RAPPORTO BES 2021/ Un’altra bocciatura per i sussidi stile Rdc

- Giampaolo Montaletti

Nel rapporto annuale sul Benessere equo e sostenibile dell’Istat vi sono dati che forniscono indicazioni e spunti di riflessione interessanti

Operaio al lavoro con mascherina
(LaPresse)

Nel suo rapporto annuale sul Benessere equo e sostenibile, l’Istat ha fatto il punto sull’equità della crescita nel Paese dopo la crisi pandemica. L’istituto nazionale di statistica, nel presentare il volume disponibile sul suo sito, riassume brevemente il contenuto e sottolinea che la crisi sanitaria e la crisi occupazionale hanno allargato le disuguaglianze nel Paese con un forte impatto sulla vita degli individui.

Il capitolo del rapporto elenca con chiarezza i problemi e dinamiche del mercato del lavoro italiano e li illustra con dati e indicatori.

Riprendiamo solo la lista delle principali osservazioni:

– la ripresa dell’occupazione nel 2021 non ha ancora compensato la perdita del 2020;

– il tasso di mancata partecipazione (che dipende dal numero di persone che smette di cercare lavoro) è diminuito in seguito alla riattivazione del mercato;

– il recupero dell’occupazione avviene tramite l’aumento dei contratti a termine di durata breve o brevissima;

– aumenta il sottoutilizzo della forza lavoro, vale a dire la mancata corrispondenza tra le caratteristiche dell’occupato, con particolare riferimento al titolo di studio posseduto, e quelle della professione svolta;

– diminuisce il part-time involontario tra le donne, soprattutto se in coppia con figli. Va ricordato che il part-time involontario in Italia è all’11% dell’occupazione, vale a dire che 11 lavoratori su 100 lavorerebbero a tempo pieno, ma non hanno trovato una collocazione adeguata e hanno accettato un part-time;

– ci sono più occupate tra le donne senza figli che tra le donne con figli piccoli. Le donne tra i 25 e i 49 anni sono occupate nel 73,9% dei casi se non hanno figli, mentre lo sono nel 53,9% se hanno almeno un figlio di età inferiore ai 6 anni. Il divario aumenta nel sud del Paese;

– sono aumentati gli occupati che lavorano da casa. Attenzione, siamo al 14,8% nel 2021 contro il 4,8% degli occupati nel 2019, sicuramente un grande salto, ma una percentuale lontana da “tutti ormai lavorano da casa”. Teniamo presente che dentro questa percentuale sta crescendo il numero di coloro che alternano lavoro in presenza con lavoro remoto. La quota di occupati con istruzione terziaria che lavorano da casa ha raggiunto il 34,1%;

– la soddisfazione per il lavoro svolto, in aumento nel 2020, continua a crescere nel 2021. Il 49,9% degli occupati risulta complessivamente molto soddisfatto per il lavoro, percentuale più alta di un punto rispetto al 2020 e di circa 4 punti rispetto al 2019;

– i giovani sono stati penalizzati dalla pandemia sul mercato del lavoro, ma soprattutto nell’educazione e nella formazione. Nel 2021 su 100 studenti al terzo anno di scuola secondaria superiore 45 presentano una preparazione numerica inadeguata. Erano il 38,7% nel 2019.

Il rapporto segnala inoltre che gli indicatori relativi al rischio della povertà sono aumentati soprattutto nel sud del Paese. In generale, secondo le stima preliminari del 2021, il 9,4% degli italiani vive in povertà assoluta. A questa condizione difficile dobbiamo sommare altre difficoltà infrastrutturali: ad esempio, il 9% della popolazione italiana ha difficoltà a ricevere un’erogazione regolare di acqua potabile. 

Di fronte a questo insieme di difficoltà, tutte già note, ma che fa paura rileggere tutte insieme, è inevitabile che la memoria vada alle fallimentari politiche basate sulle erogazioni monetarie e alla loro promessa di “abolizione della povertà”. I dati del rapporto sono oggettivi e chiariscono molto bene che i soldi regalati possono alleviare per un momento le difficoltà dei periodi peggiori, ma lasciano invariati i problemi con l’aggravante di disperdere risorse utili a risolverli. E forse andrebbe chiarito che sono altrettanto dannose le politiche equivalenti, da quelle che spingono sulla riduzione della vita lavorativa alle spese dei fondi statali o sull’ampliamento del lavoro pubblico senza verifica di utilità (e senza stipendi adeguati).

L’unica soluzione a questa e alle altre crisi è riprendere la strada delle politiche del lavoro che favoriscano un lavoro regolare, produttivo e dignitoso per tutti. E nella definizione di dignitoso, debbono esserci anche le politiche salariali, quelle che costano non solo denaro, ma anche la fatica politica di trovare accordi sul territorio. L’emergenza educativa e quella occupazionale sono due facce della stessa medaglia, sono le emergenze che risolte rendono il lavoro sostenibile. Il lavoro sostenibile nel tempo dipende da competenze che crescono e si rinnovano, che fanno da motore alla produttività e alla ricchezza. Educazione e lavoro sono due emergenze che vanno curate insieme, con la responsabilità di tutti e con i fondi del Pnrr, che dovranno essere preservati dalla voglia di regalare soldi facili che conquista il Paese in vista di ogni elezione.

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