RECOVERY PLAN/ 300 pagine di interventi necessari: sapremo sfruttare il piano?

- Giuseppe Sabella

Il Recovery Plan è la grande occasione per l’Italia di rilanciare la propria economia e restare tra i grandi del mondo

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Lapresse

“Sarà un Governo ambientalista” ha detto Mario Draghi quando ha presentato il suo Governo al Parlamento. D’altra parte, le presenze di Enrico Giovannini alle Infrastrutture e di Roberto Cingolani alla Transizione ecologica, in particolare, davano consistenza alle sue parole. Ora vi è un passaggio importante, quello del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che, dopo l’esame del Consiglio dei ministri di sabato, arriva oggi in Aula per la discussione parlamentare.

Il Recovery Plan, come abbiamo più volte scritto, è la grande occasione per fare quegli interventi di cui parliamo da anni: dalle riforme “orizzontali” su Pa e Giustizia, a quelle “abilitanti” su semplificazione e concorrenza, a quelle “di accompagnamento al piano” quali fisco, ammortizzatori sociali e salario minimo. I macro obiettivi del piano, in particolare, sono due: infrastruttura digitale e transizione ecologica/energetica (il ministero di Cingolani avrebbe dovuto più correttamente riportare questa doppia dicitura: l’energia non è, infatti, un “accidente” nella transizione, ne è piuttosto un polmone).

Oltre 40 miliardi sono destinati allo sviluppo di infrastrutture digitali. Questo è il grande salto che il nostro Paese deve fare. Siamo invece più avanti, anche nei confronti dei nostri partner, sul percorso verso la sostenibilità ambientale (alla rivoluzione verde sono assegnati quasi 70 miliardi): per quanto riguarda l’economia del riciclo, ad esempio, siamo l’eccellenza europea e sull’utilizzo di energie rinnovabili siamo in linea con gli obiettivi e tra i Paesi più avanti. Per quanto riguarda la restante distribuzione delle risorse, 32 miliardi sono destinati alle infrastrutture per la mobilità sostenibile, circa 30 al sistema educativo e alla ricerca, 20 al sistema sanitario e 20 per programmi di inclusione e coesione sociale.

L’Italia, col suo Pnrr, disegna un futuro prossimo fatto di innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale: sono gli obiettivi centrali del Green Deal europeo – piano che Ursula von der Leyen presenta come prima comunicazione della sua commissione al Parlamento (dicembre 2019) – che hanno ispirato le linee guida del Next Generation Eu e che trovano oggi negli Usa un rinnovato alleato, dopo che il suo Presidente Joe Biden, non appena eletto, ha mandato segnali di riavvicinamento importanti all’Europa proprio su questo piano. Non a caso, nei giorni a cavallo della Giornata della Terra (22 aprile us), Biden ha promosso un summit sul clima a cui ha partecipato anche Xi Jinping.

La cosa curiosa è che l’espressione Green New Deal arriva proprio dagli Usa: nel 2019, infatti, i Democratici hanno proposto al Congresso un pacchetto così chiamato per far fronte ai cambiamenti climatici oltre che alla disuguaglianza economica, anche facendo leva sulla suggestione storica offerta dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt che rispondeva alla grande crisi del ’29. Ma negli Usa di Trump tutto ciò che aveva a che fare con la questione ambientale – sebbene le industrie e molti Stati se ne interessassero eccome – è uscito dall’agenda della Casa Bianca. E così, il Green New Deal è diventato il programma fondamentale dell’Unione europea.

Ma per tornare al nostro Paese, il Pnrr racchiude in 300 pagine tutti quegli interventi di cui parliamo da lungo tempo. La trasformazione della mobilità può essere il cuore e il traino dell’industria italiana (oltre che europea): l’investimento è notevole, anche nei suoi obiettivi (6 milioni di veicoli elettrici al 2030 e 45 mila stazioni di ricarica). Si può discutere sulla distribuzione delle risorse, ma il problema di fondo in realtà non è questo. Il punto è se sapremo attuare il piano e se riusciremo così a fare un balzo in avanti in termini di crescita. Molto concretamente: comuni e filiere produttive saranno capaci di questo salto? Anche in virtù del processo di deurbanizzazione, i veri attori della crescita saranno i territori e gli ecosistemi.

Le recenti stime Ocse e Fmi sono di questa idea: la crescita italiana 2021/2022 è infatti superiore alla media europea e alla stessa Germania. Auguriamoci quindi che il Pnrr faccia fare un balzo in avanti al nostro Paese. Del resto, siamo ancora il secondo Paese manifatturiero in Europa e, oltre ai problemi che tutti conosciamo, abbiamo anche risorse e capacità importanti. È ora che questo valore emerga nella sua forza: è l’ultima occasione che l’Italia ha per rilanciarsi e restare tra i grandi del mondo.

Twitter: @sabella_thinkin

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