NUCLEARE/ Il vero disastro ambientale? Un referendum ideologico

- Silvio Bosetti

L’Italia ha scelto la strada del referendum per decidere il destino del nucleare. La vicenda giapponese e la disinformazione galoppante hanno avuto la meglio sulla ragione. SILVIO BOSETTI

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Foto: Imagoeconomica

Oggi nel mondo oltre tre quarti dell’elettricità è ricavata da fonti fossili (carbone, petrolio, gas naturale). Il resto proviene da fonte idroelettrica e nucleare. L’elettricità prodotta dalle fonti rinnovabili (vento, sole, biomasse) rappresenta per ora solo l’1%. Dopo il tragico incidente del Giappone in occasione del terribile tsunami, il mondo si è interrogato sul nucleare. L’Italia, unico esempio, si è infilata nella democratica strada del referendum popolare. Come aiutare a prendere una posizione?

Potremmo riepilogare le risposte alle domande più ricorrenti: è risolto il problema delle scorie? Che grado di sicurezza hanno raggiunto gli impianti per garantire l’assenza di radioattività? Sono sufficienti le forme di sicurezza per evitare la proliferazione e l’uso bellico dell’uranio arricchito? Nei costi di produzione dell’energia avete considerato i costi dello smantellamento e delle polizze assicurative? I siti per la realizzazione sono sicuri, non abbiamo un territorio eccessivamente sismico? Cosa ne sarà degli impianti già funzionanti in Europa per i quali sono previsti gli stress test?

Potremmo citare il nome degli ambientalisti favorevoli al nucleare perché è la fonte di produzione di elettricità alternativa a quella fossile e che consente di evitare il riscaldamento del pianeta: dal vero fondatore di Greenpeace, il canadese Patrick Moore, al guru ambientalista americano Stewart Brand. Per non citare James Lovelock, lo scienziato britannico padre dell’ipotesi Gaia. Potremmo aggiungerci, già che ci siamo, anche due personalità che se ne sono occupate, come Bob Geldof (in prima linea per la lotta alla povertà in Africa) e l’indimenticabile Paul Newman, grande filantropo. Potremmo infine citare anche i nomi dei leader politici internazionali che non hanno negato spazio a questa tecnologia, a cominciare dall’autorevolezza americana di Obama fino all’Emiro di Abu Dabi.

Ma con l’aria che tira credo che, pur con  pacatezza, gentilezza e timidezza (i valori per la Milano del vento che cambia) non ci sia  spazio per un dialogo.  Riepiloghiamo però rapidamente i fatti.

Dopo l’incidente nucleare di Fukushima, il Governo italiano prima ha congelato la legge approvata sul nucleare del febbraio 2010, e dopo un paio di settimane, per tentare di evitare il referendum già previsto (raccolta di firme promossa da Di Pietro) ha cancellato la norma oggetto di richiesta di abrogazione.  La decisione è passata in Cassazione.

È stata quindi accolta lo scorsa settimana l’istanza presentata dal Partito Democratico che chiedeva di trasferire il quesito del referendum sulle nuove norme appena votate nel decreto legge “omnibus”: la richiesta di abrogazione rimane la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà appunto alle nuove norme sulla produzione di energia nucleare (art. 5 commi 1 e 8). Si andrà perciò al voto. Lascio ai giuristi il compito di capire a quale ennesimo complesso arzigogolo siamo dinnanzi. Come osservatore del settore mi preme però fare alcune osservazioni.

Di fronte al tema dell’energia siamo l’unico paese che decide il da farsi con un referendum, per di più a ridosso di un fatto straordinario come quello conseguito ai drammatici eventi dello tsunami in Giappone. Nel resto del mondo la decisione è stata assunta dai rispettivi organismi di governo: 2 paesi ne usciranno (tra 15 o 20 anni, la Germania e la Svizzera), 4 nazioni si sono prese un periodo di riflessione (moratoria), 30 nazioni hanno deciso di intensificare i controlli ma di proseguire.

Cito alcuni esempi europei che hanno deciso in questo ultimo mese. Il primo giugno il parlamento bulgaro ha votato un “programma energetico strategico” che prevede di aumentare la produzione di energia nucleare nel corso del decennio. Il 13 maggio il governo polacco ha adottato un nuovo “pacchetto nucleare” per modificare la “legge sull’energia atomica” e la “legge sugli investimenti nucleari” in modo di facilitare gli investimenti nel settore. In Gran Bretagna, mentre il governo ha incaricato il Chief Nuclear Inspector a preparare un rapporto sulla sicurezza dei reattori nucleari nel paese alla luce degli eventi giapponesi, il 9 maggio il Climate Change Committee ha pubblicato un rapporto secondo il quale è necessario costruire altri due reattori nucleari per raggiungere a costi ragionevoli l’obiettivo di ridurre del 15% le emissioni della CO2 entro il 2020. Interessante anche il caso della Confederazione Svizzera, pur in senso opposto: si porterà a completamento il ciclo di vita dei reattori, senza sostituzione del parco nucleare, avviando la contemporanea incentivazione della ricerca in campo energetico, potenziamento delle fonti idroelettriche e più in generale delle rinnovabili, parziale importazione e sviluppo di impianti di cogenerazione. La gradualità nell’abbandono del nucleare lascerà tutto il tempo necessario per il riassetto del sistema energetico; secondo il Consiglio si tratta di una soluzione tecnicamente ed economicamente sostenibile (oggi il 39% dell’energia elettrica svizzera è di origine nucleare).

