RIFORMA AMMORTIZZATORI SOCIALI/ I rischi nascosti nel piano di Orlando

- Natale Forlani

Il ministro del Lavoro Orlando conferma l’imminente presentazione della proposta di riforma degli ammortizzatori sociali

andrea orlando
Andrea Orlando (Lapresse)

Il ministro del Lavoro Orlando conferma l’imminente presentazione della proposta di riforma degli ammortizzatori sociali che dovrebbe, nelle intenzioni, prefigurare le condizioni per la fuoriuscita dalla fase degli interventi emergenziali e favorire il ritorno della gestione ordinaria delle organizzazioni produttive e del mercato del lavoro.

Al di là delle assicurazioni formali sono ancora molte le incognite che accompagnano la stesura del provvedimento, a partire dalla necessità di trovare ulteriori 10 miliardi di euro per coprire il fabbisogno finanziario stimato per avviare il nuovo sistema nel 2022. Soprattutto non è affatto chiaro il contributo che potrebbe offrire l’ulteriore estensione dei sostegni al reddito, che a detta dei proponenti costituisce l’obiettivo primario della riforma, e la capacità di assecondare con il rafforzamento delle politiche attive per il lavoro il ricollocamento lavorativo dei beneficiari dei sostegni sulla base dei nuovi fabbisogni delle imprese.

Il proposito, ribadito dal ministro del Lavoro, di fare una riforma degli ammortizzatori sociali sulla base delle criticità emerse nel corso della emergenza Covid, che ha motivato un inedito aumento dei sostegni al reddito integralmente a carico dello Stato per rimediare le conseguenze della riduzione delle attività causate dai fermi amministrativi, è del tutto fuorviante. In tutti i Paesi europei l’emergenza Covid è stata gestita con strumenti straordinari, ma senza blocchi dei licenziamenti per un lungo periodo e con il proposito di ripristinare il prima possibile quelli ordinari. Infatti, buona parte dei problemi e delle contraddizioni che ci troviamo a gestire sono la conseguenza del blocco dei licenziamenti prolungato e dell’esigenza di prolungare ulteriormente i sostegni al reddito per gestire socialmente la bolla dei potenziali esuberi accumulati nelle imprese nel corso di 14 mesi. 

Semmai il fabbisogno di intervenire con una nuova riforma dei sostegni al reddito avrebbe richiesto un’accurata analisi dell’eventuale fallimento di quella precedente, approvata dal Parlamento nel 2014 su proposta del Governo Renzi. Un tema che viene accuratamente trascurato dal ministero del Lavoro attualmente guidato da un esponente di primo piano della componente politica che aveva caldeggiato la citata riforma. 

Nemmeno è dato sapere quali saranno le conseguenze della riforma sul reddito di cittadinanza, assunto nel 2019 anche come lo strumento guida delle nuove politiche del lavoro, e miseramente fallito per lo scopo come recentemente confermato dal Presidente dell’Inps Pasquale Tridico, ispiratore a suo tempo del provvedimento e della promessa di creare un milione di nuovi posti di lavoro.

Dalle indiscrezioni che provengono dalle bozze elaborate dagli esperti del ministero del Lavoro, oggetto di ripetuti incontri con le parti sociali, l’obiettivo di generalizzare l’usufrutto dei sostegni al reddito per tutte le tipologie di aziende, dipendenti, collaboratori, autonomi, si sostanzia nell’ ampliamento delle prestazioni differenziate per le varie categorie citate, e già considerate nella riforma attuata con due decreti delegati nel corso del 2015. 

Per lo scopo, dovrebbe essere prevista l’estensione dell’utilizzo delle casse integrazioni anche alle aziende con meno di 5 dipendenti per far fronte alle riduzioni temporali di attività, o a particolari crisi settoriali o territoriali, per un massimo di 12 mesi nell’arco 5 anni, estesa a 24 mesi nel quinquennio per i settori industriali, e a 30 mesi per le costruzioni e il settore lapideo per via dell’esposizione agli eventi meteorologici.

Verrebbe allargata alle piccole imprese la possibilità di utilizzare la cassa integrazione con la forma dei contratti di solidarietà, e con la riduzione provvisoria degli orari di lavoro per gruppi di lavoratori, e allargata quella di sottoscrivere i contratti di espansione, che prevedono misure di accompagnamento alla pensione anticipata su base volontaria per i lavoratori anziani che maturano l’età pensionabile nei 5 anni seguenti, per le aziende di tutti i settori con almeno 50 dipendenti.

Si prevedono novità anche per l’importo minimo mensile dei sostegni al reddito (1.200 euro), per l’allungamento del periodo di usufrutto dell’indennità di disoccupazione per i lavoratori dipendenti (Naspi) fino a 24 mesi, eliminando il vincolo di poterne beneficiare avendo lavorato almeno 30 giorni nel corso dell’ultimo anno, e da 6 a 12 mesi per quelle dei collaboratori (Dis-coll). Per tutte queste indennità dovrebbe essere attenuata la graduale riduzione degli importi attualmente prevista a partire dal quarto mese di usufrutto.

Per i lavoratori autonomi le ipotesi in campo sono più incerte. Quella più accreditata prevede l’estensione del contributo per le perdite di fatturato oltre il 50% rispetto al triennio precedente, con un massimale di 850 euro mensili e di sei mensilità, introdotto in via sperimentale per i lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata (Iscro).

Il rafforzamento delle condizionalità, intese come vincoli per i beneficiari per la partecipazione ai programmi di politica attiva del lavoro e per l’accettazione delle nuove offerte di lavoro congrue, viene sempre ribadito, ma rinviato alla definizione del nuovo Programma nazionale per la rioccupazione Gol (Garanzia occupabilità lavoratori).

Le proposte in campo lasciano ancora indefiniti molti aspetti rilevanti della riforma, e alcune criticità non risolte. Innanzitutto non si comprende che fine faranno i fondi di solidarietà bilaterali promossi dalle parti sociali, a partire da quello intercategoriale (Fis), che sono stati costituiti presso l’Inps, ovvero gestiti in presa diretta dai datori di lavoro e dai sindacati, per i settori dell’ artigianato e della somministrazione di manodopera. La necessità di semplificare la loro attività e i requisiti di accesso alle prestazioni è necessaria, ma il loro ruolo potrebbe essere decisivo per collegare l’erogazione dei sostegni al reddito con le politiche attive. Su questo tema il silenzio è assoluto anche da parte delle associazioni datoriali e sindacali.

Un silenzio potrebbe essere motivato dal fatto che l’onerosità del nuovo sistema, soprattutto per i settori non coperti dai fondi per le casse integrazioni ordinarie, richiederebbe un aumento delle contribuzioni a carico delle imprese, dei lavoratori dipendenti e di quelli autonomi, che manifestano un consenso per le nuove prestazioni, a condizione che sia lo Stato e i contribuenti a farsene carico.

Il modello che viene prospettato, nonostante l’estensione formale delle casse integrazioni, rimane funzionale e gestibile per le organizzazioni produttive consolidate. Mentre è di difficile gestione per le micro aziende, che rappresentano il 90% delle imprese, e per i settori caratterizzati da elevata mobilità e da quote consistenti di lavoro sommerso, dove l’utilizzo dei sostegni al reddito si predispone ad abusi difficilmente controllabili.

Un rischio destinato ad aumentare se si indebolisce il modello assicurativo basato sull’autofinanziamento delle prestazioni, per mettere in carico alla fiscalità generale la riduzione dei requisiti di accesso alle prestazioni, l’aumento degli importi medi erogati e l’allungamento della durata dei benefici.

Un esempio della possibile deriva è rappresentato dai sostegni al reddito per i braccianti agricoli, esentati dalla riforma del 2014, laddove con il versamento di poche centinaia di euro, e un minimo di 51 giornate lavorate, si matura il diritto di usufruire dei sostegni al reddito per il resto dell’anno. Con l’esito di ritrovarci più braccianti iscritti all’Inps rispetto a quelli che lavorano effettivamente nei campi (e che in buona parte sono immigrati sottopagati).

Sul piano generale, la riforma si potrebbe giustificare per favorire una razionalizzazione del sistema vigente. Ma teorizzare l’ampliamento dei sussidi al reddito come condizione per far funzionare le politiche attive del lavoro equivale a progettare la costruzione di un edificio sulle sabbie mobili. Eppure, nonostante il fallimento delle politiche attive del lavoro del reddito di cittadinanza, e le difficoltà di reperire in molti settori e per diversi profili le risorse umane idonee a sostenere la ripresa delle attività, le energie finanziarie e mentali continuano a essere dedicate a consolidare i sussidi messi in campo per contrastare la pandemia.

Eppure quello che sta avvenendo nel mercato del lavoro – la necessità di far incontrare la domanda e offerta di lavoro regolare, anche tramite percorsi formativi ragionevoli e con la possibilità di aggiornare le competenze in ambito lavorativo, e di contrastare il lavoro sommerso – dovrebbe sollecitare la promozione dei servizi di orientamento e di incontro domanda offerta nei territori con il concorso delle istituzioni, delle parti sociali e dei servizi pubblici e privati autorizzati all’intermediazione, per offrire punti di riferimento alle imprese e alle persone che cercano lavoro.

Senza aspettare soluzioni miracolistiche promosse dallo Stato, e senza utilizzare l’alibi della debolezza delle politiche attive del lavoro per allargare le maglie dei provvedimenti assistenziali. 

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