LETTURE/ Ecco perché i “puri” non riuscirono a cambiare la fede

- Giuseppe Reguzzoni

Marco Meschini, nel suo L’eretica. Storia della Crociata contro gli Albigesi racconta una delle pagine più tragiche del medioevo europeo. Lo ha letto per il sussidiario GIUSEPPE REGUZZONI

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Si può raccontare la storia e, allo stesso tempo, affermarne la pretesa veritativa riuscendo a realizzare un’opera seria sul piano scientifico e godibilissima nella lettura? Sì, si può e, anzi, può anche accadere che la dimensione narrativa della storia riesca a spalancare orizzonti che un approccio puramente referenziale finisce, invece, per ignorare e comprimere. È la strada percorsa, con serietà e competenza da Marco Meschini nel suo ultimo libro: L’eretica. Storia della Crociata contro gli Albigesi (Laterza, Bari 2010, 375p., euro 19), frutto di più di sette anni di ricerche condotte tra Italia, Francia, Spagna, Austria e Germania e dedicato a quell’episodio terribile della storia europea che va sotto il nome di “crociata degli Albigesi”.

Erano così chiamati, perché diffusi prevalentemente nella regione di Albi, nel sud della Francia, i seguaci del catarismo, un movimento religioso che tra il secolo XII e XIII mise in forse l’esistenza stessa del cristianesimo cattolico in quelle terre, mettendo gravemente a rischio la pace e la stabilità sociale. Catari è parola greca. Significa “i puri”, contrapposti agli “altri”, al mondo di peccato e di impurità che stava loro intorno.

I Catari affascinavano più per la loro condotta di vita che per le dottrine che sostenevano. Non di rado accade che una condotta di vita personale ineccepibile si accompagni a idee aberranti, che sconvolgono la dimensione sociale della vita e mettono a rischio la pace. È difficile stabilire con precisione – e di fatti la critica storica è alquanto divisa – fino a che punto il catarismo fosse un’eresia, vale a dire una deviazione dalla retta fede cristiana, o non piuttosto una nuova religione, dal momento che esso sosteneva un dualismo sostanziale tra le forze del bene e del male, tra Dio e il regno di Satana, attribuendo a quest’ultimo il dominio su tutta la realtà materiale.

Proprio questo dualismo radicale, unitamente al disprezzo per la realtà materiale e fisica, ne rendeva evidente la differenza rispetto alla tradizione cristiano cattolica, che ha invece il suo punto sorgivo nella dottrina dell’Incarnazione. Se Dio si fa carne, materia, allora quest’ultima non può essere male. La materia ha bisogno di essere redenta, anzi, è bisogno di redenzione, dunque è destinata a inverarsi nel Sommo Bene.

La carne risorgerà, non svanirà in un indistinto Divino. Essa non è illusione, e neppure perdizione. Lo comprese benissimo Domenico di Guzman che, recatosi a predicare in quelle terre contro il catarismo, comprese quale minaccia esso rappresentasse per il fondamento stesso della fede cristiana, ma capì anche che non bastava smontarne i presupposti ideologici: bisognava, con l’esempio di vita, mostrare il volto umanamente affascinante e moralmente esigente dell’ortodossia. Lo comprese anche Francesco d’Assisi, che nel suo Cantico delle creature afferma proprio la bontà della realtà materiale, così come è uscita dalle mani di Dio. E, soprattutto, lo comprese perfettamente papa Innocenzo III che, eletto giovanissimo al soglio di Pietro, riconobbe nel catarismo la messa in questione radicale della fides, il nocciolo centrale del messaggio cristiano, e della pax, la pace come riconoscimento di valori intorno a cui fondare la convivenza della cristianità.

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Non v’era allora distinzione alcuna tra cristianità ed Europa, né poteva esservi, dal momento che la società europea era tale perché appena partorita dal grembo materno della Chiesa. Assediata dall’Islam a Oriente come a Occidente, la cristianità non poteva tollerare la nascita al proprio interno di una forza dissolutrice dei suoi valori come era il catarismo. E di fatto non la tollerò. In un primo tempo, a partire almeno dal 1204 papa Innocenzo III richiese e sostenne la presenza soprattutto di missionari ortodossi, ma, contemporaneamente, iniziò a colpire le strutture ecclesiastiche malate e corrotte, indulgenti verso l’eresia e di scandalo alla fede dei semplici. Erano molti infatti i vescovi e gli ecclesiastici che tolleravano o, addirittura, sostenevano, più o meno apertamente, la diffusione del catarismo.  Accanto a loro, ma ancora più grave per il ruolo sociale che ricoprivano, vi erano molti signori feudali della Linguadoca, primo tra tutti il conte Raimondo di Tolosa, con il suo atteggiamento altalenante tra ubbidienza al Papa e sostegno interessato alle comunità catare.

