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Home » Politica » REFERENDUM GIUSTIZIA/ Violante: la vera separazione (che manca) è quella tra pm e giornalisti

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REFERENDUM GIUSTIZIA/ Violante: la vera separazione (che manca) è quella tra pm e giornalisti

Int. Luciano Violante
Pubblicato 12 Novembre 2025 - Aggiornato alle ore 17:05
Meloni e Nordio

Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, con Carlo Nordio, ministro della Giustizia (Ansa)

La riforma della giustizia non separa le carriere, ma soprattutto crea un corpo di pm che avrà un potere senza precedenti. Servirà un'altra riforma

Da Luciano Violante, magistrato e penalista, già presidente della Camera, deputato prima del Pci e infine del Pd per otto legislature, un’intera carriera politica e professionale al servizio delle istituzioni, arriva una bocciatura del ddl costituzionale di riforma della magistratura.

Violante ne ha scritto di recente sul Corriere della Sera. Il governo Meloni è partito col proposito di riequilibrare il rapporto tra politica e giustizia – un obiettivo che Violante condivide, come ripete al Sussidiario –, ma poi la riforma è andata in un’altra direzione, non coerente con gli obiettivi dichiarati.


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La riforma – ci spiega oggi Violante – “regala alle procure della Repubblica una forma di totale autogoverno”, creando “una ‘casta’ dei pm che si autogovernano e si autopromuovono, non hanno vincoli gerarchici, né altre forme di indirizzo, si avvalgono dell’obbligatorietà dell’azione penale per avviare qualunque indagine”. Proprio quando si voleva spoliticizzare la magistratura o almeno una sua parte.


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Secondo l’ex presidente della Camera, servirà una riforma della riforma per evitare sviluppi peggiorativi.

Presidente, lei ha scritto sul Corriere che non siamo davanti ad una riforma che introduce la separazione delle carriere. Non si può ritenere invece che proprio la divisione del Csm separi finalmente i due corpi, magistratura requirente e giudicante?

Ho detto che le carriere non sono separate perché resta un unico concorso ed un’unica progressione professionale e retributiva. Ho aggiunto che la separazione delle funzioni non è una novità, perché è stata introdotta dalla legge Cartabia. La riforma introduce un Csm ad hoc per i pubblici ministeri, in questo modo regala alle procure della Repubblica una forma di totale autogoverno. Oggi nel Csm i pm sono solo 4 e i giudici sono 20; domani ci saranno solo pm.


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Cosa comporta questo squilibrio?

A mio avviso non è un fatto positivo, perché si danno alle procure troppi poteri senza controllo, si regala l’autogoverno, mancano vincoli gerarchici. Quella del Pm è una funzione particolarmente delicata per la reputazione e la libertà dei cittadini.

“Troppi poteri senza controllo”. Dunque si andrebbe nella direzione di un corpo ancor più separato. L’obiettivo della riforma non è quello di de-politicizzare il corpo della magistratura?

L’obiettivo della riforma è stabilire un equilibrio tra potere politico e potere giudiziario. Ed è un obiettivo che io condivido. Ma c’è stata un’eterogenesi dei fini, cioè si è raggiunto il risultato opposto, perché si va a creare una “casta” dei pm che si autogovernano e si autopromuovono, non hanno vincoli gerarchici, né altre forme di indirizzo, si avvalgono dell’obbligatorietà dell’azione penale per avviare qualunque indagine. Io non sono contro i pm, naturalmente; la maggior parte dei 29 magistrati uccisi erano pm. Ma se la politica consegna ad un ceto professionale un grande potere, prima o dopo quel ceto quel potere lo esercita.

Ma allora qual è il vero intento della riforma?

L’aula del Senato (Ansa)

L’ho detto: il riequilibrio tra politica e giustizia. Ma per ragioni che mi sfuggono, hanno squilibrato ulteriormente la situazione attuale.

C’è una parte della magistratura che da almeno trent’anni ha una relazione impropria con la politica. Come doveva essere l’intervento riformatore?

Oggi la relazione impropria non è con la politica; la reazione impropria è con i mezzi di comunicazione. Occorrerebbe separare le carriere dei giornalisti dalle carriere dei pm.

Cosa pensa dell’Alta corte disciplinare?

L’Alta Corte vale tanto per i pm quanto per i giudici; nell’Alta Corte, quindi, cessa la separazione. Molto dipenderà poi dalle norme di attuazione della riforma.

“La separazione” ha detto Gratteri “è il primo step di un percorso che vedrà come successivo la sottoposizione del pm all’esecutivo. Sarà il governo a stabilire quali reati perseguire e a quali condizioni dando le direttive al Pm”. Condivide?

Dovunque c’è la separazione delle carriere – si pensi a Spagna, Portogallo, Francia, Germania – è previsto il controllo politico e la discrezionalità dell’azione penale. In nessun Paese al mondo esiste un sistema come quello proposto da questa riforma. Credo che, dopo le prime applicazioni, se si verificheranno distorsioni come io temo, bisognerà pensare ad una ragionevole riforma della riforma ed evitare il controllo politico.

Le risulta che ci siano pm che indagano a favore del sospettato, proprio perché non devono tutelare interessi di parte? È sempre Gratteri a dirlo. 

Qualcuno lo farà certamente. Ma non mi pare sia la prassi prevalente.

In che modo si impediscono i futuri “casi Palamara”, ammesso che non ve ne siano di analoghi, attualmente in corso, che ancora non conosciamo?

Palamara è stato radiato dall’ordine giudiziario e sei componenti del Csm si sono dimessi. La vicenda è stata gravissima, ma si è reagito con fermezza. Quanto ad oggi, non mi sembra ci siano le condizioni per questi intrecci di interessi.

Lei dunque è per il No. Un’ultima domanda: secondo lei che cosa ha pregiudicato la corretta impostazione del problema giustizia nel ddl costituzionale approvato dalla maggioranza?

Credo che sarebbe stato meglio accogliere qualche saggia proposta di modifica avanzata da studiosi competenti ed esperti. Si è temuto invece che se si fosse modificato qualcosa, sarebbe stata messa a rischio l’intera riforma. Non mi pare sia stata una scelta saggia.

(Federico Ferraù)

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Tags: Luciano ViolanteGoverno MeloniGiorgia Meloni

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