RIAPERTURA SCUOLE/ “La caduta da un palazzo di 50 piani che si poteva evitare”

- Giuseppe Bertagna

La riapertura delle scuole non funzionerà e il motivo è scritto nelle sciagurate decisioni ministeriali assunte in febbraio. Il Covid non è servito

Scuola Armadietti Covid Lapresse1280 640x300
Lapresse

Chiedo scusa a chi legge per le autocitazioni. Mi pare, tuttavia, aiutino a chiarire la posta in gioco. Il 28 marzo, intervenendo su questo giornale, speravo ancora, forse romanticamente, alla Hölderlin, che il pericolo salvasse. Che potesse aiutare, cioè, a sprigionare il meglio creativo e imprenditoriale della classe dirigente del nostro paese per costruire una  scuola capace di prendere atto dei vincoli posti dal disastro virus e capire che tutto non poteva più continuare come prima.

Per questo avanzavo proposte concrete e fattibili che, per quanto inedite, mi parevano andassero in questa direzione. A sei mesi di distanza registro non che “nulla tornerà come prima”, ma semplicemente che “tutto sarà peggio di prima”. Il perché è presto detto, mutuato da Einstein: non si possono risolvere i problemi che abbiamo con la stessa logica e le stesse procedure che li hanno prodotti.

Il 24 aprile sempre su questo giornale uscì un altro mio intervento che la redazione titolò “Il coronavirus ha cambiato tutto, perché resistere al nuovo?” E sottotitolò così: “Il Miur sta sbagliando la ripartenza. Occorre una vera scholé estiva. Prevale invece ancora l’impostazione corporativa, già condannata dal coronavirus”.

Il 26 giugno un terzo intervento che sempre la redazione titolò “Scuola, caos linee guida/ Tutti i perché di un fallimento che si poteva evitare” e sottotitolò con queste parole: “È saltata la conferenza Stato-Regioni sulle Linee guida per la riapertura delle scuole a settembre. Ma l’impianto è destinato a fallire, ecco perché”.

Facile profeta. Il primo a nemmeno considerare le già timide proposte innovative contenute nelle Linee guida per una ripartenza delle scuole elaborate dalla commissione ministeriale presieduta da Patrizio Bianchi è stato lo stesso ministero che pure l’aveva nominata.

Oggi, al di  là della giaculatorie di rito, credo che la situazione sia plasticamente ben resa dalle famose parole della voce narrante del nero Hubert, che insieme all’ebreo Vinz (interpretato da un memorabile Vincent Cassel) e al maghrebino Said, sono i protagonisti del film L’odio (La Haine), del 1995, scritto e diretto da Mathieu Kassovitz, vincitore del Premio per la miglior regia di Cannes. Storia di tre amici della banlieue parigina risucchiati, come il cane di Goya, nel gorgo delle più buie viscere ctoniche. “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: ‘Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene’. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”. Ecco, appunto, l’atterraggio. Alcune questioni che lo riguardano, osservando quanto accade e il livello delle discussioni che si sono accese.  

1. Si sapeva da febbraio, e proprio per decisioni assunte dallo stesso ministro, che quest’anno sarebbe stato l’annus horribilis per il valzer dei supplenti e delle ore buche. Come se non fossero bastate le misure sanitarie a mitragliare gli orari e la durata delle lezioni, il ministero ha infatti autorizzato a febbraio: a) i trasferimenti di oltre 100mila docenti; b) le assegnazioni provvisorie per altre migliaia e migliaia di insegnanti; c) l’aspettativa senza stipendio per chi, immesso in ruolo al Nord, ritenga per lui più conveniente economicamente chiedere di essere nominato supplente annuale in una scuola vicina a casa del Centro-Sud; d) lo svolgimento di concorsi riservati e ordinari per 600mila candidati che richiederanno la costituzione di migliaia e migliaia di commissioni di valutazione composte da dirigenti e docenti che dovranno accoppiare questo loro impegno con il già delicatissimo e problematico ordinario servizio. In più si aggiunga l’annosa questione dei docenti di sostegno: quelli specializzati non ci sono e quelli che c’erano lo scorso anno, pur non specializzati, saranno tutti sostituiti in questi giorni e ancora di più nei prossimi mesi. Con tanto di rispetto per i disabili e la scuola inclusiva.

È disarmante osservare che i responsabili di quest’annus horribilis si difendano, e vengano pure difesi, con l’argomento che, in fondo, poco più poco meno, è così da decenni, anzi pressappoco da 50 anni. Disarmante perché l’emergenza Covid doveva servire come leva proprio per risolvere, o almeno contrastare, non aggravare questa situazione. Invece l’anno prossimo non sarà diverso. E così ancora per quanti anni? Certo, con oltre la metà dei quasi 900mila docenti totali che incontrerà per la prima volta colleghi e, soprattutto, studenti e famiglie di cui non conoscono né la storia e né i problemi di apprendimento accumulati l’anno precedente, la più volte ribadita promessa di procedere, da settembre, ai recuperi degli apprendimenti persi per la prolungata chiusura delle scuole diventa solo un’allucinazione amministrativa che aumenterà invece di diminuire il disagio e le disuguaglianze tra gli studenti, già per conto loro a livelli non tollerabili in una democrazia matura.