 

La Cristianità era minacciata e così, di fronte a tanta ostinazione, prese sempre più forza un’idea sino ad allora inaudita, quella di una crociata contro gli eretici. Non si era mai sentito di una crociata combattuta in Europa, e lo stupore fu grande. Raimondo si disse pentito, ma poi tornò alle ambiguità di sempre. La goccia che fece traboccare il vaso fu l’assassinio del legato pontificio Pietro di Castelnuovo nel gennaio del 1208, subito attribuito a Raimondo. E la crociata fu bandita. Innocenzo III scomunicò il conte di Tolosa, sciolse i suoi vassalli dal giuramento di fedeltà e fece diffondere il bando di chiamata alle armi in tutte le regioni del nord della Francia, chiedendo il sostegno di re Filippo che, però, declinò, perché preoccupato delle manovre del re d’Inghilterra e dell’Imperatore.

 

Iniziò allora quella che alcuni storici (ma non Meschini) chiamano, impropriamente, la crociata dei baroni, i nobili del Nord. «La crociata – corpi e anime marchiati con il segno della croce, rondini rosse nell’aria di Linguadoca – si materializza: il 24 giugno 1209 arriva la festa di san Giovanni Battista e con essa la crociata. A Lione le schiere crociate si sono riunite, come affluenti di un grande fiume le cui acque ribollono guerra; marciano verso meridione lungo il Rodano; il fiume grande li osserva passare, mentre lascia che usino le sue onde per le chiatte rimorchiate da riva e per quelle che lo solcano con pertiche e remi. La grande fatica della guerra si sforza sulle strade di terra e sulle strade d’acqua, verso sud».

 

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Alla sua testa un nobile francese, Simone di Montfort, reduce da un’altra crociata, la quarta, che lo vide però disubbidiente agli interessi di Venezia e fedele al suo giuramento. Non si combatte contro altri cristiani. Il crociato è un uomo che ha fatto un voto di purezza e di fedeltà. Come un novello Parsifal Simone di Montfort conosce solo la promessa che lo lega al suo Signore e osa quello che nessuno umanamente oserebbe: slanciarsi solitario sotto le mura nemiche, in una pioggia di frecce e pietre, per soccorrere un milite ferito; scagliarsi in prima linea in una carica disperata e attraversare la schiera degli avversari, spezzandone la compattezza e aprendo la strada alla carica dei suoi e alla vittoria.

 

Simone di Montfort è l’antitesi di Raimondo di Tolosa: dedizione all’ideale contro ambiguità e calcolo, purezza di intenzioni contro cuore e mente torbidi e impuri. Raimondo ebbe paura, e di nuovo ritrattò. La Chiesa, che non può negare il perdono a chi lo chiede, lo riammise tra le sue fila, gli concesse persino di indossare, a sua volta, la croce. Ma ormai la crociata era partita. Essa non era rivolta contro il conte di Tolosa, ma contro gli eretici, e contro gli eretici si scagliò. La prima città a rifiutare la resa e l’abbandono dell’eresia fu Béziers e la popolazione, catari e cattolici, fu massacrata, senza distinguere il grano dalla zizzania, i cattolici dagli eretici, e, dunque, andando contro l’indicazione evangelica, anzi, anticipando quel giudizio finale che la parabola della zizzania afferma riservato a Dio solo.

 

Poi fu la volta di Carcassonne, i cui abitanti, però, furono risparmiati, anche se costretti a  lasciare la loro città senza null’altro che quello che indossavano. Una dopo l’altra le città degli Albigesi cadevano. Ai Catari venne offerta la possibilità di convertirsi, ma, come a Minerve, molti di loro rifiutarono: «Allora li fece estrarre dal castello. Erano più di centoquaranta: camminavano verso il fuoco copioso, vi venivano gettati dentro. Anzi vi si precipitavano spontaneamente». E di nuovo l’ambiguità del conte di Tolosa, di nuovo il suo rifiuto e, dinanzi alle minacce di Simone di Montfort, persino l’audacia di un appello al Papa, in parte e a sorpresa accolto. Nel frattempo intervenne nella contesa Pietro II, re di Aragona e cognato di Raimondo, sotto la cui giurisdizione cadevano alcune delle terre oggetto della crociata. In un primo tempo Pietro II dovette recedere dai suoi propositi, poi, tornato dalla Spagna dove si era coperto d’onore combattendo contro l’Islam, rivendicò nuovamente i suoi diritti. Fu costituita una coalizione potente, che comprendeva il conte di Tolosa e molti altri nobili, ma la presunzione e la superficialità con cui fu condotta la campagna militare costarono a Pietro II la sconfitta e la vita.

