RAPIMENTO EITAN/ “Mossad, tradizioni e libertà, ecco quello che non torna”

- int. Filippo Landi

Il nonno di Eitan Biran è stato messo agli arresti domiciliari dalle autorità israeliane, che sospettano sia stato aiutato da membri dei servizi segreti

Funivia Mottarone
Funivia Mottarone, sopralluogo tecnico (LaPresse)

Nuovi sviluppi nella vicenda di Eitan Biran, il bambino sopravvissuto all’incidente della funivia del Mottarone. Le autorità giudiziarie israeliane hanno messo agli arresti domiciliari, con ritiro anche del passaporto, Shmuel Peleg, il nonno paterno autore del rapimento del bambino. “Questo gesto” ci ha detto Filippo Landi, ex corrispondente Rai da Gerusalemme in questa intervista “dimostra il grande imbarazzo delle autorità e del governo di Gerusalemme per quanto successo, un atto che sembra ispirato in ogni modalità alle operazioni dei loro servizi segreti”. Un gesto che l’uomo, ci ha detto ancora Landi, non avrebbe potuto compiere senza la complicità di ex colleghi o di membri del Mossad: Shmuel Peleg è infatti un ex generale dell’esercito israeliano.

Il caso di Eitan Biran ha sollevato molte questioni, una delle quali è il fattore religioso. La famiglia della madre, infatti, autrice del rapimento, è di appartenenza ebrea sefardita e lamenta che questa loro caratteristica li avrebbe sempre messi in cattiva luce presso l’altro ramo familiare. Quanto pesa questo aspetto in Israele?

Senza risalire ai tempi della regina Isabella, quando gli ebrei furono cacciati dalla Spagna, i sefarditi sono gli ebrei che erano nel Nord Africa e nei paesi arabi, dall’Iraq a Siria, Egitto, Libia, Tunisia e Marocco. La problematica che li riguarda è andata lentissimamente stemperandosi, ma fino al 1948, dopo la guerra che portò all’indipendenza di Israele, il ramo ashkenazita, che era largamente maggioritario, accolse i sefarditi con poco rispetto e molta freddezza, tanto è vero che nelle grandi città israeliane gli abitanti dei quartieri più popolari e più poveri erano sefarditi.

Questo perché provenienti da paesi arabi?

In parte, ma anche perché poco istruiti, non avevano studiato, non erano laureati. Questo aspetto, però, all’interno della vicenda del bambino non ha nulla di serio. È solo un elemento di polemica che si fonda su altri elementi molto più importanti.

Uno di questi elementi potrebbe essere il rapimento organizzato in pieno stile servizi segreti israeliani?

Sì, la decisione delle autorità di mettere il nonno paterno agli arresti domiciliari mostra come ci sia molta preoccupazione sul comportamento di questo ingegnere informatico ex militare.

Perché?

Il sospetto, oltre ad aver violato una serie di leggi italiane, è che si sia avvalso delle sue precedenti conoscenze per mettere a punto un’operazione che ha tutte le sembianze di una operazione del Mossad e che non avrebbe potuto compiere senza l’aiuto di ex colleghi. Israele è in imbarazzo.

Altri elementi?

Un altro elemento riguarda le dichiarazioni molto pesanti rilasciate dalla nonna materna e dalle sorelle. Ma soprattutto il nonno ha detto che Eitan era prigioniero in Italia così come lo sono alcuni israeliani prigionieri di Hamas. Qualcosa di evidentemente fuori luogo e così pesante che non è passato inosservato a Gerusalemme, dove – ed è il terzo aspetto – prevale una linea giuridica in base alla quale, in casi analoghi avvenuti all’estero, ma anche in Israele, le decisioni dei giudici sono sempre state rivolte a privilegiare il bene del bambino, indipendentemente dall’appartenenza religiosa delle famiglie. Un fatto estremamente importante in questo caso.

Per quale motivo?

Il ramo materno è esplicitamente di destra, così ha detto la nonna, e così religioso da aver manifestato l’intenzione di educare alla religione ebraica il piccolo Eitan.

I genitori del bambino, invece, avevano una visione più aperta, più laica. Questo potrebbe essere il vero motivo che sta dietro al rapimento?

Erano persone che facevano scelte antitetiche rispetto alle famiglie religiose. Vivere in Italia, studiare e lavorare in Italia, ma anche mandare il bambino in un asilo di una scuola cattolica. La stessa scuola dove era stato iscritto per frequentare la prima elementare.

Due famiglie agli antipodi, dunque?

Era da tempo che queste due famiglie avevano un confronto aspro. In ogni caso i nonni materni avrebbero potuto il 22 ottobre andare davanti al giudice italiano e far presenti le esigenze non solo del bambino, ma anche la loro richiesta di una educazione più rispettosa della cultura ebraica.

Cosa che non è avvenuta. Perché?

C’è da sottolineare una cosa che può sembrare paradossale, ma non lo è in Medio Oriente. In quei paesi molti genitori islamici, ebrei o atei mandano i figli nelle scuole cattoliche, perché vogliono per i loro figli una educazione laica e non religiosa. Le scuole cattoliche sono considerate le più rispettose delle origini religiose dei bambini. In queste scuole nessun bambino viene obbligato a seguire l’ora di religione cattolica o a dover rinunciare alla religione della famiglia, anzi.

La madre di Eitan aveva detto in alcune dichiarazioni di aver scelto la scuola cattolica per l’alta qualità educativa.

Esatto, anche questo aspetto conta tantissimo in Medio Oriente, dove c’è la convinzione che le scuole cattoliche, a Beirut, a Gerusalemme o al Cairo, offrono una qualità educativa elevata.

(Paolo Vites) 

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