RIALZO MATERIE PRIME/ Campiglio: quel 1973 che l’Italia non deve più ripetere

- int. Luigi Campiglio

Il rialzo di molte materie prime può avere effetti negativi sulla ripresa se cominciano a essere praticati rincari eccessivi lungo la catena distributiva

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Immagine di repertorio (LaPresse)

I dati sul fatturato industriale di aprile diffusi martedì dall’Istat parlano di un ritorno ai livelli pre-Covid: un segnale incoraggiante sulla ripresa del nostro Paese. Tuttavia, come segnala il Presidente di Unindustria Rieti Alessandro Di Venanzio in un’intervista al Messaggero, “da dicembre si è iniziato a parlare di quello che oggi è diventato un vero problema. Le materie prime servono a tutti i comparti industriali e non solo. Stiamo riscontrando aumenti eccessivi e, come se non bastasse, siamo di fronte a una mancanza di materia prima frutto forse di un eccessivo consumo da parte di Paesi predominanti.

Ne risente il settore industriale, ma anche quello edilizio. Infatti, tutti i settori non possono oggi garantire preventivi elaborati a tempo e non hanno date certe per l’arrivo delle stesse materie prime”. C’è il rischio che la ripresa venga azzoppata o rallentata dal rincaro delle materie prime? «Fino a questo momento – spiega Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano – la spinta verso l’alto dei prezzi delle materie prime è stata “inflazione buona”, dovuta anche al forte rimbalzo dell’economia Usa e di quella cinese, che insieme rappresentano il 40% del Pil mondiale. C’è comunque il pericolo che i rialzi vadano oltre una certa soglia: non a caso la Cina è intervenuta per raffreddare i prezzi, perché con un calo della domanda globale rischia di rimetterci».

Il rimbalzo dell’economia italiana nei mesi scorsi è stato reso possibile anche dal settore delle costruzioni. Potrebbero esserci contraccolpi negativi dai rincari delle materie prime?

Non dobbiamo dimenticare che nel caso delle abitazioni, metà del loro prezzo è dovuto a quello del terreno. Detto questo è chiaro che sul costo vivo delle costruzioni incidono anche le materie prime, che però in questo momento stanno vivendo anche un rallentamento del loro rialzo. Il vero problema è se si determina una profezia che si autoavvera, alimentando la speculazione, o se nasce una spinta nelle catene delle forniture e della distribuzione ad applicare rincari eccessivi con la scusa del rialzo delle materie prime di cui si sente sempre più parlare. 

È un pericolo reale?

Per esperienza personale posso dire di aver visto da un rivenditore il prezzo di una matita raddoppiato rispetto a quello praticato dal produttore. Se accade questo per una matita, non si può escludere che per altri prodotti si approfitti della situazione per applicare ricarichi esagerati. Spesso si parla di giusto salario, mentre in questo caso bisognerebbe occuparsi del giusto profitto, perché se comincia a prevalere l’idea che il ritorno alla normalità sia anche recuperare in un sol colpo quello che non si è guadagnato in un anno intero, allora avremo un danno generalizzato.

Perché?

Perché nel momento in cui i salari, per chi un lavoro ce l’ha ancora, sono piatti ovunque, il rischio è che diminuisca il potere d’acquisto. E in una fase in cui occorre far ripartire la domanda interna, che ha fortemente patito gli effetti della pandemia, ciò taglierebbe o azzopperebbe le possibilità di ripresa.

Una materia prima che continua a salire senza rallentare è il petrolio

E purtroppo ciò riporta alla mente ricordi non piacevoli. Mi riferisco alla crisi petrolifera del ’73. Da lì in poi il miracolo economico italiano si è a poco a poco sbriciolato. C’è stato il tentativo di risollevare l’economia col debito ed è lì che ha cominciato a crescere quel fardello che oggi ci portiamo ancora dietro. Speriamo che la storia non si ripeta.

Rischiamo di pagare un prezzo salato al rincaro delle materie prime, anche energetiche, per via delle politiche green che nell’Ue si è deciso di adottare?

Per rispondere a questa domanda trovo utile riprendere un passaggio della Relazione della Banca d’Italia sull’economia del nostro Paese relativa al 1973. A pagina 124 si legge: “In Italia l’incremento medio annuo della domanda interna di energia dal 1955 al 1972 ha raggiunto l’8,7 per cento; la quota coperta dal petrolio è passata dal 38 al 76 per cento. Senza un’indu­stria carbonifera nazionale da tutelare, senza grossi costi di riconver­sione degli impianti dato che l’economia italiana iniziava allora la fase di decollo, il minor costo ed il maggior rendimento del petrolio hanno permesso all’economia italiana di trarre il massimo vantaggio immediato dall’energia a basso prezzo. D’altro canto però, quei fattori hanno indotto a trascurare le esigenze di lungo periodo e, in particolare, una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti, cosicché l’economia italiana si trova ora esposta in modo grave alle conseguenze della crisi energetica”. 

Cosa ci dice questa analisi di quasi 50 anni fa rispetto alla situazione attuale?

Da allora, in questo mezzo secolo, cosa si è fatto per migliorare la tenuta energetica del nostro Paese? Mi sento di rispondere molto molto poco. Se non abbiamo una politica energetica efficace, a a risentirne non è solo l’ambiente. Credo quindi che questa sia un’occasione, pensando anche al Recovery fund, perché, anche in presenza di aumenti ingiustificati, il nostro Paese non perda il treno per diventare più robusto sul piano energetico.

I rincari delle materie prime, se scaricati eccessivamente sui costi dei prodotti e dei servizi, rischiano di ampliare le disuguaglianze che, come ci hanno mostrato gli ultimi dati sulla povertà, sono già aumentate durante la pandemia?

Purtroppo l’aumento delle disuguaglianze persiste da quando sono state adottate le politiche di austerità del 2011-12. La pandemia ha dato una botta ulteriore. Il mio timore è che tale incremento possa essere il canarino nella miniera circa il pericolo di disordini sociali: il disagio può essere assorbito fino a un certo punto, poi rischia di esplodere in altre forme.

La soluzione al problema è quella di aumentare i sussidi?

No, la vera soluzione passa dal lavoro, e, aggiungo, giustamente retribuito. Per valutare la forza di un Paese non grande come il nostro spesso si guarda al reddito pro capite, ma in realtà occorre vedere anche la sua distribuzione. Se la disuguaglianza è alta significa che c’è qualcosa che non va e che con certi squilibri c’è il rischio di scivolare e farsi male.

(Lorenzo Torrisi)

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