RIFORMA FISCALE/ Tassa piatta e via Irap, le scelte da coordinare con la minimum tax

- Ciro Acampora

Le commissioni Finanze di Camera e Senato hanno trasmesso la loro proposta al Governo dando il via al percorso della riforma fiscale

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Sondaggi Politici 2018 (LaPresse)

Le commissioni Finanze di Camera e Senato hanno trasmesso la loro proposta al Governo dando il via al percorso della riforma fiscale. Desta sorpresa la conferma della tassa piatta per le partite Iva con ricavi o compensi fino a 65mila euro. Oltre a questa conferma sono stati proposti dei correttivi che prevedono il mantenimento della tassa piatta anche in caso di superamento del limite dei 65mila euro, per i due anni successivi, ponendo quale condizione che si dichiari un volume d’affari incrementato di almeno il 10% rispetto a quello dell’anno precedente.

Per questa nuova ipotesi è previsto un incremento dell’aliquota che passerebbe dal 15% al 20%. La conferma da più parti osteggiata nei mesi scorsi viene “giustificata” in quanto aiuterebbe a perseguire uno degli obiettivi della riforma fiscale. La tassa piatta, infatti, favorirebbe la crescita economica rimuovendo gli ostacoli alla crescita dimensionale delle attività economiche.

La proposta contiene anche un’ipotesi di superamento dell’Irap che per le piccole imprese verrebbe inglobata nell’Ires, risulta accantonata al momento la riforma del catasto e viene altresì proposto un ripensamento profondo della lotta all’evasione accantonando, si spera, definitivamente strumenti di ricostruzione presuntiva di redditi o ricavi come il redditometro, le indagini finanziarie sulle imprese o le società di comodo. C’è il rilancio dell’Imposta sul reddito dell’imprenditore, già tentata ma mai attuata.

A ben vedere questa costituisce l’unica vera novità in quanto la sua introduzione consentirebbe di realizzare davvero una riduzione della pressione fiscale favorendo la crescita dimensionale delle imprese auspicata nel Pnrr. La proposta di superamento dell’Irap, infatti, sembra seguire un copione già visto. Quando nacque quell’imposta, infatti, venne salutata come il superamento dell’Ilor. In realtà, quello che fu fatto fu solo un cambio di nome e nulla più. La dimostrazione sta nell’osservazione che l’aliquota Ilor era fissata al 16,2%, mentre la misura originaria dell’aliquota Irap era fissata al 4,25%. Il cambiamento fu solo di facciata senza sostanza: basti pensare, infatti, che nella stragrande maggioranza sarebbe facile osservare che le basi imponibili, dell’Ilor e dell’Irap, sono esattamente speculari alle aliquote, sicché il gettito è rimasto invariato penalizzando per un lungo periodo le aziende ad alta intensità di lavoro senza favorire una concreta modernizzazione delle aziende.

La proposta di riforma fiscale sembra, dunque, ancora timida. Con ogni probabilità andrebbe coordinata con una concreta introduzione della minum tax globale. È di queste ore il diffuso consenso ricevuto dagli Stati Uniti che hanno incassato il sostegno di molti Paesi del G20, Cina e India inclusi. Un’accelerazione della proposta di Biden agevolerebbe i Governi nazionali permettendogli di aumentare gli incassi, grazie alla minimum tax globale, e consentendogli di finanziare grandi piani di investimenti pubblici. Malgrado il nuovo passo in avanti non siamo ancora vicini all’introduzione della nuova imposta globale che porrebbe un freno al “turismo fiscale” indotto da Paesi, anche facenti parte dell’Unione europea, che continuano ad attirare aziende proponendo una detassazione degli investimenti.

In attesa che il puzzle della riforma trovi la sua forma appare opportuno rivolgere un appello concreto affinché il nuovo decreto sulle scadenze fiscali non sia solo l’ennesimo rinvio della data di pagamento. Allorquando, infatti, si smetterà di rinviare (vedasi cosa può accadere con la fine del blocco dei licenziamenti) c’è il rischio che lo scaduto non venga pagato perché le aziende ancora non hanno avuto il tempo di rafforzare la ripartenza. Un segnale che si rischia un cortocircuito c’è già. Il rinvio generalizzato, infatti, non riguarda l’obbligo di versare entro il prossimo 2 agosto le rate 2020 della pace fiscale (quattro della rottamazione-ter e due del saldo e stralcio). Si rischia in concreto che chi ha un piano di dilazione e non ha versato neanche una rata nel periodo di sospensione si troverà a dover recuperare addirittura 16 tranche. Un problema che ha come unico sbocco legislativo una modifica in grado di allungare i tempi di pagamento delle rate accumulatesi. Modifica che però comporta necessariamente delle coperture finanziarie da reperire. Non va trascurato poi che i prossimi pagamenti si combinano con la fine del divieto dell’obbligo di compensare (a favore del fisco) i rimborsi da erogare in presenza di debiti iscritti a ruolo.

Il “congelamento” sine die delle attività di notifica e di riscossione rischia anch’esso di determinare effetti devastanti. C’è il rischio concreto che i termini di accertamento si prolungheranno all’infinito lasciando le imprese in balia di accertamenti senza limiti temporali. Un segnale in questo senso c’è già guardando all’involontaria sinergia che si è creata tra Agenzia delle Entrate e Corte di Cassazione che di fatto ha considerato validi gli accertamenti su poste di bilancio riferibili a periodi non più accertabili o in violazione del principio della continuità dei bilanci.

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