RICORSO AL TAR SULLA ZONA ROSSA/ “Rt, gli errori che danno ragione alla Lombardia”

- int. Stefano Terna

L’Rt è calcolato con un ritardo di 2-3 settimane. Dal 6 gennaio scende: oggi l’indice in tempo reale è a 0,8, un livello che rende possibile delle aperture

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Letizia Moratti, vicepresidente della Lombardia e assessore al Welfare, con il presidente della regione, Attilio Fontana (LaPresse)

Ieri la Lombardia ha effettuato 37.713 tamponi scovando 2.243 casi positivi, la Campania ha eseguito 15.473 test, trovando 1.215 nuovi contagiati. Confrontando la popolazione delle due regioni (Lombardia 9,98 milioni di abitanti, Campania, 5,96), risulta che il rapporto Casi positivi/Tamponi sia rispettivamente pari a 5,95% e a 7,85%, il rapporto Tamponi/popolazione sia 0,38% per la Lombardia e 0,26% per la Campania, mentre il rapporto Casi positivi/Popolazione sia per entrambe lo 0,02%. Risultato? Lombardia in zona rossa e Campania in zona gialla. Non a caso la regione guidata da Attilio Fontana ha fatto ricorso al Tar contestando la colorazione assegnata dal governo. Ricorso la cui discussione, dopo l’audizione di ieri, è stata aggiornata a lunedì prossimo, perché nel frattempo il giudice ha deciso di acquisire ulteriori dati epidemiologici. Ma la domanda resta: la Lombardia ha le sue ragioni a mettere in dubbio la decisione del governo di inserirla in zona rossa? “Sì” è la risposta decisa di Stefano Terna, co-fondatore e amministratore delegato di TomorrowData, società specializzata nello sviluppo e nell’implementazione di algoritmi di Intelligenza artificiale.

In un suo intervento su Mondo Economico lei ha scritto che la Lombardia ha le sue valide ragioni. Perché?

La Lombardia ha qualche ragione nell’impugnare il fatto che l’indice Rt è calcolato sistematicamente con tre settimane di ritardo, eppure viene utilizzato per prendere le decisioni come se fosse quello attuale. E questo non vale solo per la Lombardia.

Tra l’altro, l’utilizzo dell’indice Rt è da più parti fortemente contestato. Dove sta il suo pregio?

L’indice Rt è un parametro numerico che misura la cosiddetta riproducibilità del virus. Sostanzialmente ci dice per ogni infetto al tempo t quanti nuovi infetti vengono generati in quello stesso tempo. È un numero fondamentale per capire quanto si sta propagando l’epidemia, molto diverso dal dato dell’incidenza, che invece ha a che fare con il rapporto tra nuovi positivi e totale degli abitanti di una determinata area. Sapendo l’Rt di oggi e sapendo quanti sono gli infetti di oggi, possiamo stimare quanti saranno gli infetti di domani e, a valle, stimare quale sarà la pressione su ospedali e terapie intensive.  

Perché l’indice Rt è strutturalmente in ritardo?

Perché il metodo di calcolo si attiene strettamente a quello ufficiale di letteratura, che prevede si basi sulla conoscenza dei casi positivi per data di inizio sintomi. È una precisazione importante, all’origine di tutta la questione.

Perché?

Da quando una persona viene contagiata passa un po’ di tempo prima che manifesti i sintomi; poi passa ancora un po’ di tempo prima che venga diagnosticata dal medico; infine, dalla diagnosi a quando quel caso viene conteggiato nei numeri comunicati ogni giorno può passare ulteriore tempo. Quindi, il calcolo dell’Rt si fa partendo dalla data di inizio sintomi, visto che l’indice deve misurare la trasmissibilità.

Cosa succede in concreto?

Che il sistema di raccolta dei dati è lento e farraginoso, in parte per motivi fisiologici – la pressione, assolutamente comprensibile, sugli operatori sanitari che devono raccoglierli, controllarli, digitalizzarli e caricarli nelle applicazioni o trasmetterli in via cartacea per poi ricontrollarli – e in parte per un’inefficienza delle dotazioni informatiche, che oggi potrebbero essere, a costi contenuti, messe a disposizione.

Vista la trafila, non c’è il rischio di incappare in qualche errore?

Abbiamo esempi clamorosi. Nella maschera in cui l’operatore deve inserire il nuovo caso, viene visualizzata la tendina per specificare se è “sintomatico” o “asintomatico”. Di default la tendina è sulla voce “asintomatico”, per cui, se ci si dimentica di cambiare questo valore, il dato parte errato. Infatti sono stati raccolti più di 150mila casi, classificati come asintomatici, che clamorosamente posseggono una data di inizio sintomi. Non è possibile e non è un errore minimo.

In conclusione?

Da quando il soggetto viene contagiato a quando il sistema sanitario e l’Iss lo vengono a sapere e ne sono certi passano tra le due e le tre settimane. Ecco perché non viene calcolato con una rapidità maggiore.

Ostacolo insormontabile?

No. Noi su Mondo Economico pubblichiamo dal 26 novembre un calcolo dell’indice Rt aggiornato quotidianamente in tempo reale. E come si può facilmente notare l’andamento del nostro valore è assolutamente coerente con il calcolo effettuato dall’Iss con 14-21 giorni di ritardo.

Come è possibile?

Da un lato, con un’approssimazione che cede un po’ di precisione alla rapidità di intervento: invece di utilizzare la data di inizio sintomi, si utilizza la data di notifica. Dall’altro, applicando il di Tikhonov per togliere il rumore di segnali e serie temporali, ricaviamo istantaneamente un dato pulito.

Perché sarebbe utile avere un Rt in tempo reale?

Per poter prendere decisioni il più possibile coerenti con il quadro epidemiologico attuale. Pare che da qui in avanti la colorazione delle regioni prenderà il ritmo di aggiornamento settimanale, sempre meglio che a due-tre settimane o un mese. Pur non essendo possibile per la popolazione gestire un aggiornamento giornaliero dei colori, più si riesce a stare sul tempo reale più è possibile utilizzare meccanismi e interventi di rilascio e freno che sull’economia consentirebbero di non chiudere con lockdown a 360°, come quello varato la scorsa primavera.

In base ai suoi dati giornalieri, a che punto è adesso l’evoluzione dell’epidemia?

Il calcolo nazionale, dal 6 gennaio, è stabilmente sotto 1, all’interno di un intervallo di confidenza strettissimo. Nella peggiore delle ipotesi, anche in Lombardia, siamo a 0,8, un valore comparabile a quando eravamo il 1° luglio o il 2 dicembre. Osserviamo una discesa che non si arresta e siamo a un livello tale per cui ci possiamo permettere delle aperture. Tenga conto che a inizio epidemia, a marzo dell’anno scorso, l’Rt aveva raggiunto un valore di 3 e a metà ottobre abbiamo toccato l’ultimo massimo a 1,75.

E nel periodo delle festività natalizie?

Dal 26 dicembre all’Epifania si nota una sorta di “panettone”: l’indice Rt è salito al picco di quasi 1,2 e poi si è fermato. Poteva andare peggio, è vero. Ma è la conferma che l’indice Rt reagisce in modo istantaneo rispetto alle variazioni di comportamento e che le misure in “stile Monopoli”, alternando i colori nei diversi giorni, sono sostanzialmente state inutili.

L’indice Rt ha troppo rilievo rispetto agli altri indicatori?

Secondo me no. Il fatto che arrivi in ritardo produce decisioni tardive, ma che venga utilizzato in modo più pesato rispetto ad altri indicatori è corretto, perché l’incidenza, un numero che rende comparabili tra regioni i totali dei casi positivi, dipende sempre dai tamponi eseguiti. E poi l’Rt è molto poco suscettibile alle variazioni di misura, cioè se ieri ho fatto molti più tamponi di oggi, l’indice Rt gestisce bene questa variazione.

Lei ha posto anche “il problema che calcolare un intervallo di confidenza su un periodo di 14 giorni significa mescolare incertezza e trend”. Perché?

L’esempio più clamoroso riguarda il dato del 28 ottobre, pubblicato l’11 novembre. In questo caso il valore di Rt era 1,43 e l’intervallo di confidenza che andava da 1,08 e 1,81, numeri del tutto inutili, perché a 1,08 una regione è in zona gialla, perché il trend dei contagi è in pratica costante, e a 1,81 non basta neanche la rossa, visto che sono vicino al raddoppio quotidiano del livello di pandemia. Invece l’intervallo di confidenza non è ampio perché c’è tanta incertezza, ma perché nella settimana prima e dopo stava scendendo precipitosamente. Avrebbero potuto comunicare al governo e ai cittadini che stava scendendo ad una velocità di circa 0,4 a settimana, con un intervallo di confidenza 95% inferiore a 0,1 e non con una forchetta di 0,73.

Nell’atto di impugnazione dell’ultimo Dpcm, Regione Lombardia scrive che non è “minimamente intellegibile il criterio di ponderazione tra i 21 indicatori” individuati da Governo, ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità. Offrono davvero la possibilità di tracciare una fotografia precisa di come si sta muovendo l’epidemia?

Penso che 21 siano troppi. Certo, avessimo un algoritmo che, prendendo in input questi numeri, ci dicesse il colore della zona domani, più questi sono e meglio sarebbe. Ma sapendo che questi 21 indicatori vengono poi vagliati da decisori umani, e quindi soggetti a interpretazioni con bias che dipende da chi sta soppesando il dato, propenderei per una loro riduzione.

Da un anno a questa parte la contabilità dell’epidemia di Covid lascia un po’ delusi e perplessi gli esperti per carenza di trasparenza, attendibilità e tempestività dei dati. Che cosa bisognerebbe fare per migliorare la qualità dei numeri?

Due strade. La prima: bisogna intervenire sul processo di raccolta e trasmissione dei dati. Nel 2021 e con la tecnologia oggi disponibile è assolutamente incomprensibile come dal momento in cui un medico diagnostica un nuovo caso quel numero ci metta due settimane o tre a diventare utilizzabile per i calcoli epidemiologici. Un’inefficienza intollerabile: basterebbe dare a ciascun medico una paginetta web più semplice della home page di Google, con un campo in cui scrivere una data e poi schiacciare il tasto “Invio”. In un secondo momento si possono poi raccogliere tutti i dati sensibili.

E la seconda?

Utilizzare la scienza a disposizione, destinandovi un po’ di risorse, per far sì che i dati siano utilizzati al meglio, con maggiore efficienza. Perché, per esempio, il metodo di calcolo dell’Rt pubblicato dall’Iss continua staticamente a essere esattamente lo stesso di un anno fa?

(Marco Biscella)

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