LETTURE/ Non basta il profitto: come l’azienda può fare il bene di tutti?

- Alessandro d'Eri

L’impresa deve essere apprezzata e valutata solo in funzione degli obiettivi economici che persegue? Se lo chiede Gaetano Troina nel suo ultimo libro L’impresa sostenibile. Lo presenta ALESSANDRO D’ERI

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Foto: Imagoeconomica

La domanda di base da cui si dipana il ragionamento di Gaetano Troina nel suo ultimo saggio (L’impresa sostenibile. Riflessioni su capitale e lavoro alla luce delle encicliche sociali, Ed. Guerini e Associati) è questa: “L’impresa deve essere apprezzata e valutata solo in funzione degli obiettivi economici che persegue e della sua capacità di trasformarli in risultati reddituali, patrimoniali e finanziari positivi”? Dipartendosi da questa domanda il ragionamento di Troina constata che, se sono solo questi i parametri del giudizio, allora “ogni altro strumento valutativo dell’operato delle imprese è da ritenersi improprio e sarebbe foriero di contraddizioni”.

L’autore afferma che questo non può essere perché l’impresa, come tutte le “comunità sociali” deve rintracciare la sua più autentica motivazione nella soddisfazione che arreca sia ai componenti della sua comunità (capitalisti e lavoratori) sia al più ampio sistema umano e sistema vivente ove è inserita ed opera.

Non è punto sufficiente – afferma l’autore – perseguire significativi livelli di surplus-profitto per poter concludere che l’impresa ha adeguatamente raggiunto il suo obiettivo; per apprezzare realmente il fine aziendale è necessario fare intervenire la variabile etica per porre sotto il suo fascio di luce sia le modalità di ottenimento del surplus, sia le modalità della sua destinazione economico-sociale. Il richiamo all’etica è, nel saggio di Troina, la chiave di volta (un intero capitolo viene riservato ai rapporti etici degli operati aziendali, dei mercati e delle finanze).

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Momento particolarmente rilevante ci sembra essere quello in cui l’autore dichiara che è necessario dare al termine “etica”, allorché viene collegato alle vicende economiche aziendali, una sua propria individuazione, giacché questo termine deve passare dall’uso generico che oggi spesso se ne fa (per cui di fatto è spesso un termine vago e ultimamente vuoto) ad un uso che ne faccia una sorta di “misura” della realtà che le aziende esprimono.

 

Per assecondare questo obiettivo occorre – secondo Troina – fare riferimento al principio del bene comune perseguibile tramite gli strumenti della solidarietà, della sussidiarietà e della reciprocità. Sono termini su cui l’autore si sofferma e che successivamente adopera per orientare la sua analisi e per individuare le varie componenti che conformano il surplus delle imprese e quindi per suddividerlo funzionalmente rispetto sia alle esigenze economiche che a quelle sociali, distinguendo ciò che del surplus debba essere considerato come adeguata remunerazione del capitale di rischio, da quello che è mero autofinanziamento e, quindi, indispensabile per la sopravvivenza nello sviluppo dell’impresa.

 

Troina, operando attraverso questo ragionamento, perviene a considerare il surplus aziendale come composto da due parti, una vocata all’adeguata remunerazione del capitale proprio e l’eventuale parte eccedente come nuovo capitale a disposizione del “soggetto” impresa e, quindi, da doversi congiuntamente attribuire sia al capitale proprio che al fattore lavoro. Egli giunge ad ipotizzare che la parte di questo “surplus-capitale” da attribuirsi al fattore lavoro deve costituire, in aggiunta al capitale sociale, un nuovo livello del capitale di rischio, che individua come “capitale sociale aggregato” con tutte le conseguenze anche giuridiche del caso.

 

 

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