RECOVERY FUND/ Ecco l’algoritmo da dare al Mef per impiegare bene le risorse

- Giuseppe Pennisi

I tempi per il Recovery fund sembrano allungarsi, ma resta l’esigenza di usare al meglio le risorse che arriveranno dall’Ue

Tesoro_Mef_Sede_Lapresse
La sede del Mef (Lapresse)

La settimana scorsa, Il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo intitolato Un algoritmo per usare bene il Recovery fund a firma di Paolo Gualtieri in cui si argomenta, a ragione, che per impiegare bene i fondi che (prima o poi) verranno dall’Unione europea si dovrebbero adottare metodi di standard internazionale per l’analisi delle proposte e, una volta definita la platea di quelle valide singolarmente, una strumentazione per porle in graduatoria in termini di rispondenza agli obiettivi. Alcuni hanno equivocato il cognome con quello dell’attuale ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri. Altri hanno pensato che si tratti di un congiunto del titolare del dicastero. Verosimilmente, Paolo Gualtieri è il titolare della cattedra di economia degli intermediari finanziari della Università Cattolica di Milano. D’altronde, il testo dello scritto mostra grande dimestichezza con la matematica, anche avanzata.

I tempi per il Recovery fund sembrano allungarsi (a ragione delle diversità di vedute tra Parlamento europeo, Commissione e vari Stati membri dell’Ue). È quindi appropriato non correre, ma attrezzarsi o con agenzia ad hoc (come proposto da Giorgio La Malfa e, con diversità di accento, da Alberto Quadrio Curzio) oppure dando “un algoritmo a Gualtieri” (il titolare del ministero dell’Economia e delle Finanze) e ponendo via Venti Settembre al centro dell’operazione.

Si può prevedere un metodo in tre fasi: a) presentazione di un programma di riforme le cui spese vengano valutate con strumenti all’altezza di standard internazionali; b) scrematura dei progetti/singoli componenti di spesa per individuare quelli validi; c) scelta dei progetti/singoli componenti di spesa che ottimizzino gli obiettivi di politica economica. In tal modo, il livello politico si concentrerebbe sul livello “alto” della definizione degli obiettivi e dei parametri di valutazione e il lavoro di analisi verrebbe effettuato a livello tecnico, evitando un “suk” tra portatori di interessi. Se l’elenco dei progetti/singoli componenti di spesa non piacesse al Comitato interministeriale per gli affari europei, il livello politico dovrebbe modificare gli obiettivi (e parametri) e quello tecnico, utilizzando la strumentazione disponibile, fornirebbe una nuova proposta in linea con i nuovi obiettivi. E Gualtieri (Roberto o Paolo che sia) avrebbe il suo algoritmo. Efficiente, efficace e trasparente.

La prima fase potrebbe essere realizzata utilizzando Macgem-It, un modello econometrico multisettoriale sviluppato proprio all’interno del ministero dell’Economia e delle Finanze (ma Gualtieri – Roberto e Paolo che sia – lo sa?). Macgem-It consente di valutare gli effetti di programmi di spesa su variabili-obiettivo come Pil, occupazione, bilancia dei pagamenti e via discorrendo. E inserendo una funzione che specifichi l’importanza relativa che si dà ai vari obiettivi, delineare il mix o il pacchetto di spese che meglio consente di ottimizzare il loro raggiungimento.

È uno strumento che molti Paesi utilizzano per forgiare la loro politica economica e che in Italia è stato impiegato, in una versione molto semplificata, negli anni Ottanta e, poi, per l’analisi di alcuni grandi investimenti quali la transizione della televisione analogica al digitale terrestre e l’alta velocità tra Lione e Torino, nonché alcuni aspetti della politica tributaria. È entrato in graduale disuso soprattutto perché il suo asse portante – la “matrice di contabilità sociale” (Sam, per gli addetti ai lavori) – non veniva aggiornata dalla fine degli anni Novanta, quando l’Istat ha dato la priorità alle statistiche richieste dall’Ue. Si tenga presente che proprio per il Recovery fund in Francia è stato rimesso in funzione il Commissariato al Piano: è stato nominato un Alto Commissario che riferisce direttamente al Governo e il cui staff utilizzerà strumenti come Mcgem-It (i cui trisavoli sono comunque francesi).

