QUEEN’S SPEECH SENZA ELISABETTA/ Il posto che il “povero Carlo” non potrà mai avere

- Monica Mondo

Ieri Elisabetta non ha preso parte al Queen’s Speech, che è stato invece pronunciato da suo figlio Carlo accanto a una sedia vuota

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Carlo in occasione del Queen's Speech (Lapresse)

Lilibeth nel 1963 era in sala parto, stava per nascere Edoardo. Allora non fece lei il Queen’s Speech, il discorso annuale alla camera eletta  sul programma di governo, e fu l’unica volta a mancare un appuntamento imperdibile, il sigillo della monarchia sulla storica, antichissima, inusitata per noi democrazia inglese. Oggi, tanti anni dopo, Elisabetta non c’era. Ha lasciato il posto al delfino, al da sempre eletto, il primogenito Carlo, così primo nella linea di successione al trono da far perdere le speranza, o i timori, che un giorno quella corona possa portarla lui. 

Un grande onore, affidare il discorso della regina al figlio, dicono i commentatori esperti di narrazione monarchica. Sai che onore, poveretto, diciamo noi, data la veneranda età di quel mezzo sovrano in pectore, così avvizzito che sua madre sembra ben più vigile, brillante e in forma. Un vecchio, smarrito, accudito dalla cappelluta consorte, quella Camilla che non ha mai potuto fregiarsi del titolo di Principessa del Galles, accontentandosi di quello ben meno altisonante di Duchessa di Cornovaglia, con l’ombra di Diana sulle spalle. E all’altro lato la corona, sulla sedia vellutata, vuota, il posto della regina, che non ha abdicato e non abdicherà mai, avendo giurato di restare  a servizio del Paese fino all’ultimo respiro, ben memore dell’abdicazione scandalosa dello zio Edoardo VIII. 

E accanto alla corona? William, in abiti borghesi, bello, simpatico, ancora giovane (gli si augura non per troppo, che se anche mai Carlo diventerà re, data la lunga vita dei Windsor, dovrà aspettare anch’egli di vedersi incanutiti i già radi capelli). Insomma, un erede al trono promesso e non ancora effettivo, con accanto una corona non sua e un figlio pronto a indossarla. 

Povero Carlo, diciamo ancora. Poi ci tornano in mente i dialoghi osceni e imbarazzanti carpiti alle telefonate con l’amante, Camilla  appunto, dove si immedesimava nei suoi  indumenti intimi. Ci torna  a mente la sua impassibile estraneità alla tragedia della moglie, ma soprattutto alla realtà, preferendole giardinaggio, ecologismo all’acqua di rose e pittura di paesaggi. E invece rivediamo in sovrimpressione Lilibeth, vestita da crocerossina guidare i camion per svolgere in tempo di guerra il suo servizio di infermiera, Lilibeth, tornare rocambolescamente da oltreoceano per prendere il peso e la responsabilità del regno alla morte del padre, Lilibeth ancora, a guidare tra marosi di scandali e meschinità e lutti la sua famiglia, troncando, sopendo, restando per mezzo  mondo, così  cambiato dai suoi esordi, e per tutta la Great Britain un punto di riferimento, un faro, un esempio di determinazione, dedizione, caparbietà, stile. E pazienza per i suoi completini pastello. E allora Carlo quella corona non dovrebbe sognarla più. In un rigurgito di dignità, dovrebbe lui stesso consegnarla al figlio, sempre che il figlio, e gli inglesi, la riconoscano ancora.

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