RIFKIN’S FESTIVAL/ Il “viaggio” di Woody Allen con un riscatto finale

- Emanuele Rauco

Il nuovo film di Woody Allen, che potrebbe anche essere l’ultimo, è un viaggio senile, dimesso, verso l’accettazione della morte

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Una scena del film

C’è una scena che aiuta a inquadrare meglio e forse comprendere Rifkin’s Festival, il nuovo film di Woody Allen: il protagonista sta accompagnando a casa una dottoressa di cui si sta innamorando. In casa, la donna trova il marito pittore a letto con un’altra. La discussione che nasce è molto simile, anche nella scenografia e nei colori, a quella di Vicky Cristina Barcelona, ma ne sembra la versione degradata, con attori meno affascinanti, dialoghi meno brillanti. E poi, stavolta, il punto di vista è statico, è quello del protagonista, la camera è fissa a seguire il litigio come fa lui.

Durante tutto il film, Mort (Wallace Shawn) ha sognato o fantasticato delle cose che gli stavano succedendo attraverso la rilettura parodistica dei suoi film preferiti, da Quarto potere a L’angelo sterminatore: e se anche quel litigio facesse parte della serie dei suoi sogni cinefili a occhi aperti? La domanda sembra legittima soprattutto perché fedele alla semplice morale del film: la vita è meglio di qualsiasi film. Ecco che allora il film, più che rancido, stantio, mal riuscito si rivela per ciò che è: un viaggio senile, dimesso, verso l’accettazione della morte.

Questo viaggio è a San Sebastián, città basca dove si svolge uno dei principali festival di cinema europei: Mort, anziano professore con fallite ambizioni letterarie, accompagna al festival la moglie (Gina Gershon), addetto stampa al seguito di un affascinante regista (Louis Garrel) con cui forse ha una tresca. Un presunto malore porterà Mort dalla dottoressa Jo (Elena Anaya), di cui, come detto finirà per innamorarsi lungo le strade della città, ma il viaggio non sarà per forza a lieto fine.

Rifkin’s Festival potrebbe essere l’ultimo film di Woody Allen, visti i suoi problemi con gli Usa a seguito dei rigurgiti del caso con Mia Farrow e visto che l’età – 86 anni – non aiuta la necessità a viaggiare di continuo verso l’Europa dove è più facile per lui trovare finanziamenti. Ovviamente speriamo di no, ma così fosse, questo sarebbe un film assolutamente coerente, perché va nella direzione opposta rispetto a Stardust Memories, che dell’Autore (volutamente e auto-ironicamente con la maiuscola) raccontava l’inizio: se quello rifletteva sul cinema attraverso la vita, questo fa il contrario, riflette sulla vita e sul percorso del protagonista attraverso i film che vede e che ama: “Ho avuto modo di guardare la mia vita”, dice nel finale.

Da una parte, c’è il gioco cinefilo che permette a Vittorio Storaro (direttore della fotografia) di passare dal caldo colore della costa basca a diversi e raffinati tipi di bianco e nero, di rileggere Welles, Fellini, Bergman e Buñuel, dall’altra però c’è la consapevolezza di come i film siano una consolazione più che un affidabile metro per misurare la propria vita, possono aiutare a capirsi meglio, ma non aiutano a prendere le decisioni giuste. È un quartetto amoroso in esterni, come lo era il precedente Un giorno di pioggia a New York, e di quello ne è lo specchio maturo: se in quello le strade dei personaggi divergevano per cominciare nuove vite, qui invece segnano la fine, o perlomeno la riconciliazione con l’idea che tutto sta per finire. Non adesso, come dice Christoph Waltz nei panni della Morte (da Il settimo sigillo di Bergman), ma presto e tanto vale fare i conti con sé stessi.

Quando Mort, e Allen con lui, capiscono questo, il film raggiunge un momento di grazia registica ed emotiva fino ad allora assente: l’ultimo dialogo telefonico tra l’uomo e Jo, che riscatta un film in cui le necessità turistiche della produzione, un’ispirazione che cerca di esaltarsi tra stereotipi e cliché e una certa stanchezza – pur se prevista dal film – rischiavano di renderlo un fallimento. È un film poco ispirato forse, lontano dalla felicità intima di alcuni dei suoi ultimi film, specie quelli illuminati da Storaro, ma in cui risuona la sincerità di un possibile commiato. E questo non può che rendercelo caro.

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