RIALZI MATERIE PRIME/ Deaglio: ecco i veri rischi per la ripresa e il Recovery fund

- int. Mario Deaglio

Se proseguirà, il rialzo delle materie prime potrebbe avere conseguenze negative per la ripresa e i piani di transizione energetica dell’Europa

mascherine e No Mask
Lapresse

Per cercare di limitare gli effetti dell’aumento dei prezzi delle materie prime sulle proprie aziende, la Cina ha deciso di rende disponibili 50.000 tonnellate di alluminio facenti parte delle sue riserve nazionali, vincolandone l’offerta all’uso effettivo e immediato per la produzione.

Un segnale importante che porta a chiedersi se il perdurare dell’aumento delle quotazioni delle commodities possa determinare una frenata della ripresa dell’Europa e dell’Italia. «Sicuramente se dovesse continuare con questi ritmi inciderebbe molto, moltissimo sulla ripresa e potrebbe persino azzerarla», spiega Mario Deaglio, Professore emerito di Economia internazionale all’Università di Torino.

Questo al di là di quello che potrebbe essere l’intervento delle Banche centrali per frenare un eventuale rialzo dell’inflazione?

Sì. Esiste proprio un problema fisico di mancanza di alcune materie prime. I casi più acuti riguardano i materiali per l’edilizia e i componenti elettronici delle auto. Fortunatamente, per quanto riguarda l’agricoltura, sembrerebbe che per quest’anno il pericolo per i raccolti sia scampato. Ci sono però alcuni Paesi produttori in cui vige il divieto di esportazione. E questo alla lunga potrebbe essere un problema.

Ha citato settori che in questo momento stanno andando bene (edilizia) o che sono stati molto importanti per la nostra industria negli anni recenti (automotive).

È così. Il fatto è che nessuno aveva chiara la mappa mondiale delle catene del valore. Sappiamo dai dati sulle importazioni e le esportazioni che la Cina è diventata il primo scambista internazionale del mondo, ma solo da poco abbiamo scoperto che la stragrande maggioranza dei chip per le auto arriva da un’azienda di Taiwan, che pare abbia avuto dei problemi produttivi che ora sta rallentando le fabbriche di auto in tutto il mondo. Per quanto riguarda l’edilizia, sembra esserci un problema relativo al legname: o non si trova o lo si può acquistare a prezzi molto più elevati rispetto a due-tre mesi fa. Se siamo davanti a un fenomeno passeggero le conseguenze non saranno gravi.

È possibile capire se il fenomeno è transitorio o meno?

In questo momento non abbiamo strumenti per capirlo, occorre aspettare. Credo che nell’arco di 5-6 settimane si avrà un quadro più chiaro. Per quanto riguarda il legname, si possono ipotizzare anche dei provvedimenti emergenziali che consentano di aumentare l’offerta, per esempio consentendo il taglio di più alberi. Se la carenza dei componenti elettronici dovesse persistere, invece, la situazione sarebbe diversa, perché per ampliare l’offerta occorre costruire nuovi stabilimenti, magari in Europa. E i tempi perché un investimento di questo genere vada a pieno regime sono lunghi, ci possono volere anche due-tre anni.

Quali possono essere le conseguenze del persistere di una carenza di offerte di materie prime o di un continuo rialzo del loro prezzo?

Le conseguenze possono essere ritardi nella produzione di determinati beni e l’aumento di molti prezzi. Non voglio essere pessimista e mi auguro pertanto non si arrivi alla stagflazione, cioè a uno scenario in cui c’è una produzione che non riesce a ripartire e rimane stagnante e una contemporanea crescita dell’inflazione. È una situazione che abbiamo già visto in passato e che ha portato anche al blocco dei prezzi di alcuni beni ritenuti di prima necessità da parte del Governo.

Ci sono rimedi di altro tipo?

C’è ben poco che si possa fare d’altro. Certamente mettere in moto dei sistemi per aumentare la disponibilità di alcune materie prime o di alcuni prodotti. Questo potrebbe voler dire anche dover ritardare gli obiettivi green che ci si è dati, con tutto quel che ne consegue per il Recovery fund.

L’Europa rischia di pagare un costo che non aveva preventivato per la transizione energetica?

Sì. Bisogna anche aver chiaro che avere energia verde implica cambiare le proprie abitudini di consumo. Inoltre, si parla tanto di incentivare l’energia verde, ma bisognerebbe incentivare l’uso verde dell’energia.

In che modo?

Per esempio, bisognerebbe investire in macchinari e impianti che assorbono meno energia per la stessa quantità di prodotto. Un po’ com’è successo con le lampadine, che ora grazie ai led consumano molto meno di quelle tradizionali, bisogna fare in modo che le macchine sulle linee di produzione richiedano meno energia senza che ciò influisca sulla quantità di output. Vorrei aggiungere una cosa importante a proposito dei consumi energetici.

Prego.

C’è un consumo anomalo di energia elettrica dovuto anche al mining di alcune criptovalute. Questo iper consumo dovrebbe essere tenuto sotto controllo, magari ponendo delle limitazioni.

(Lorenzo Torrisi)

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA