REFERENDUM/ 2. Ecco perché il voto non risolve il problema dell’acqua

Secondo PAOLA GARRONE i problemi legati al settore dell’acqua non potranno essere risolti dal referendum, che assomiglia sempre di più a uno strumento di lotta politica

10.06.2011 - Paola Garrone
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Foto Imagoeconomica

Altri articoli de ilsussidiario.net hanno ben chiarito i limiti dei prossimi referendum. L’analisi dei quesiti “sull’acqua” conferma il timore che la prossima consultazione sia diventata, probabilmente al di là delle intenzioni dei firmatari (1 milione e 400.000 persone!), uno strumento di lotta politica che non favorisce, e anzi allontana, il confronto su problemi importanti.

Il tema “acqua pubblica” tocca un nervo scoperto in tutti noi. Non si può scherzare con una risorsa insostituibile per la vita delle persone e delle famiglie, per l’agricoltura, per la bellezza e l’equilibrio dell’ambiente naturale e per la stessa industria: è giusto invocare la massima cautela quando si impostano sistemi che affidano la gestione dell’acqua a monopolisti privati, in molti casi appartenenti a gruppi multinazionali. A questa sensibilità si è appellato il movimento “per l’acqua pubblica”, un fenomeno non solo italiano, attraverso una campagna di opinione condotta senza risparmio di mezzi.

Tuttavia, i promotori hanno usato argomenti che non affrontano il merito dei problemi e in qualche caso mortificano l’intelligenza dei cittadini chiamati a esprimersi. Chi ha proposto il primo quesito afferma che la vittoria dei Sì è necessaria per “fermare la privatizzazione dell’acqua”. Si tratta di uno slogan sleale da molti punti di vista. Primo, nessuna tra le leggi vigenti ha mai messo in discussione la proprietà pubblica dell’acqua (“demanio dello Stato”) e la proprietà comunale delle infrastrutture idriche. Secondo, la norma che si intende abrogare non riguarda solo l’acqua, ma anche i trasporti pubblici locali e la gestione dei rifiuti. Perché non lo dice nessuno? Terzo, il Decreto Ronchi, la riforma che si vorrebbe smontare, non è esente da problemi, ma non si può affermare che impedisca la gestione di tipo pubblico. Le società di proprietà dei Comuni potranno proseguire con la gestione se mostrano all’Antitrust la propria efficienza, oppure potranno partecipare alla gara e magari vincerla.

Il secondo quesito viene motivato con “l’esclusione dei profitti dall’acqua” e chiede di eliminare dalle tariffe una voce destinata a remunerare il capitale investito al 7% annuo. Si può criticare il fine di lucro nella gestione dell’acqua, ma occorre comunque spiegare come si intendono raccogliere i capitali per finanziare gli investimenti. Ipotizziamo pure che si vogliano utilizzare solo contributi pubblici, senza ricorrere a capitali privati e senza aumentare le tariffe. Anche in questo caso il denaro avrebbe un costo, perché lo Stato dovrebbe rinunciare a usare quei fondi per altri servizi di interesse pubblico, oppure emettere titoli di debito a un certo tasso di interesse, oppure ancora aumentare le tasse.

È un peccato che la quantità di semplificazioni e strumentalizzazioni che accompagnano i referendum impediscano di affrontare il vero tema sottostante il dibattito sui modelli di gestione dell’acqua. La qualità del servizio e l’efficienza nei costi non sono assicurate né dagli operatori privati, né dalla gestione pubblica così come la conosciamo oggi. I gestori privati si impegnano per ridurre i costi, ma in molti casi rischiano, anche per i limiti della regolazione, di adottare comportamenti miopi, orientati alla creazione di margini nel periodo di affidamento del servizio, a scapito delle attività di manutenzione e degli investimenti tanto urgenti.

D’altra parte, e nonostante gli esempi di gestione pubblica virtuosa, proprio l’esperienza del nostro Paese sconsiglia di affezionarsi all’ipotesi che l’intervento pubblico sia garanzia del bene comune in questo settore. Ci sono regioni italiane nelle quali, nonostante la prevalente gestione pubblica, le dispersioni di rete dell’acqua potabile superano il 70%, il 46% delle famiglie non si fida a bere acqua del rubinetto e il 19% sperimenta frequenti interruzioni nella distribuzione. In questo caso, le cattive pratiche nella scelta dei fornitori, nelle assunzioni, nei processi di manutenzione non sono motivate dalla ricerca del profitto, ma dalla difesa di discutibili modelli organizzativi, dai piccoli interessi di alcuni manager pubblici, dall’assenza di interlocutori sociali e politici a cui rispondere.

A questo riguardo, va invece considerata seriamente l’apertura del settore dell’acqua alle non profit utilities, un modello di impresa che altri paesi hanno sperimentato con buoni esiti e che coniuga l’efficienza e l’accountability con un orientamento al lungo periodo. Un primo passo potrebbe essere il conferimento di infrastrutture e reti a una Fondazione, rimuovendo in questo modo un’anomalia che non ha ragione di essere: l’esclusione del Terzo settore dal mondo dei servizi di pubblica utilità.

Per stare all’oggi, non è auspicabile la vittoria dei No, perché ci consegnerebbe all’illusione che l’obiettivo del profitto sia sufficiente ad assicurare comportamenti virtuosi nel mercato regolato dell’acqua. Altrettanto inopportuna appare la vittoria dei Sì, perché consacrerebbe la difesa di interessi costituiti a scapito della qualità e della continuità della fornitura, di una genuina solidarietà nell’accesso al servizio, della protezione dell’ambiente.

Nel caso del servizio idrico, così legato alle caratteristiche specifiche di un territorio, non partecipare alla consultazione è un modo per affermare che i problemi del settore non si risolvono con l’imposizione di un modello unico. Occorre piuttosto che i cittadini, le realtà sociali, i Comuni, il Parlamento, le imprese del settore proseguano nella ricerca e nella costruzione di risposte istituzionali e industriali condivise e durature.

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