Nel ddl costituzionale di riforma della giustizia c’è la separazione delle carriere, ma è soprattutto uno l’elemento di novità che fa arrabbiare molte toghe
Nella serata di ieri era già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il testo della legge sulla separazione delle carriere approvata a maggioranza dal Senato.
Se la riforma passerà, i magistrati dovranno scegliere fin dall’inizio della loro carriere se fare il pubblico ministero o il giudice e non potranno più cambiare idea. In realtà la riforma Cartabia aveva già limitato e di molto la possibilità di passare da giudicante ad inquirente e viceversa ed in effetti i casi in concreto verificatisi erano davvero pochi, ma con la riforma tale facoltà sarà esclusa del tutto.
Ma la nuova legge costituzionale scava anche un solco tra le due professioni, creando due Consigli superiori della magistratura (CSM), uno per i Pm e uno per i giudici. I due CSM sono organi importantissimi perché, a norma dell’art. 105 della Costituzione, si occupano delle assunzioni, delle assegnazioni, dei trasferimenti, delle valutazioni di professionalità e dei conferimenti delle funzioni dei magistrati.
Con la riforma non ci saranno più rischi di commistioni di interessi: giudici che nominano i capi delle procure e pubblici ministeri che nominano i presidenti dei tribunali e delle corti di appello.
Ma sarà soprattutto la regolarità della funzione giurisdizionale a guadagnarci. Il processo penale oggi è caratterizzato da un evidente squilibrio. Da una parte c’è la difesa, rappresentata dagli avvocati che sono iscritti al loro albo professionale. Dall’altra c’è l’accusa, rappresentata dai pubblici ministeri, che fanno parte dello stesso ordine professionale dei giudici, i soggetti terzi che devono decidere tra le ragioni della difesa e quelle dell’accusa.

È una distonia evidente che andava corretta. Con la riforma in approvazione Pm e giudici non saranno più colleghi. Gli uni non parteciperanno più agli avanzamenti carriera e alla valutazione di professionalità degli altri. E non potrà più accadere, nemmeno nei pochi casi ancora oggi rimasti, che il pubblico ministero con cui un giorno ti confronti (e scontri) in udienza, il giorno dopo lo ritrovi nei panni del giudice che decide il tuo processo.
Ma qual è l’aspetto della riforma che la magistratura meno digerisce? È il sorteggio dei componenti dei CSM. Fino ad oggi i consiglieri venivano eletti dai loro colleghi e risultavano vincitori solo coloro i quali erano proposti dalle correnti.
Dopo lo scandalo Palamara, che ha disvelato un sistema di spartizioni degli incarichi più prestigiosi, si è reso necessario individuare una nuova modalità di nomina dei componenti del CSM e si è scelto quella del sorteggio. Da una parte è certamente una soluzione non ottimale perché rischia di sacrificare le ambizioni dei magistrati migliori e più adatti a ricoprire incarichi delicati, ma dall’altra sembra essere l’unico metodo che consente di evitare l’egemonia delle correnti che tante disfunzioni ha causato negli ultimi anni.
Il Parlamento ha oggi concluso il suo lavoro. Da domani saranno i cittadini a decidere sull’approvazione della legge di riforma perché verranno chiamati a pronunciarsi nel referendum confermativo che si terrà verosimilmente in primavera. Saranno sei mesi di campagna elettorale serrata: da una parte i comitati per il Sì di avvocati e centrodestra favorevoli alla riforma, dall’altra i comitati per il No di magistrati e centrosinistra (con qualche defezione) contrari. Il buon senso e la logica vorrebbe che prevalessero i primi.
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