Torniamo a casa nostra. Sui canali televisivi, in vista del prossimi quesiti referendari, assistiamo  ad un focoso dibattito, mi spiace dirlo, pieno di scarsa e mala informazione. Si improvvisano infatti come esperti di energia ed ambiente le personalità della politica e dello spettacolo: compaiono ovunque sognatori e illusionisti che immaginano e ci spiegano un mondo romantico (forse) dove il sole ed il vento ci daranno la luce per illuminare le case, la forza di spingere i treni, il fresco per dare aria condizionata alle torride estati, la potenza per alimentare i telai e le linee di montaggio delle fabbriche. Da “addetto ai lavori”, da un lato ammiro la capacità dei veri esperti di tentare qualche spiegazione, mentre dall’altro ascolto sconsolato le motivazioni che vengono addotte dai sostenitori dell’urgenza di andare al voto per abrogare la possibilità che il nostro paese possa costruire le centrali. Scorrono le immagini di alcuni ospedali e dei bambini malati nei dintorni di Chernobyl. Guardo anch’io commosso, senza dimenticare che forse ci sono varie ipotesi con cui si interpreta questo fatto. Recentemente ho infatti potuto partecipare alla conferenza di un emerito scienziato ucraino che raccontava come in quell’area del suo paese ci fosse una situazione ambientale sicuramente migliore di quella descritta dai catastrofisti. Sono passati 25 anni anche da quella tragedia, ma sono pochi che ne spiegano la vera genesi e la gestione delle informazioni che ne fu fatta in quei giorni: la follia di un capo centrale che fece funzionare l’impianto oltre ogni limite per dimostrare la forza invincibile della tecnologia sovietica e la copertura mediatica di un regime che gestiva tutto con la Pravda, organo di informazione di uno Stato che copriva anche ben altre drammatiche vicende al proprio popolo.

In Italia l’informazione su questa materia diventa anche leggenda. Cito un piccolo esempio: dieci giorni fa, nella penultima tappa del Giro d’Italia, superato l’insidioso Colle delle Finestre, il bielorusso Vasilj Kiryenka si invola verso il prestigioso traguardo del Sestriere dove vincerà con quasi cinque minuti di distacco. Un’azione magnifica. Il telecronista ne parla in termini entusiastici anche per via della tragica storia della sua famiglia: “Vasilj ha perso la madre e due fratelli nell’incidente di Chernobyl”. Il giorno dopo, grazie alla mia passione per il ciclismo, leggo la cronaca della tappa e le interviste. Vasilj spiega: “la mia povera mamma è morta recentemente nella nostra casa e i miei fratelli stanno benissimo”.

In questo contesto mediatico appare inutile buttarsi a spiegare per contrastare un flusso torrenziale di “pensiero” per cui il fotovoltaico è piccolo e bello mentre il nucleare è “pericoloso e sporco” (Celentano). Nell’ottobre del 1963 in Italia morirono circa duemila persone (recuperate 1900 salme) travolte dall’onda del Vajont: si aprirono processi e furono modificate le prescrizioni, ma nessuno (fortunatamente) fermò l’idroelettrico. Si fatica anche a ricordare che il nostro paese, per motivi economici e di competitività, oggi importa dalle nazioni confinanti il proprio 15% di elettricità prodotta con impianti atomici che stanno a non più di duecento chilometri dalle frontiere del sacro suolo. Nessuno riesce ad amplificare le pur corrette riflessioni comparse sui principali quotidiani sul valore dei contributi prelevati dalle bollette delle famiglie e delle piccole imprese per l’installazione dei pannelli fotovoltaici (170 miliardi di euro in dieci anni!).

Bersani dice che bisogna andare a votare perché “manca una politica energetica nazionale”. Bella scoperta! Lo diciamo in tanti da anni. Ci chiamate a votare sul nulla, uccidendo nella culla una tecnologia per dire questa cosa? Dove sono i parlamentari che abbiamo eletto anche per questo e che un anno fa hanno approvato la legge? Per buttare giù un governo si specula sul tema energetico come fosse il caso “Ruby”. Ma quanti sanno che dovremo ugualmente investire molto denaro per il sito di stoccaggio delle scorie radioattive degli impianti fermati nel 1987 e per le non poche quantità di rifiuti che arrivano dagli ospedali dove si utilizza la radio medicina? Continueremo a comprare energia atomica dalla Francia, dalla Svizzera e dalla Slovenia? Lasceremo completare i lavori per la centrale a carbone di Porto Tolle fermata da una imbarazzante decisione para-ambientale? Con quali fonti produrremo energia elettrica nei momenti in cui calerà il vento e si fermeranno le pale eoliche nel sud Italia? Quando ci decideremo ad investire seriamente sull’efficienza energetica?

In questo scenario l’unica scelta è quella (politicamente scorretta?) dell’astensione. Se passa il quorum andremo avanti senza energia nucleare. Ne abbiamo fatto a meno per 25 anni, potremo farne a meno anche nei prossimi. Se non passasse, lasceremmo almeno ai nostri figli la possibilità di ripensarci.

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