RALLY BORSE/ La festa per il vaccino avvicina la resa dei conti (anche) per l’Italia

- Paolo Annoni

I rialzi delle Borse innescati dall’annuncio di Pfizer sul vaccino per il Covid avvicina il momento in cui si dovranno contare le perdite della crisi

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Lapresse

Ieri le borse globali hanno festeggiato la notizia dell’imminenza di un vaccino per il Covid con una delle performance migliori del 2020. L’azienda farmaceutica Pfizer ha dichiarato che il vaccino in via di sviluppo è efficace nel 90% dei casi e che qualche decina di milioni di persone potrebbero essere trattate già prima della fine dell’anno. La notizia arriva in concomitanza con la conferma dell’elezione di Biden alla presidenza che ha evitato una possibile fase di incertezza con ricorsi e riconteggi.

Soprattutto in Europa nelle ultime settimane si è materializzato lo spettro della “seconda ondata” e la re-introduzione di restrizioni che hanno nei fatti prodotto un nuovo lockdown. Le conseguenze economiche immediate del lockdown su un numero imprecisato di attività sono solo una parte del problema. È ben più preoccupante per i mercati e per gli investitori non poter prevedere la fine della pandemia e dover prorogare all’infinito una situazione che economicamente è insostenibile per un numero elevato di settori. Ieri hanno “festeggiato” le società appartenenti ai settori che più hanno sofferto in questi mesi. Prendiamo una società tra tutte, Lufthansa, ieri salita del 20%.

È difficile prevedere con certezza se le promesse di ieri verranno mantenute, quanto veloce sarà la distribuzione delle dosi e poi quanto ci riavvicineremo alla vita “pre-pandemica” dopo tutti gli appelli che sono stati fatti a uno stile di vita più sobrio. La reazione di ieri, più di ogni altro discorso fatto e sentito da febbraio, ci dice quali siano veramente le conseguenze economico-finanziarie del lockdown. Finora abbiamo vissuto in un tempo sospeso anestetizzati dalla martellante cronaca quotidiana sullo sviluppo del virus, da misure economiche di “ristoro” più o meno efficaci e più o meno rapide, dal blocco dei licenziamenti e dall’ampia disponibilità delle banche centrali a coprire la fase andando a coprire tutte le falle che via via si aprivano sia sui bilanci delle società quotate che su quelli statali.

Da ieri si potrebbe aprire una nuova fase e un nuovo paradigma: non più l’emergenza “h 24”, sette giorni alla settimana in una navigazione economica assolutamente a vista, ma il ritorno alla normalità e soprattutto il conto delle perdite. Perdite che verranno misurate con le migliaia di società private fallite, con i negozi che non riapriranno più e poi con centinaia di migliaia di disoccupati quando i divieti di licenziamento non avranno più ragione d’essere. Le perdite verranno misurate anche con una capacità di generazione di tasse del sistema compromessa in via duratura per le chiusure di cui sopra e poi con l’incremento del debito pubblico.

Vuol dire, in soldoni, che il tempo del “redde rationem” si avvicina a grandi passi e si allontana quello delle valutazioni di manica larghissima delle agenzie di rating, delle istituzioni europee e della Banca centrale europea. Ieri il rendimento del decennale italiano è esploso esattamente come esplodeva la borsa di Milano e quella americana. Se ci si avvia al ritorno, più o meno, alla normalità tra qualche mese si faranno i conti di quanto ha perso l’economia italiana rispetto a quelle europee, di quanti soldi e come sono stati spesi negli ultimi mesi e di cosa deve fare l’Italia per riportare sui binari un sistema pubblico esploso sia nel debito, sia nella capacità di raccogliere tasse per il fallimento di moltissime attività private.

Gli investitori e “l’Europa”, che finora non ha messo un euro a fondo perduto, vorranno vedere il conto e pretenderanno di sapere chi, in Italia, lo paga. Siccome il conto è salatissimo e siccome, ci sembra, finora abbiamo vissuto di mance e soldi, pochi, a pioggia e in ritardo, si porrà l’esigenza di un Governo in grado di riscuoterlo e con la credibilità per farlo senza che scoppino proteste troppo vibranti. Questo in un contesto in cui la crisi ha avuto effetti profondamente “asimmetrici” non solo tra le diverse parti dell’economia e della società ma anche tra le diverse regioni italiane. La paura, abbiamo scoperto, è un sentimento potente, ma finita quella del virus si esaurisce e ci vuole molto di più. A meno di ipotizzare derive spiacevoli che nessuno ovviamente si augura.

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