Renato Pozzetto/ “Paolo Villaggio un amico vero, io e Cochi eravamo poverissimi”

- Davide Giancristofaro Alberti

Renato Pozzetto riceverà il Nastro d’Argento per il suo ruolo drammatico in “Lei mi parla ancora”: “Quando mi chiamò Pupi Avati pensavo ad un errore…”

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Renato Pozzetto (Da noi a ruota libera, 2021)

Il grandissimo Renato Pozzetto ha ricevuto il Nastro d’Argento speciale, premio che verrà consegnato il prossimo mese di giugno, per la sua interpretazione nel film di Pupi Avati “Lei mi parla ancora”, pellicola dal tratta dal libro autobiografico scritto a 93 anni da Giuseppe Sgarbi. Una recitazione insolita per l’attore meneghino, che per la prima volta si è trovato ad interpretare un ruolo drammatico: “Un mattino Pupi Avati mi ha telefonato – racconta Renato Pozzetto intervistato dai microfoni de Il Resto del Carlino – ho una parte per te in un film, mi dice. Penso ‘Ma non si sarà sbagliato?’. Leggo il copione quel pomeriggio stesso. Lo rileggo la sera. Lo rileggo ancora la notte, perchè mi emoziona da morire. Il mattino dopo gli dico di sì”.

Un ruolo drammatico che non rappresenta comunque un vero e proprio inedito per Pozzetto: “Non ho mai sentito il genere comico come una gabbia. Già a vent’anni, portai nel cabaret il racconto di un militare della guerra del ’15-’18. La gente rideva, fino al momento in cui raccontavo di un soldato colpito a morte. La gente si bloccava. Io capii che, volendo, potevo anche raccontare storie drammatiche“. Pozzetto è legato artisticamente a Cochi Ponzoni, e insieme hanno formato il mitico duo Cochi e Renato: “Al contrario di quanto dice Wikipedia io sono nato a Milano. Finimmo a Laveno, un paesino sul lago Maggiore, nel 1942, per via dei bombardamenti. E lì incontrai Cochi Ponzoni. Siamo cresciuti insieme”. Quando erano poco più che maggiorenni i due hanno iniziato a frequentare Milano: “Eravamo poverissimi. C’era una cantina dove, con un bicchiere di vino, si poteva stare tutto il giorno. Appoggiata al muro c’era una chitarra e il permesso di suonarla. Cantavamo canzoni di libertà, di lavoro, di anarchia, incuriosimmo degli artisti: Pietro Manzoni e Lucio Fontana. E poi, piano, piano, tanti altri”.

RENATO POZZETTO FRA GRANDI INCONTRI E GLI AMICI: “VILLAGGIO…”

E il capoluogo lombardo fu teatro di grandi incontri: “Jannacci, Fo e Gaber? Tutti lì, al Cab ’64 e poi al Derby. Gaber si mise persino a insegnare la chitarre a me e a Cochi, evidentemente molto scarsi. Enzo Jannacci ci raggiungeva tardi, dopo il turno in ospedale. Dario Fo ci invitava a fare le vacanze con lui a Cesenatico. Momenti irripetibili”. Due invece i colleghi che ricorda con maggiore affetto: “Paolo Villaggio. Un amico vero, uno dei pochi. Mi invitata nella sua casa a Bonifacio, in Corsica: andavamo in barca insieme. E Tonino Guerra, il poeta amico di Fellini: mi portava a mangiare le tagliatelle a Sant’Arcangelo di Romagna”.

Pozzetto parla anche degli anni delle tratte Roma-Milano e dei primi guadagni: “Ogni venerdì dal set a Roma correvo a prendere l’aereo per Milano. La domenica correvo in centrale per prendere il treno di notte Milano-Roma ed essere sul set il lunedì mattina. Per anni ho fatto così. Con i primi guadagni feci ciò che fanno tutti i poveri, ho comprato una casa per i miei genitori a Laveno e sono andato a trovarli lì per anni”. La conclusione è dedicata all’amico da una vita: “Con Cochi ci conosciamo da quando avevamo due anni: quando andiamo in macchina parliamo dei ricordi di una vita. E quando si apre il sipario scopriamo che, per fortuna, la gente ci vuole ancora bene”.

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