Macgem-It è l’acronimo di “Multisector applied computable general equilibrium model for Italy” (modello multisettoriale computabile di equilibrio generale per l’Italia). È stato realizzato dal Dipartimento del Tesoro in collaborazione con il Dipartimento di economia e diritto dell’Università degli studi di Macerata. È stato ben tarato sulle caratteristiche del sistema economico italiano allo scopo di quantificare l’impatto disaggregato, diretto e indiretto, delle politiche di bilancio e degli scenari di riforma ipotizzati. Una prima versione è stata discussa due anni fa a un seminario tecnico a via XX Settembre, ora è un gradevole fascicoletto (pubblicato lo scorso marzo). È utile sapere che la Commissione europea ha invitato i modellisti “nostrani” a tenere seminari di formazione per i colleghi di altri Stati dell’Ue. I Gualtieri (sia Paolo, sia Roberto) possono essere fieri.

La seconda fase è l’individuazione della platea di progetti singolarmente validi. A via Venti Settembre non mancano professionalità. Circa quaranta anni fa si sono fatte le prime esperienze di analisi costi-benefici applicate al Fondo Investimenti e Occupazione. Sono poi continuate all’allora Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e di Coesione. Infine, una quindicina di anni fa si sono fatte sperimentazioni di valutazione in condizioni di incertezza utilizzando tecniche molto avanzate. Infine, un centinaio di funzionari e dirigenti del dicastero hanno seguiti corsi alla Scuola nazionale d’amministrazione. Le “risorse umane” – per usare il lessico corrente – ci sono, occorre organizzarle bene e fornire loro i parametri di valutazione. Due compiti che spettano al livello politico.

I parametri di valutazione esprimono: a) le preferenze di distribuzione dei costi e dei benefici per fasce di reddito/consumi o su base territoriale o sotto il profilo intergenerazionale; b) il valore sociale da attribuire a obiettivi di politica economica e sociale, quali l’occupazione, la coesione sociale e la sostenibilità ambientale; c) il valore da attribuire a beni e servizi non di mercato o solo parzialmente di mercato (istruzione, ambiente, salute); d) il computo economico di effetti esterni, interdipendenze, costi accantonati, trasferimenti finanziari all’interno della collettività, andamento generale o specifico dei prezzi di beni e servizi; e) il valore economico e sociale di beni e servizi in mercati regolamentati (spesso con tariffe e altre forme di prezzi amministrati).

In Italia, la situazione è un po’ confusa. Gualtieri (Roberto) farebbe bene a mettere ordine. Parametri sono stati elaborati negli anni Ottanta del secolo scorso dall’allora ministero del Bilancio sulla base di una metodologia econometrica aggregata, volta a stimare il rendimento marginale dell’investimento in opere pubbliche. Essi hanno fornito la base di una delibera del Cipe del 1984, emendata, per gli investimenti nel Mezzogiorno, da una direttiva della presidenza del Consiglio del 1986. Tanto la delibera Cipe, quanto la direttiva sono ormai obsolete. Nel 2007, un documento di lavoro dell’Uval (Unità di valutazione allora presso il ministero dello Sviluppo economico) ha proposto un aggiornamento (peraltro mai ufficializzato), basato sostanzialmente sui lavori della Commissione europea e sulle direttive per le istruttorie di piani e progetti a valere sui fondi strutturali europei. Nel 2012, il Cnel ha presentato un documento di osservazione e proposte, alla luce dell’evoluzione metodologica e dell’esperienza delle principali istituzioni internazionali e dei maggiori Paesi europei, ma soprattutto in linea con obiettivi che danno la priorità alla sostenibilità ambientale e a una migliore distribuzione dei benefici della crescita. Il documento fu inviato a Governo e Parlamento, ma non è mai stato recepito. In punta di diritto è ancora valida la delibera del Cipe del 1984. Un chiarimento è essenziale. Sarebbe logico e semplice adottare il documento Cnel, aggiornato e ritoccato come si ritiene.

Il terzo stadio è la scelta in funzione degli obiettivi. Si può tornare al nostro amico Macgem-It o applicare una procedura multicriteri. L’aspetto tecnico è semplice, sempre che gli obiettivi politici siano chiari e trasparenti a tutte le dramatis personae italiane e Ue coinvolte in questa operazione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA