RIFORMA FISCALE/ Ecco perché l’Irpef alla tedesca non basta all’Italia

- int. Nicola Rossi

Il governo pensa a una riforma dell’Irpef senza aliquote fisse sul modello tedesco. Ma il sistema fiscale italiano ha bisogno di un intervento più organico

Gualtieri
Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia (LaPresse)

E’ bastato l’annuncio che il governo, ministro Gualtieri e Pd in testa, sta pensando a una riforma dell’Irpef senza aliquote fisse sul modello tedesco per riaccendere il fuoco delle divisioni, con M5s che storce la bocca e Italia Viva decisamente contraria all’ipotesi. L’Irpef alla tedesca prevede una no tax area fino a 9mila euro e poi quattro scaglioni ad aliquota variabile che aumenta in funzione del reddito e un algoritmo in grado di calcolare l’importo “personalizzato” delle proprie imposte. Può funzionare anche in Italia? O è meglio razionalizzare gli scaglioni di reddito? Basta intervenire sull’Irpef per realizzare una riforma fiscale? E un governo così litigioso è in grado di centrare l’obiettivo di un fisco più semplice ed equo? Ne abbiamo parlato con l’economista Nicola Rossi, esperto di temi fiscali.

Il governo pensa a una riforma fiscale sul modello tedesco: una maxi-aliquota flessibile che si adatta su misura per ogni singolo reddito attraverso il calcolo di un algoritmo. Funziona davvero così? E per l’Italia è una soluzione valida e praticabile o un sogno?

Sostanzialmente il modello tedesco è congegnato come lei ha sintetizzato. Si tratta di una funzione matematica che fa sì che le aliquote varino in maniera continua al variare del reddito. I tedeschi lo adottano da qualche decennio e da loro funziona abbastanza bene.

Qual è il suo pregio?

Elimina di fatto i salti nel passaggio da alcuni livelli di reddito ad altri che possono avere anche effetti disincentivanti.

In che senso?

Se scopro che la gran parte dell’euro in più che guadagno va allo Stato posso decidere di non guadagnarlo. Il passaggio a una soluzione continua è certamente condivisibile. Ed è condivisibile il fatto che si renda minimamente coerente il sistema fiscale con il supporto alla famiglia, perché oggi gran parte dei problemi del nostro sistema fiscale derivano proprio dal fatto che la coerenza tra il sostegno ai carichi famigliari e il sistema fiscale propriamente detto è in realtà molto labile.

Sul modello tedesco, dunque, non ha molto da obiettare?

Sì, ma bisogna stare un po’ attenti alle conseguenze.

Quali in particolare, visto che si dice che con il sistema tedesco è tutto più semplice?

Si dice che basterà impostare tutti i dati in un documento che verrà inviato dall’Agenzia delle entrate e un contribuente saprà immediatamente quanto deve pagare. Ma questo è vero anche oggi, ci sono app che permettono di calcolare esattamente l’importo da versare al fisco, dato un certo reddito, la composizione del nucleo famigliare e così via. Se questo è il vantaggio, la giustificazione è francamente un po’ risibile. Invece c’è un altro punto che considero rilevante.

Quale?

In linea di principio la funzione matematica sottesa al sistema tedesco consente che per redditi particolarmente elevati si possa arrivare ad aliquote anche del 100%, tanto che i tedeschi hanno dovuto fissare il limite del 45%.

Quale rischio vede per l’Italia?

Innanzitutto, è un segnale molto problematico per i contribuenti, perché noi diamo per scontato che la modalità con cui calcoliamo le imposte possa, in linea di principio, non conoscere limiti superiori. In più, l’intervento che si sta prefigurando è esclusivamente sull’Irpef.

Quindi?

Noi sostanzialmente applichiamo la modalità di definizione dell’imposta alla tedesca nel caso di redditi da lavoro dipendente, redditi da lavoro autonomo o redditi da pensione.

Restano cioè fuori tutti gli altri redditi?

Esatto. E i redditi da fabbricati? E i redditi derivanti dal possesso di attività finanziarie? Mi colpisce l’idea che tutta l’iniquità sia dovuta alla cosiddetta iniquità verticale: non trattiamo in maniera equa persone che fanno lo stesso lavoro ma hanno un reddito diverso. Per cui facciamo pagare troppo il ceto medio, facciamo pagare troppo poco i ricchi.

E invece?

Il problema principale da risolvere è l’equità orizzontale tra chi percepisce un reddito da lavoro e chi percepisce un reddito da fabbricati o attività finanziarie. E’ un problema che resta tutto sul tavolo. E’ il limite vero della discussione di questi giorni.

Come intervenire?

Per l’ennesima volta si confonde la riforma fiscale con la riforma dell’Irpef. Non funziona così. La riforma fiscale, quando è vera, comprende ogni parte del sistema. Anzi, i problemi principali, nel caso italiano, non riguardano solo l’Irpef, riguardano il rapporto tra imposte dirette e indirette o l’eccessivo numero delle imposte, alcune delle quali andrebbero eliminate. Insomma, andrebbe ripensato, come cinquant’anni fa, il sistema nella sua interezza, secondo una logica complessiva.

Il suo timore?

Penso che finiremo per fare un intervento relativo alla sola Irpef e come in passato, quando si agisce su una sola imposta, si finisce spesso e volentieri per approfondire i problemi del sistema e non per risolverli.

Ma lei pensa che questo governo sia attrezzato per condurre in porto almeno la riforma dell’Irpef alla tedesca?

Lei provi a comparare un dibattito parlamentare in cui si parla della possibilità di alzare o abbassare l’aliquota del secondo o del terzo o del quarto scaglione con un dibattito parlamentare in cui si ragiona sui parametri di una funzione quadratica, perché a gestire il prelievo nel sistema tedesco è proprio una funzione matematica quadratica. Lei ce lo vede l’attuale Parlamento discutere di questo?

A proposito di riforma dell’Irpef, resta in campo anche la riduzione delle aliquote da 5 a 4, se non addirittura a tre. E’ una soluzione più praticabile?

E’ una soluzione più classica.

Come si aiuta il ceto medio, colpito dalla lunga crisi e fiaccato anche dall’emergenza Covid, con un fisco più equo?

Questo è il problema di fondo e purtroppo il governo, come i precedenti, pensa che la redistribuzione si faccia con il fisco, sul quale invece non può essere scaricato l’intero onere. E’ una modalità un po’ primitiva di intendere la funzione redistributiva. Oggi la vera redistribuzione si fa con la spesa: il ceto medio si aiuta con i servizi, con una scuola che funziona, con università che funzionano, con una sanità che funziona. Non si può costringere il ceto medio a spendere per avere servizi più efficienti.

Resta poi da sciogliere l’annoso nodo del disboscamento delle tax expenditures. Se ne parla sempre, ma mai nessuno ci è riuscito…

Di riforme parliamo da 25 anni e siamo ancora alla casella di partenza e le tax expenditures sono un pezzo di quel capitolo, che aspetta anch’esso di essere scritto. Occorrerebbe una grande forza politica, che oggi non riesco a intravvedere, per affrontare questo tema.

Perché?

Le tax expenditures sono quello che sono perché nel tempo la politica ha interpretato il termine redistribuzione come sinonimo del termine ricompense clientelari. Oggi, per citare un esempio, levare anche solo il bonus palestre è difficile: i pochi che godono dell’incentivo protesterebbero. E d’altra parte chi del bonus palestre non gode non si rende conto che sta contribuendo anche lui al fatto che qualcuno va in palestra gratis.

Intanto nella manovra 2021 Gualtieri pensa di mettere sul tavolo 10 miliardi tra stabilizzazione del taglio del cuneo, assegno per i figli e decontribuzioni per le assunzioni al Sud. Bastano?

Se si pensa di finanziare l’assegno per i figli, che rientra nella voce assistenza, con il taglio delle tax expenditures, il risultato potrebbe essere anche di un aumento della pressione fiscale. Avremmo cioè un aumento di spesa a fronte di un aumento di gettito derivante dall’eliminazione di alcune agevolazioni fiscali. Non credo però che il governo voglia questo.

La riforma fiscale non entrerà nella Legge di bilancio, ma la sua introduzione avverrà attraverso una delega fiscale da approvare entro l’anno e decreti attuativi da chiudere nel 2021. E’ la strada giusta?

Sì, è del tutto ragionevole che si passi per una delega, perché una riforma incisiva del fisco richiede tempo, calma e molta riflessione.

Sulla riforma fiscale le posizioni della maggioranza restano distanti: l’ipotesi del modello tedesco, che piace a Gualtieri, Pd e LeU, incontra qualche perplessità nel M5s e un’opposizione netta in Italia Viva. Queste divisioni possono intralciare l’iter di avvio?

Vorrei segnalare che non si tratta di divergenze tecniche, ma politiche. Italia Viva, per esempio, chiede una riforma a tutto campo, mentre il Pd intende confinare la questione soprattutto sul tema dell’Irpef. Sono divergenze ragionevoli, non banali.

Un’ultima domanda: il presidente di Confindustria ha chiesto la tassazione diretta anche per i lavoratori dipendenti sollevando le imprese dall’onere di continuare a svolgere la funzione di sostituti d’imposta. Che ne pensa?

Sono totalmente d’accordo. Il fisco sta diventando oneroso non solo dal punto di vista del prelievo in senso stretto, ma anche per la quantità di oneri burocratici che scarica sulle imprese e sulle persone. La quantità di tempo che il fisco sottrae alle attività produttive sta arrivando a livelli inaccettabili. E il tempo è denaro…

(Marco Biscella)

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