Renato Farina “Infarto? Ho pensato di morire”/ “I medici mi avevano avvertito ma…”

- Silvana Palazzo

Renato Farina ha avuto un infarto: “Ho pensato di morire”, racconta l’editorialista di Libero e ilSussidiario.net. “I medici mi avevano avvertito”, nei giorni scorsi il malore

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Renato Farina (Foto: LaPresse)

Pensava ad un torcicollo anomalo, invece era un infarto. Tanta paura per Renato Farina, editorialista di Libero ed e ilSussidiario.net. Un sabato d’agosto è finito in ospedale per un malore, che racconta a Libero con il sollievo di chi sa di aver superato il peggio, ma pure la consapevolezza di dover stare attento alle proprie condizioni di salute. I medici infatti lo avevano avvertito. «Mangiare ogni volta come se fosse l’ultima scorpacciata, a letto mai, diabete, ipertensione, obesità, precedenti in famiglia: il ritratto di un condannato a morte». Poi ha sentito una mano afferrarlo dietro la spalla sinistra, scendere fino alla mano e risalire fino al petto fino a premere forte. «Ho pensato: ci siamo». Ma poi ha provato a resistere. «Ho pensato a qualche riga di testamento su whatsapp». Renato Farina descrive ogni momento, anche quello in cui la moglie Vanda lo ha convinto ad andare in ospedale, anche se lui non credeva che quello fosse davvero un infarto.

RENATO FARINA “INFARTO? HO PENSATO DI MORIRE”

Renato Farina si è recato all’ospedale della sua cittadina, Desio (Monza e Brianza). Lì lo hanno sottoposto subito agli esami. «Muoio dal freddo (l’infarto fa venire freddo). Come se osservassi dall’aldilà constato che il Covid è stato una scopa», scrive su Libero. L’epidemia di coronavirus ha, infatti, spazzato via la solita ressa che si trova al pronto soccorso. È la cardiologa poi a confermargli che aveva avuto un infarto. «Mi parla, mi chiede di descrivere il dolore. È una bestia che mi attraversa con la lingua in fiamme il petto. Non resisto». Ma resiste, del resto l’alternativa è tremenda. «Ma com’ è strana la vicinanza alla morte. In questa occasione, giusto ieri, sento un fuoco nel petto, un’oppressione che non ce la faccio proprio. Penso: meglio morire, ma basta». Invece resiste ancora e si rende conto del piccolo mondo che quell’ospedale. «Che razza di splendore è la sanità lombarda. (..) Che magnifiche persone gli infermieri e le infermiere, quanta pazienza».

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