2. Si sapeva da decenni, grazie a una voluminosa e ormai consolidata letteratura teorica, empirica e sperimentale, che il problema della qualità degli apprendimenti, da noi purtroppo sempre minore a mano a mano che passano gli anni, non dipende tanto dall’abbassamento del numero degli alunni per classe: da 30 a 20 o da 25 a 15. Le lezioni tradizionali d’aula, anzi, se preparate bene e ben condotte poi nei toni, nelle successioni logiche, nelle suggestioni narrative, con gli strumenti multimediali richiesti dagli argomenti trattati possono tollerare perfino numeri maggiori. Il problema non sono le lezioni d’aula, ma pensare che la scuola si possa ridurre a queste. E quindi non promuova a sistema i piani di studio personalizzati in piccoli gruppi affidati ad un docente-tutor che dosi per ciascuno l’alternanza opportuna tra attività in aula e di laboratori per gruppi piccoli con caratteristiche metodologiche e didattiche molto diverse da quelle d’aula. Abbiamo invece discusso per mesi solo di classi pollaio (quando, in realtà, secondo l’Ocse, nel 2018, l’Italia aveva il più basso numero di presenze per classe sia nel primo che nel secondo ciclo, numero ora ancor più diminuito grazie al potenziamento degli organici degli ultimi due anni parallelo fra l’altro ad una ulteriore diminuzione del numero complessivo degli studenti). Senza riconoscere che il vero problema non era diminuire il numero degli alunni per classe, ma avere aule spaziose per gruppi-classe, aule laboratorio di vario genere per gruppi più piccoli di studenti e aule-uffici per incontri diretti e personalizzati tra docente tutor e studenti da accompagnare nella costruzione dei loro piani di studio.

In questi mesi, invece, pur di avere aule nelle sedi, si sono sacrificate spesso sale professori, mense, palestre, corridoi, spazi liberi, aule da disegno, laboratori di musica, di cinema, teatro. In più siamo riusciti nell’impresa di impostare perfino la didattica a distanza come se si trattasse dell’estensione della didattica d’aula in presenza. Con quella trovata di metà classe, a turno, in aula e a distanza. Un disastro pedagogico e metodologico didattico che peserà come un macigno perfino se d’incanto avessimo domani la scuola più digitalizzata e tecnologica del mondo.

3. Abbiamo discusso di banchi monoposto e a rotelle in questi mesi. Come fosse questo il problema della scuola. Mai si è portata però l’attenzione sul fatto che non possiamo più permetterci il lusso di avere un sistema di istruzione e formazione che, adesso, registra il successo soltanto per il 25% dei giovani che vi entrano a tre anni d’età. Si tratta della percentuale di giovani che, frequentando 13 anni di studio pre universitario e poi l’università, raggiungono le lauree e pare siano statisticamente soddisfatti delle scelte fatte, tutto sommato desiderosi di una crescita umana, culturale e professionale autonoma, attrezzati delle competenze critiche necessarie per migliorarsi, perfino sfidati da un entusiasmo inventivo e imprenditoriale. Anche se è davvero preoccupante scoprire che il 44% di questo nostro 25% di giovani di successo scolastico-accademico non riesce a distinguere tra apparenza e realtà e non solo non sa affatto discriminare, ma addirittura non sa nemmeno come procedere per riuscire a farlo, le informazioni scientifiche affidabili dalle bufale (fake news) o dalle opinioni comuni.

Ma del restante 75% che ne facciamo? Li sviliamo, li demotiviamo, li lasciamo a se stessi, li facciamo sentire in colpa se non si trovano bene nella scuola che c’è, li condanniamo per principio ad un lavoro che reputiamo senza possibile qualità educativa, culturale e professionale? Se, come sostiene, affidabili dati alla mano, molta documentata sociologia e statistica degli ultimi 50 anni, questa percentuale del 25% di giovani bravi a scuola e con laurea esisterebbe comunque nel 100% di ogni nuova generazione perché la causa sostanziale dei  risultati che i “meritevoli” ottengono andrebbe ascritta, in prevalenza, alle condizioni della famiglia e dell’ambiente socio-economico-culturale di provenienza, i responsabili delle politcs e delle policies nazionali sull’istruzione e sulla formazione dovrebbero mostrarsi molto più preoccupati di quanto mostrino, purtroppo peraltro soltanto a parole, di essere. Ne va del futuro di una nazione che non può più tollerare un dissipazione così impressionante delle eccellenze e dei talenti di ciascuno.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA