LETTURE/ Waters: noi, poveri ammalati di un “virus” mortale

- int. John Waters

Anticipiamo l’estratto di una conversazione tra MAURO BIONDI, presidente di Emerald Cultural Institute (Dublino) e JOHN WATERS, editorialista dell’Irish Times, che sarà pubblicata sul prossimo numero di Atlantide

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Mauro Biondi – Nel tuo nuovo libro Beyond Consolation (Soggetti smarriti) fai una analisi molto lucida del plagio fisiologico odierno. Fa paura vedere come questa falsa realtà, la riduzione della realtà che tu descrivi, è ampiamente dentro ciascuno di noi. Vi siamo totalmente immersi.

John Waters – È un virus; come un virus informatico. La metafora è assai reale perché è come un virus che prendiamo nei nostri sistemi; potete vederlo più chiaramente se un virus entra nel vostro sistema: comincia ad agire dentro la memoria del computer, può impedirle di fare certe cose, comincia a forzarla a fare altre cose che voi non volete, che chi ha ideato il computer non aveva in mente. Entra in noi, in ciascuno di noi. È come se noi fossimo ricettori di questi segnali, che sono tutti attorno a noi, che sono pompati nell’atmosfera come radiazioni e noi li inspiriamo. Penetrano attraverso i pori della pelle, attraverso la mente, gli occhi, da ogni parte. Ogni simbolo che vediamo porta qualche elemento di questo messaggio ed è davvero impressionante pensare a quanto sia stata efficace questa riprogrammazione.

Così quando arriviamo a certe verità su di noi, come per esempio la mortalità che sperimentiamo nella fragile dimensione della nostra incarnazione, restiamo scioccati, prostrati dal dolore più di quanto sarebbe naturale, perché la cultura è riuscita a persuaderci di due cose contraddittorie: la prima, che questa mortalità è definitiva, la fine di ogni cosa, e la seconda, che essa non accade a noi, non riguarda noi. Noi non ci pensiamo; parliamo di questo problema con una certa condiscendenza, ma non andiamo a fondo.

La morte è riconosciuta come un fatto, ma solo in modo molto ridotto, limitato, non come un fatto profondo della vita. La morte è come ogni altra cosa nella realtà nella misura in cui ci rifiutiamo di guardarla negli occhi fino in fondo – e talvolta è difficile cogliere quello che voleva dire don Giussani, parlando di guardare ogni cosa sino in fondo. Se guardate il bricco del latte, come potete guardarlo in profondità se non semplicemente guardandolo? Ma in senso culturale questo è un problema molto reale: puoi guardare qualcosa per un giorno intero, qualcosa come la morte, come la malattia, come la situazione oggettiva di un altro essere umano, e non vederla perché hai gli strumenti sbagliati, le parole sbagliate e le immagini sbagliate, così che sei portato continuamente fuori strada o vai in corto circuito senza afferrare ciò a cui bisogna pensare.

B – Nel tuo libro descrivi molto chiaramente la distinzione tra fede e conoscenza e come questa spaccatura sembra allargarsi nella nostra esperienza. Ma al tempo stesso, nel libro introduci gradualmente il reale “nemico” di questa cultura, capace di resisterle e che ultimamente non può essere sconfitto – cioè la “realtà” stessa. Chesterton era solito definirla la “testardaggine delle cose”…

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W – Tra questo libro e Lapsed Agnostic c’è un cammino, ma non è un cammino lineare, per me personalmente. Per tanto tempo ho pensato che le mie difficoltà nella fede fossero dentro di me, ma Giussani mi ha ridestato facendomi capire cosa dovevo cominciare a cercare. E questa idea di conoscenza, che è la acuta osservazione di Giussani sulla differenza della nostra concezione della fede, la parola nella sua apparenza quotidiana e ciò che essa realmente significa – è una di quelle idee cristalline che quando le hai afferrate, sorprendentemente, ti rendi conto che tutto il linguaggio che usavi per cercare di compiere questo cammino era come superfluo, perché il cammino che stavi percorrendo è in una sorta di mondo fantastico, come in uno spazio immaginario, astratto, e non nella realtà. Gira tutto attorno a questa parola, “fede” – se pensi che la fede sia qualcosa a cui tu aderisci nonostante tutto, non ci arriverai mai.

 

Questo è molto radicato nella cultura irlandese. Noi cantiamo: “La fede dei nostri padri, che vissero tranquilli malgrado la prigionia, il fuoco e la spada”. Così c’è questo tipo di idea fissa che, nonostante tutto, persino nonostante i fatti, noi “crediamo”, il che è proprio l’opposto della fede come la definisce Giussani. Se pensate alla concezione di Giussani, non vi è alcuno sforzo di credere – una volta che avete fatto il lavoro preliminare, che avete capito il metodo, il che non è assolutamente facile. Ma una volta che avete questo metodo, dovete solo guardare alle cose, guardare alla realtà, non dovete muovere nemmeno un muscolo o esercitare l’intelletto in alcun modo, ed è ovvio. Per me questa è l’idea più difficile eppure la più semplice, forse quella che si avvicina di più a contenere o indicare la risposta. Ci offre l’inizio della spiegazione perché ci permette di cominciare a guardare la realtà in modo diverso. Facendo questo dovete ancora rientrare nella cultura, e il trucco è di essere capaci di mantenere il senso della realtà assoluta mentre ci si trova di nuovo nel cuore della cultura. Non si tratta, come dico nel mio libro, di “arrovellarci la mente per credere in qualcosa”. Si tratta di mantenere questo senso della realtà mentre si attraversano quelle zone costruite, prefabbricate, progettate apposta per trascinarci nuovamente nel mondo artificiale.

 

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Non so nemmeno io con certezza dove vado a parare con questo libro. Sono molto indeciso, perché ho scoperto realmente, con Giussani e Carrón negli ultimi anni, che esiste la trappola del sentimentalismo. Appena sei riuscito a capire un pochino di qualcosa c’è la tentazione di imparare tutto il linguaggio e poi ipotecare il resto per ottenere il tutto (per possederlo senza farne prima esperienza). Ho imparato che questa è una falsa pista. Così, in ogni dettaglio, mi trattengo finché non ho le parole per dire esattamente quello che penso sulle cose. E dopo aver letto il mio libro c’è chi mi ha detto: “Tu non sei un vero cattolico, tu non sei davvero questo e quello. Non sei un vero cristiano. Non dici questo e quello, eviti questo e quello”. Io dico quello che posso, quello di cui sono certo. E di quello di cui non sono certo, dico che non ne sono certo. Ne abbiamo avuto abbastanza del consenso tribale, del saltare alle conclusioni ancor prima di aver mosso il primo passo. Questa è la trappola del sentimentalismo: la certezza prima dell’investigazione.

 

 

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