RIFORMA FISCALE/ Come si può farla (per davvero) se la si affida alla burocrazia?

- Ciro Acampora

Nella Legge di bilancio si affida la riorganizzazione fiscale a una società partecipata dal Mef. Si vuole una riforma figlia della burocrazia?

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In Italia il primo tentativo di riforma fiscale è rintracciabile negli anni successivi all’Unità d’Italia avvenuta nel 1861 e si è concluso nel 1923 con la c.d. “Riforma Meda”. Il sistema fiscale italiano fu improntato su due diverse tipologie di imposte dirette: l’imposta fondiaria su terreni e fabbricati e l’imposta sulla ricchezza mobile sui redditi da capitale e da lavoro oltre che su molteplici imposte indirette, di competenza dagli enti locali dotati di ampia autonomia impositiva. Questa impostazione caratterizza ancora oggi il sistema tributario italiano nel quale sono presenti un mix di imposizione diretta ed indiretta e un dualismo tra fiscalità centralizzata e periferica.

Un successivo processo riformatore fu avviato a partire dal 1951 con la “riforma Vanoni” poi proseguito con la “riforma Tremelloni” che naufragò allorquando si manifestarono sperequazioni tra i contribuenti, disorganicità del sistema e moltiplicazione di tributi e addizionali. Nel 1971 la legge n. 825 introdusse i principi della successiva riforma che fu attuata “secondo i principi costituzionali del concorso di ognuno in ragione della propria capacità contributiva e della progressività”. Gli obiettivi dichiarati furono quello di perseguire una più equa distribuzione dell’onere tributario, una semplificazione del sistema tributario in modo da consentire, da un lato, al contribuente di rendersi pienamente conto dell’entità e dell’incidenza del prelievo fiscale e, dall’altro, al Governo di poter utilizzare il sistema impositivo a fini di politica economica.

Questo intervento nacque dalla collaborazione tra il Governo e un’apposita commissione parlamentare, composta da quindici deputati e da quindici senatori, nominati dai presidenti delle rispettive assemblee. La finalizzazione di questo percorso parlamentare confluì nell’emanazione di diciannove decreti che rappresentano l’impalcatura dell’attuale sistema fiscale.

Oggi ci troviamo in una situazione del tutto simile a quella in cui il nostro Paese si trovò negli anni Cinquanta: generica e confusa produzione normativa, frequenti fenomeni di doppia imposizione, aliquote eccessive e farraginosità nel funzionamento degli uffici dell’Amministrazione finanziaria. L’esigenza dell’Italia di entrare, entro i tempi previsti, nell’Unione europea ha imposto il riordino della finanza pubblica in dissesto attuata con la riforma tributaria del 1998, nota come “Riforma Visco” condivisa anche dai governi successivi fino al 2003. Fino a oggi, piuttosto che modificare strutturalmente il sistema dei tributi, si è proceduto a riorganizzare la materia fiscale, a semplificare i rapporti tra fisco e contribuente, nonché assicurare alla finanza statale quel maggior gettito necessario al rientro dell’enorme debito pubblico accumulato nei decenni passati. Novità importanti hanno invece riguardato la finanza locale con una ridefinizione dei tributi locali e l’effettuazione di tentativi – reiterati anche negli anni successivi- di ampliare l’autonomia finanziaria soprattutto regionale.

Oggi è sotto gli occhi di tutti che il sistema fiscale italiano è obsoleto perché non capace di aiutare le imprese a competere sul piano internazionale per la presenza anche in Europa di paradisi fiscali, Olanda e Irlanda, e incapace di colpire l’evasione fiscale che da anni viene misurata sempre in 100 miliardi annui. In questo contesto viene sbandierata e annunciata la riforma fiscale, ma non viene mai delineato il percorso che dovrà attuarla.

A cosa servono i tributi? A questa domanda si potrebbe rispondere che i tributi sono il fondamento della spesa pubblica. La politica fiscale è forse l’unica valida alternativa alla politica monetaria per raggiungere obiettivi di stabilizzazione e di rilancio dell’economia finalizzato a riequilibrare gli squilibri sociali, settoriali e territoriali. Il sistema tributario di un Paese, dunque, assolve a una funzione centrale: disegna la società che si vuole. La pandemia ha palesato forte l’esigenza di dare il via a una riforma fiscale che sia capace di farci superare la stagnazione drammatizzata dai lockdown e dalle conseguenze sociali che si determineranno. È quanto mai opportuno mettere mano a un riordino e a una semplificazione del sistema spesso scoordinato e senza una linea. Basti solo pensare alla miriade di Dpcm e decreti legge emanati in questo anno che non sono coordinati tra loro risultando spesso sovrapposti.

L’Agenzia delle Entrate ha più volte manifestato anch’essa l’esigenza di riordino e anzi in questi giorni pare aver preso in mano la situazione e avvalendosi di un’apposita norma introdotta nella bozza della legge di Bilancio ha proposto di affidare a una società partecipata dal Mef la riorganizzazione del sistema fiscale. La notizia è stata ripresa da Sergio Rizzo nei giorni scorsi il quale si è posto una domanda: “Un pezzo della riforma fiscale appaltata ai privati. Possibile?”. Ci viene da aggiungere: possibile che la prossima riforma fiscale sia figlia della burocrazia e non della politica? I temi dell’equità, della famiglia, della redistribuzione, ecc. possono essere delegati a funzionari dell’Amministrazione? È auspicabile invece una strada parlamentare allargata che sappia ascoltare i temi che i diversi attori della società manifesteranno con un occhio alle famiglie e alle nuove generazioni.



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