RECOVERY FUND/ La vittoria dei Paesi frugali che si finge di non vedere

- Paolo Tanga

L’accordo sul Recovery fund è peggiorativo rispetto alla proposta iniziale che già non risultava conveniente per l’Italia e la sua economia

Conte e Rutte
Giuseppe Conte e il Primo Ministro d'Olanda Mark Rutte al Consiglio Europeo (LaPresse, 2020)

La notizia di questi giorni è l’esaltazione dell’indebitamento presentato come il toccasana della crisi innestata dal Covid-19; si tratta però di un indebitamento speciale fatto unitariamente da tutti i Paesi aderenti all’Ue, cioè un indebitamento sul mercato internazionale chiamandolo Recovery fund, i cui interessi matureranno e andranno via dal territorio dello Stato che si indebita, costringendolo a recuperare il “denaro maturando” cedendo “gratuitamente” la ricchezza reale prodotta.

Nel precedente articolo su Mes e Recovery fund avevo detto che la finalità di quest’ultimo sarebbe stata quella di eliminare le conseguenze negative degli spread, perciò il ricorso a detto nuovo istituto poteva introdurre un primo correttivo alla modalità di emissione dell’euro che favorisce, “in modo legale”, l’usura istituzionale a danno dei Paesi indebitati verso l’estero, primo fra tutti l’Italia. Avevo altresì richiamato l’attenzione sulla circostanza che la proposta dalla quale partiva il negoziato europeo già appariva chiaramente sbilanciata perché i soldi concessi a prestito alla nostra popolazione italica sovrastavano quelli previsti a fondo perduto nel rapporto di 91 miliardi di euro contro 81 miliardi, mentre a tutti i Paesi cosiddetti “frugali” (termine che va inteso come “quelli che frugano nelle tasche altrui”, basti solo pensare che le sedi di lavoro del Parlamento europeo sono non una, nemmeno due, bensì tre: Strasburgo, Bruxelles, Lussemburgo), i fondi sarebbero stati dati solo a fondo perduto, cioè sarebbe stata l’Europa nel suo insieme a restituire il prestito con la fiscalità dei singoli Stati e le loro contribuzioni. Agli italiani, cioè, tocca nuovamente essere spettatori acquiescenti di decisioni prese altrove, poiché il nostro capo del Governo, in data 21 luglio u.s., avrebbe contrattato consapevolmente (autocelebrandosi e celebrandolo apertamente come una vittoria) con i rappresentanti della burocrazia strozzina dell’Ue la costrizione a prendere ancora più fondi a prestito portandoli alla somma di euro 127 miliardi dai 91 iniziali.

Ciò è perfettamente in linea con le parole di Monti secondo il quale l’Europa va costruita attraverso le crisi e il più grande successo dell’euro era stato la Grecia (ora più che mai ridotta alla fame e allo stremo). Prossimamente, verosimilmente prima di quanto pensiamo, il più grande successo sarà l’Italia, dove politici apatici, anche di opposizione, non sbattono la porta in faccia ai negoziatori “bravi” (termine di manzoniana memoria), che mettono gli sportelli bancomat a favore dei “rapinatori frugali”, addirittura a domicilio, e la Troika continua a “fare i fatti” cioè prelevare e vivere a spese dei risparmiatori, che invece portano la “nomina” di “mani bucate” e “spendaccioni”.

Mi preme evidenziare che coloro che esultano del risultato si basano su dati pubblicizzati sulla stampa nazionale, che però non trovano riscontro nei documenti della Commissione europea, che parla solo di stime dalle quali si può supporre che l’Italia potrà arrivare a percepire un’ottantina di miliardi di sussidi divisi in varie tranche che arriveranno non prima della primavera 2021 e che comunque il popolo italiano anticiperà attraverso altre imposte e tasse calate dall’alto, non più tardi dell’inizio del prossimo 2021, come un asso nella manica, che strozzeranno nuovamente le produzioni e l’economia reale – cos’è una partita di giro?! O una vera presa in giro?!

L’accordo è fondato su un compromesso che consente ai Paesi avvantaggiati dalle regole europee di conservare – in contrasto con le previsioni della nostra Carta costituzionale che prevede, ex art. 11, parità di condizioni nei trattati internazionali che limitino la sovranità – i propri privilegi, nella contribuzione ridotta al bilancio europeo, che rimane fissato, per gli anni 2021-2027, a 1.074 miliardi di euro e conserva il saldo zero. Se il saldo è zero e la contribuzione è ridotta, come fa l’Europa a darci i soldi che vengono sbandierati? Molto semplice, vengono raccolti sul mercato dei capitali prendendoli in prestito e quindi da restituire.

Quanto al privilegio nella contribuzione ridotta, i “frugali” sono stati accontentati con larghi “rebate”, cioè i rimborsi introdotti quando il Regno Unito della Thatcher ne chiese l’introduzione e che con la Brexit molti leader europei avrebbero voluto cancellare. In alcuni casi sono stati significativamente aumentati rispetto alla precedente proposta indicata in parentesi: alla Danimarca sono andati 322 milioni di euro annui di rimborsi (222), all’Olanda 1.921 milioni (1.576), all’Austria 565 milioni (287) e alla Svezia 1.069 milioni (823 milioni); per la Germania il rimborso è rimasto a 3.671 milioni di euro.

Quanto ai fondi presi in prestito, teniamo presente che dal momento che vengono raccolti e concessi effettivamente fino a quando comincerà la restituzione – fissata a partire dal 2028 – essi produrranno interessi che bisognerà restituire, ma fino al 2027 il bilancio dell’Ue è fisso sui 1.074 miliardi e il suo saldo deve rimanere a zero. Allora? Gli interessi andranno a fare montante (ad aggiungersi) al capitale da restituire, oppure i singoli Stati che vi hanno fatto ricorso li verseranno di volta in volta.

Prendendo per buone le cifre della stampa si tratta di 750 miliardi di euro da raccogliere e ipotizzando un tasso dell’1%, gli interessi per il primo anno ammonterebbero a 7,5 miliardi. Con la capitalizzazione, alla fine del 2027 il debito da restituire sfiorerebbe gli 800 miliardi di euro (796). Attenzione, però, chi presterebbe i propri capitali a quel tasso sapendo che la restituzione è prevista solo entro la fine del 2058, cioè dopo ben 37 anni?

L’Europa non batte ciglio; i 390 miliardi a “fondo perduto” faranno parte di una regolamentazione per i bilanci successivi al periodo fissato (dal 2028 in poi). Per il complemento a 750 miliardi (360) dati “in prestito” dovranno provvedervi i singoli Stati che avranno come creditore l’Ue, alla quale andrà verosimilmente corrisposto un differenziale crescente di interessi in funzione dei capitali presi in prestito. Ecco, perciò, che giornali, media e politici ci hanno mostrato uno specchietto per le allodole!

Più ci strozzano e più saremo costretti ad accettare condizioni capestro: surrettiziamente ci guideranno al frazionamento politico in tanti partitini in modo da garantire la stabilità governativa attraverso maggioranze variabili. Stabilità governativa per il male del Paese, come dimostrato dai Governi succedutisi dal 2012 in poi. Le buone idee, infatti, vengono ignorate. Del resto come soluzione alla crisi ci hanno proposto di contrarre debiti, ma per farne che? Non una proposta al riguardo, solo parole vuote: riforme (peggiorative, esattamente come vuole questa Ue che, avvinghiata attorno alla sua preda, la stritola come un serpente che poi ingurgita tutto: diritti, famiglia, scuola e tutte le istituzioni di base che formano l’individuo e lo rendono parte di una società), ma per fare le riforme è proprio necessario sostenere costi per miliardi di euro?

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