RIFORMA GIUSTIZIA/ La battaglia che indebolisce tutti prima del semestre bianco

- Gianluigi Da Rold

L’accordo raggiunto sulla riforma della giustizia, a differenza di quel che sembra, non accontenta davvero tutti nella maggioranza

Cdm Governo Draghi
Consiglio dei Ministri, Governo Draghi (LaPresse, 2021)

La riforma della giustizia di Marta Cartabia, raggiunta all’unanimità nel Governo sul filo di lana, secondo i cronisti e i commentatori delle vicende politiche italiane ha dato origine a un festival di dichiarazioni su cui ci si può sbizzarrire a piacimento. La prima sensazione è che abbiano “vinto tutti”, insomma che tutti i partiti della maggioranza d’emergenza guidata da Mario Draghi abbiano portato a casa qualche cosa. 

Il guardasigilli, Marta Cartabia, ha dichiarato subito dopo raggiunto l’accordo: “Ora giustizia celere, nessun processo andrà in fumo. Abbiamo apportato degli aggiustamenti, come annunciato la settimana scorsa con Draghi, alla luce del dibattito molto vivace sia da parte delle forze politiche che degli operatori e degli uffici giudiziari che saranno i primi a essere chiamati in causa alla grande sfida di implementare una riforma così significativa e innovativa nel nostro Paese”. In sintesi, un bel biglietto da visita al termine di una maratona palabratica.

Dal canto suo il principale avversario di dibattito, Giuseppe Conte, il nuovo “Hans Kelsen del Tavoliere”, è in parte soddisfatto per la resistenza dimostrata su alcuni punti, ma si dichiara rammaricato per l’opposizione della Lega sui processi di mafia. Sembrava, in questa battaglia governativa, impegnato soprattutto a guadagnarsi la nomina di leader del Movimento 5 Stelle, dimostrando tuttavia un certo livore mascherato nei confronti del leader che gli ha soffiato il posto a palazzo Chigi. Infine, la Lega, attraverso Matteo Salvini e Giulia Bongiorno, con una serie di acrobazie giuridiche e culturali, si è dichiarata soddisfatta della riforma. Tutto a posto quindi? Per favore non scherziamo.

Per spiegare al comune cittadino il fulcro della mediazione, e cioè che i tempi si sono allungati fino a sei anni in appello per i processi per i delitti con aggravante mafiosa, nella fase transitoria di entrata in vigore della muova prescrizione, fino al 2024, si deve quasi ricorrere a un cruciverba. La proposta è frutto di una mediazione del Pd, che avrebbe assorbito i dubbi del M5S sull’improcedibilità per l’articolo 416 bis 1 del codice penale, sull’aggravante mafiosa. Una deroga esplicita ci sarebbe nella fase transitoria, con la possibilità di termine fino a 5 anni a regime. E poi ovviamente il problema della prescrizione che è un “fatto superfluo” per i giustizialisti di ogni risma.

Quindi, a parte gli aspetti tecnici, si può dire che la “famosa riforma Bonafede” è andata in pensione, che Marta Cartabia e soprattutto Mario Draghi hanno raggiunto lo scopo di tentare una velocizzazione dei processi che l’Europa ci richiedeva, anche per gli aiuti finanziari promessi e stanziati a bilancio. Ma è certo che la riforma della giustizia che l’opinione pubblica italiana si aspettava è certamente di là da venire e che siamo solo all’inizio di una lunga battaglia che ci coinvolgerà per anni.

Se al momento ci sono dichiarazioni difformi, alcune sono veramente molto diverse: l’ex “guerrigliero” grillino Alessandro Di Battista ha detto che al posto di “mangiare 100 chili di emme, ne mangerà solo 80”, la stampa giustizialista vede una tenuta di Conte e ribadisce che la riforma Cartabia è una “schifezza”. Giancarlo Giorgetti parla invece di un pareggio, un uno a uno, ma con la vecchia regola del gol in trasferta e la fortuna che c’è sempre Draghi che conclude tutto” . Quindi è quello che segna il gol in trasferta.

Ma se questo era un passaggio necessario e utile, si può solo ripetere che è un fatto di cui l’opinione pubblica, frastornata dalla “guerra civile” che si sta svolgendo all’interno dell’ordinamento giudiziario, sarà appena sfiorata. 

Esiste ormai un problema di credibilità perduta da parte della magistratura e, si noti, bene, di quella parte dello Stato che aveva promesso circa trent’anni fa di riformare completamente la Repubblica e la sua classe dirigente. Il risultato di questi anni è che se la Repubblica aveva una magistratura con una credibilità che superava il 70 per cento, oggi quella credibilità è scesa al di sotto del 40 per cento. 

La sensazione percepibile è che la riforma Cartabia a questo punto non può incidere, su un problema tanto grave che riguarda gli ultimi scandali, la ribellione dell’intera magistratura di un palazzo di giustizia come quello milanese, tutte la questioni che riguardano l’invasione dei pubblici ministeri nei rapporti tra politica e giustizia, con annessi il caso del pm Paolo Storari, che coinvolge il procuratore Francesco Greco, il pm Fabio De Pasquale, il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, persino Piercamillo Davigo e la funzione con le decisioni del Consiglio superiore della magistratura che qualcuno vuole addirittura sciogliere. Le cronache di “palazzo” si limitano a parlare di due fatti distinti. Ma è difficile farlo credere ai cittadini.

In realtà la riforma Cartabia pare che abbia “riappacificato” il Governo di fronte alla “riforma Bonafede” e alla questione dei tempi della prescrizione. Ma tutto questo sembra un palliativo, una piccola aspirina rispetto alla “questione giustizia” che sta agitando tutto il Paese. A questo punto si potrebbe affermare che, in realtà, sulla riforma Cartabia si è ottenuto il minimo indispensabile ma che la questione giustizia è stata solamente sfiorata e il risultato vero, che si fa strada nell’opinione pubblica, è quello che “tutti hanno perso”.

Persino Mario Draghi, in questa circostanza, è apparso meno decisionista del solito, forse perché per la prima volta ha rischiato, dopo un logorante dibattito di non assicurare più l’unanimità sulla sua leadership e, entrando nel “semestre bianco”, abbia sentito il bisogno di un appoggio di Sergio Mattarella, che forse, questa volta, non è stato così esplicito come in passato.

Il problema è che, tra le acrobazie politiche e ideologiche o pseudo-ideologiche, che si accavalleranno in questo semestre, occorre che i problemi della giustizia non si incrocino con quelli della presidenza della Repubblica. Sarà necessaria la massima attenzione, anche perché dopo la raffica dei sondaggi, in autunno si comincia a votare sul serio in tante gradi città italiane e ci si avvicina sempre di più ai referendum. Guarda caso, proprio quelli sulla giustizia e su argomenti che possono diventare esplosivi di fronte a una mancata vera riforma complessiva.

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