RECOVERY FUND/ Austerità e Pa, i nemici da combattere per sfruttare le risorse Ue

- Gianfranco Fabi

Il pessimismo causato da anni di stagnazione e austerità e la mancanza di riforma dei poteri pubblici sono nemici della nostra ripresa

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(LaPresse)

Gli ultimi anni non sono stati i più facili. Se andiamo con ordine possiamo citare gli attentati dell’11 settembre 2001, la crisi economico-finanziaria del 2008, la pandemia che ha sconvolto il mondo in questo 2020. Ma a questi dobbiamo aggiungere la rivoluzione tecnologica, le grandi e ampiamente condivise potenzialità di internet, una globalizzazione che i nazionalismi economici e l’emergenza sanitaria hanno solo leggermente scalfito.

E così in uno scenario finanziario in cui da anni si deve fare i conti con i tassi di interesse negativi si è avuta un’impennata dei debiti degli Stati per contrastare la crisi prodotta dalle misure di contenimento dei contagi. Mentre è sparita dai periscopi quella malattia dell’inflazione che aveva caratterizzato gli anni ’30 e gli anni ’70 del secolo scorso. E nello stesso tempo il risparmio, che era considerato tradizionalmente una virtù, ora è di fatto un ostacolo alla crescita congelando risorse che potrebbero essere destinate ai consumi o agli investimenti.

L’Italia è arrivata al 2020 in condizioni tutt’altro che buone, con un’economia sostanzialmente incapace di trovare percorsi di crescita, con una produttività delle imprese a livelli molto bassi, con una spesa pubblica non solo frenata dai vincoli europei, ma contraddistinta da sprechi e inefficienze e quindi incapace di far sì che gli investimenti divengano un moltiplicatore dello sviluppo.

La pandemia, con i suoi risvolti drammatici, ha comunque cambiato il volto dell’Europa soprattutto con la sospensione di quei vincoli di bilancio che hanno impedito negli anni l’applicazione, ammesso che l’Italia ne sarebbe stata capace, di una politica concretamente keynesiana. E con un dibattito politico che da una parte ha visto un appoggio acritico alle scelte europee e dall’altra ha puntato sull’ipotesi di un’uscita dall’euro, una scelta che provocherebbe a sua volta più problemi che soluzioni.

Un tema messo in luce con molta chiarezza da Gustavo Piga, docente di Economia politica all’Università di Roma, Tor Vergata, nel suo ultimo libro “Interregno” (Ed. Hoepli, pagg. 256, € 19,90), un libro che ha il pregio di guardare con concretezza e pragmatismo alla realtà economica e sociale al di là e al di sopra dello schematismo delle ideologie e degli slogan irreali della politica. Proprio per questo Piga spiega con precisione come siano irrealistiche le ipotesi sia di chi punta a fare dell’Europa qualcosa di simile agli Stati Uniti d’America, sia di chi predica un sovranismo fuori dalla storia. L’Europa avrà tanti difetti, ma la non-Europa ne avrebbe ancora di più, soprattutto per un Paese come l’Italia che ha un bisogno vitale di costruttive relazioni economiche con altri mercati.

I problemi italiani sono infatti soprattutto interni, problemi che andrebbero affrontati con coraggio per prepararci nel migliore dei modi a non disperdere i fondi che arriveranno proprio dall’Europa. Un tema importante è allora, per esempio, quello degli appalti. Scrive Piga: “Ancora oggi c’è chi crede che l’unica battaglia da fare in quella galassia immensa degli appalti pubblici in lavori, beni e servizi che impiega circa il 15% del nostro prodotto annuale, sia quella contro la corruzione e non quella contro l’incompetenza. Si sbaglia. E di grosso”.

La competenza, la capacità di guardare non solo al breve termine, la volontà di superare quell’economia delle relazioni che ha sostituito spesso la logica del merito: sono queste le scelte che una scossa come quella della pandemia dovrebbe provocare nella società italiana. Ci sarebbero tutte le premesse per ripercorrere quello che è avvenuto nei decenni del dopoguerra. Ricorda Piga: “Allora i risparmi crescenti finanziavano crescenti investimenti che, trasformandosi in sviluppo e ricchezza, diventavano a loro volta ulteriori risparmi e ricchezza finanziaria, in un circolo virtuoso che portò l’Italia a essere inglobata politicamente nel gruppo delle economie più sviluppate del mondo”.

È necessario tuttavia, secondo Piga combattere due malattie: il pessimismo endemico causato da anni di stagnazione e austerità e la mancanza di riforma dei poteri pubblici “che rende costosissimo operare in Italia a fianco di una Pubblica Amministrazione incompetente e che fa prediligere la stasi, in attesa di tempi migliori, o la delocalizzazione delle attività produttive”.

Le possibilità di affrontare questi problemi ci sarebbero. L’Italia continua a essere un Paese di grandi risparmiatori, ancora di più ora sulla spinta della paura. E i vincoli europei non possono costituire più un alibi, anzi dovrebbero spingere a sfruttare meglio le risorse acquisite grazie alla crescita dei debiti e quelle che verranno con il piano Next Generation Eu. Resta il grande tema dell’efficacia della politica e dell’efficienza della Pubblica amministrazione. Per non essere pessimisti su questo fronte si può sperare che il libro di Gustavo Piga aiuti a far riflettere chi di dovere.

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