebbero certamente lievitare quei tre miliardi e mezzo.

Sui Dpi e sulle attrezzature sanitarie, secondo uno studio dell’Anac di questa estate, nella fase di picco marzo/aprile, la spesa complessiva, in base ai bandi, è stata superiore ai 7 miliardi, ma con profonde differenze tra le Regioni. Si passa dagli oltre 76mila euro pro capite della Campania ai 5mila circa della Lombardia. Come si spiega questa forbice?

Sono rimasto molto sorpreso da queste differenze, perché le spese analizzate dall’Anac dovrebbero essere correlate alla prevalenza e incidenza dell’epidemia.

Non è così?

No, non lo sono. Faccio fatica a capire i motivi di una tale variabilità, ma soprattutto il fatto che non c’è corrispondenza tra la prevalenza del contagio e l’entità di queste spese. Mi sarei aspettato in Lombardia un valore più alto, perché comunque avere una prevalenza maggiore crea dei costi aggiuntivi non solo legati al singolo, ma alla stessa gestione dell’epidemia, che è stata diversa in quei due mesi rispetto ad altre zone d’Italia. Probabilmente un motivo per spiegare questa ampia differenza si può trovare nel meccanismo utilizzato per distribuire le risorse.

Cosa intende dire?

Se le risorse, per esempio per i Dpi, sono state distribuite non per contagiato ma per popolazione residente per rispettare una sorta di equità orizzontale, nelle regioni con prevalenza più bassa si ritrovano un costo per contagiato più alto, perché hanno avuto disponibilità di dispositivi superiori al fabbisogno reale.

Dai vostri dati sui costi di ospedalizzazione emergono forti differenze territoriali?

Emergono sì differenze ma spiegabili in relazione alla prevalenza della pandemia, cioè al numero di casi trattati. Tant’è che l’ampia parte del costo ospedaliero si concentra sulla Lombardia, la regione più colpita dal Covid e che ha fatto registrare più ricoveri. E la variabilità non è affatto legata a eventuali inefficienze, ha solo ragioni epidemiologiche.

L’arrivo di una seconda ondata potrebbe costare di più?

Non dovrebbe costare di più, anzi potrebbe costare di meno.

Perché?

Per un motivo molto semplice: la proporzione degli ospedalizzati, come stiamo vedendo, è minore e registriamo più casi positivi trattati a domicilio che in corsia. Un paziente ospedalizzato costa, in termini di Drg, dai 4mila ai 51mila euro, per pazienti ricoverati a lungo in terapia intensiva, mentre la gestione di un asintomatico o paucisintomatico a domicilio costa qualche centinaio di euro.

Si può affermare che l’emergenza Covid ha generato una minor produzione di salute da parte del Ssn?

Non c’è dubbio. È l’effetto della circolare del ministero della Salute del 1° marzo 2020 che imponeva a ospedali e aziende sanitarie di sospendere tutta l’attività che non fosse in emergenza e urgenza. Secondo nostri calcoli, nell’arco di quattro mesi, da marzo a giugno, si è perso un valore di attività sanitaria di 3,3 miliardi, il doppio di quello che è stato il costo dei pazienti Covid in ospedale nello stesso periodo. Per paradosso, abbiamo “perso”, in termini economici, molta più salute rispetto a quella che abbiamo prodotto.

La minore attività del Ssn potrebbe lasciare un’eredità ancora peggiore di quella che abbiamo sperimentato sinora?

Purtroppo è certo che lascerà una brutta eredità, perché già esistono studi ed evidenze molto robuste su come si sia registrato un incremento del numero di infarti e di decessi per patologie cardiovascolari o nell’ambito oncologico e delle malattie rare. Già adesso ne misuriamo gli effetti negativi e nei prossimi mesi potrebbero diventare ancora più pesanti. Non avendo fatto attività di screening, praticamente annullata, le probabilità per esempio di insorgenza di tumori purtroppo aumenteranno e vedremo una prevalenza superiore nei prossimi due-tre anni.

Si discute molto su Mes sanitario e fondi del Recovery fund per la sanità. Sono risorse da prendere e spendere?

Sì, soprattutto quelle del Mes sanitario, perché sono spese per investimento, di cui abbiamo bisogno in questa fase di emergenza.

Dove andrebbero investite?

Vanno spese per garantire un riequilibrio territoriale sulle infrastrutture e tecnologie sanitarie, che purtroppo mostra ancora notevoli divide tra Nord e Sud. Ma c’è un altro gap da colmare: la distanza tra quanto si investe sugli ospedali e quanto sul territorio. Dobbiamo ricostruire, soprattutto in alcune regioni, e non solo al Sud, ma anche in Lombardia, la rete territoriale, che non significa avere più medici di famiglia, ma avere strutture, tecnologie e persone che permettano di integrare meglio la rete dell’assistenza primaria, dalle Case della salute agli ambulatori specialistici fuori dagli ospedali, alla diagnostica.

Con quali criteri andrebbero spesi i soldi del Mes e del Recovery fund per la sanità? 

Va rilanciata soprattutto la spesa per investimenti, correlandola con l’incremento e il miglioramento dello stock di salute.

Ci spieghi meglio.

Lo stock di salute della popolazione non coincide con l’allungamento della speranza di vita, ma con la lunghezza della vita in buona salute. Non si tratta di spese che vanno a vantaggio solo degli anziani, si tratta di investire in migliori stili di vita che possono aiutare ad abbattere gli eventi cardiovascolari anche tra le persone tra 50 e 65 anni. Ciò è indispensabile per poter ripagare quei fondi del Mes: senza crescita economica non ci riusciremmo.

Il Mes mette a disposizione 36 miliardi da investire tra costi diretti e indiretti. Come ripartire le risorse? Fifty-fifty?

Cinquanta e cinquanta è ragionevole. Nei costi indiretti rientrano molti investimenti che riguardano le politiche che impattano sulla salute, dalla mobilità alla tutela ambientale. Tra i costi diretti, forti investimenti vanno indirizzati per riqualificare, innovare e digitalizzare gli ospedali, con ricadute positive in termini di efficienza.

(Marco Biscella)

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