 

Simone di Montfort era ormai padrone di Tolosa e di gran parte della Provincia, ma, dopo tante vittorie, sarebbe poi morto colpito da una pietra durante la rivolta di Tolosa del 1218. Intanto, però, la marea dilagante dell’eresia si era arrestata ed era stata fatta luce su ciò che era cattolico e ciò che non lo era. Qui il bel volume di Meschini si ferma, prima dell’intervento decisivo della monarchia francese, che avrebbe posto fine alla presenza ereticale in quelle terre e alla loro frammentazione feudale. Tra le tante leggende che il libro di Meschini viene a sfatare c’è quella di una Linguadoca libera e indipendente, sopraffatta dalla monarchia francese. Proprio la prima fase della crociata, quella in cui il regno di Francia fu assente, dimostra che le cose non stavano così, tanto che, a quell’epoca, il rischio era piuttosto quello di un’annessione, di fatto e di principio, nei domini del regno di Aragona.

 

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Soprattutto, però, il libro di Meschini abbatte definitivamente le semplificazioni volute dalla storiografia laicista e anticlericale a proposito della “crociata degli Albigesi”, ridimensionando numeri e dati. Le stragi sono sempre orrende, da ambedue le parti. Appunto. Da ambedue le parti. La crociata fu una guerra orribile, combattuta tra nemici ugualmente feroci, non fu affatto l’annientamento di masse di fedeli inermi e innocenti a opera di fanatici cattolici e papisti. Ogni persona, ricorda l’Autore, ha un valore incalcolabile, tuttavia i numeri contano, quando servono a rinfocolare pregiudizi che sono di natura ideologica e non storica.

 

Scrive Meschini, commentando i dati numerici presentati da alcuni cronisti del tempo: «Proviamo a fare un parallelo tra la percezione dell’entità della caduta di Béziers nel 1209 e quella relativa all’attacco terroristico alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001. Tentiamo cioè di osservare come i contemporanei hanno reagito, a livello “massmediatico”, a quei due tragici eventi pur così diversi e distanti tra loro. Ebbene, subito dopo il crollo delle torri, i massmedia di mezzo mondo parlarono di “oltre ventimila morti”: una cifra scioccante, da far gelare il sangue nelle vene proprio come nel 1209; il numero reale, risultato dalla conta ufficiale, si aggira attorno alle 3.000 vittime; è un numero che resta tragico e triste, e tuttavia è significativo che, nonostante i mezzi a nostra disposizione per stimare, valutare, contare, abbia prevalso per lungo tempo una visione “enfiata” delle dimensioni della tragedia; possiamo concludere che, anche nel 2001, più delle fiamme reali ha potuto il fuoco dell’immaginazione, perché un evento del genere “doveva” aver generato decine di migliaia di morti».

 

È un giudizio chiaro questo, ed è anche un bell’indizio del metodo e dello stile di Meschini, della sua capacità di fare storia e, insieme, di far pensare sulla storia. Davvero Meschini è riuscito a spezzare la falsa antitesi tra storia monumentale, incapace di parlare alla vita, ma rigorosa e scientifica, e storia come retorica, come racconto che affascina e che, però, si presta a essere strumentalizzata come strumento di propaganda. Al contempo, proprio la dimensione narrativa è in grado di restituirci il sapore della mentalità e della cultura quotidiana di tempi tanto lontani, magari, come avviene in questo libro, attraverso citazioni di cronache e testi poetici che impreziosiscono il testo e fanno pensare. Non per nulla il suo bel libro è dedicato Marc Bloch, con cui inizia la rivoluzione storiografica degli Annales, e a Eugenio Corti, lo scrittore che ha saputo infondere nuova vita al genere del romanzo storico: due grandi maestri, di storia e di narrativa, seri e profondi testimoni del loro tempo ambedue, per un unico approccio alla storia, quello per cui essa torna a essere per noi magistra vitae, maestra di vita.

 

Marco Meschini, L’eretica. Storia della Crociata contro gli Albigesi, Laterza, Bari 2010, 375p., euro 19

 

 

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