RIFORMA PENSIONI/ Requisiti invariati nel 2023-24 anche se l’aspettativa di vita cala

- Lorenzo Torrisi

Riforma pensioni, l’aspettativa di vita è calata, ma i requisiti per l’accesso alla quiescenza restano invariati anche nel 2023-24

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ETÀ PENSIONABILE RESTA INVARIATA NEL 2023-24

Il Sole 24 Ore ricorda che sulla Gazzetta Ufficiale del 10 novembre è stato pubblicato il decreto ministeriale del 27 ottobre con il quale si lasciano invariati i requisiti pensionistici per il biennio 2023-24. In base all’aspettativa di vita si sarebbe dovuto in realtà procedere a un decremento di 3 mesi. “Tuttavia, per espressa previsione normativa, i requisiti non verranno adeguati al ribasso e restano confermati nella misura oggi vigente. Il valore negativo dovrebbe essere ‘scontato’ dai futuri adeguamenti”. Il quotidiano di Confindustria evidenzia che due anni fa si era registrato un aumento dell’aspettativa di poco inferiore al mese e per questo i requisiti erano stati lasciati invariati. Dunque si continuerà a potere accedere alla pensione di vecchiaia a 67 anni. Restano invariati anche i requisiti per la pensione anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi indipendentemente dall’età anagrafica per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne) che, sempre nel 2019, erano stati congelati fino al 2026.

LE PAROLE DI GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni, intervistata da Sky Tg24, ha detto di aver recentemente parlato con Mario Draghi anche di riforma delle pensioni. “Con Draghi ho parlato di pensioni. Prima di impattare sulle pensioni comuni è arrivato il momento di affrontare le questioni dei privilegi di un sistema pensionistico ingiusto, le pensioni d’oro, e le discriminazioni per artigiani e commercianti con il minimo contributivo”, ha detto la leader di Fratelli d’Italia secondo quanto riportato da Adnkronos. Intanto, come riporta libertasicilia.it, la Cisal nazionale, su proposta della Cisal Sicilia, ha avviato una raccolta firme “per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare che consenta a migliaia di lavoratori Asu e Lsu di avere una pensione dignitosa”. Questo perché “i servizi prestati dal 1996 a oggi non sono infatti riconosciuti come rapporto di impiego e i contributi figurativi non incidono sulle somme che verranno percepite: il risultato è che il riscatto di questi anni costerebbe migliaia di euro che i lavoratori non possono permettersi”.

INCONTRO GOVERNO-SINDACATI: OPZIONE TUTTI SUL TAVOLO

Secondo quanto riporta Il Corriere della Sera, nell’incontro coi sindacati in programma martedì prossimo in tema di riforma pensioni, il Governo potrebbe presentare “un’uscita dal lavoro a 62 anni con il sistema contributivo per tutti, abbandonando così il sistema misto di cui molti potrebbero ancora godere e soprattutto le varie ‘quote’, preferendo un ritorno alla Legge Fornero, ma con maggiore flessibilità, come ha confermato lo stesso Orlando qualche giorno fa”. Ovviamente, evidenzia il quotidiano milanese, i sindacati premono sulle loro richieste già presentate al precedente esecutivo, ma è molto difficile che quello attuale possa accoglierle appieno. Vedremo se si troverà un qualche punto di incontro tra le parti. Il Sole 24 Ore ricorda intanto che con la Legge di bilancio “il contratto di espansione viene confermato per il prossimo biennio ed esteso alle imprese con almeno 50 dipendenti”. Una misura per la quale sono stati stanziati 800 milioni di euro, con un limite di spesa di 80,4 milioni per il 2022, 219,6 milioni per il 2023, 264,2 milioni per il 2024, 173,6 milioni per il 2025 e 48,4 milioni per il 2026.

CALENDA: FAREMO BATTAGLIA MOLTO FORTE SULLE PENSIONI

Carlo Calenda, come riporta Adnkronos, durante la presentazione su Facebook di ‘Un programma per l’Italia. Per un lavoro più giusto, efficiente e produttivo’, ha parlato anche di riforma delle pensioni dicendo: “Faremo una battaglia molto forte sulle pensioni, non può più passare il principio che si spendono soldi sulle pensioni. Se i sindacati si mobiliteranno noi faremo una grande mobilitazione per i giovani. Non possiamo più andare avanti con questo sistema”. Un lettore della Stampa, invece, suggerisce una revisione del sistema previdenziale,“ma uscendo dagli schemi delle quote. Meglio sarebbe lasciare il vincolo a 67 anni, ma ridurre dai 63 anni le giornate lavorative settimanali, fino alla presenza di un solo giorno a settimana nell’ultimo anno. Questo decremento d’intensità della prestazione nell’ultimo quinquennio (Dip-5) avrebbe il vantaggio di rendere i pensionandi dei tutor dei nuovi assunti, con il tempo necessario per trasferire loro competenze in affiancamento; e nel contempo, assicurerebbe ai lavoratori maturi un ingresso morbido nella fase di cessazione lavorativa”.

RIFORMA PENSIONI, LA POSIZIONE DELLA CISAL

Come riporta Askanews, nel corso del Consiglio nazionale della Cisal che si è tenuto a Pomezia si è parlato principalmente di riforma delle pensioni. Secondo il sindacato autonomo, “per riformare il sistema previdenziale servono più risorse e soprattutto serve una vera riforma delle pensioni perché un ritorno alla legge Fornero non tutelerebbe i giovani, ancora in troppi esclusi dal mondo del lavoro. Basti pensare che dai livelli pre-pandemia mancano all’appello 700mila posti e quelli creati sono per lo più precari. Del resto anche il 60% di chi è entrato nel mondo del lavoro negli anni ’90, avrà una pensione inferiore alla soglia di povertà se non si rimette in discussione in maniera strutturale l’attuale sistema di calcolo previdenziale”.

LE PAROLE DI CAVALLARO

La Cisal, attraverso il suo Segretario generale Francesco Cavallaro, ha espresso anche un giudizio negativo sulla Legge di bilancio: “È una manovra che non ci soddisfa per una serie di motivazioni. Per noi non c’è una vera riforma pensionistica e tra non molto i pensionati saranno sempre più poveri. Non ci soddisfa perché si parla poco di lavoro e oggi in una nazione di lavoro in cui si ha fame di lavoro dopo tutto quello che è successo è assurdo non parlarne e non ci soddisfa perché non c’è una vera riforma del fisco perché senza una vera riforma del fisco sappiamo benissimo che i lavoratori saranno sempre penalizzati e per questo abbiamo espresso tutte le nostre perplessità”. Per la Cisal è importante procedere a “una modifica della riforma Dini, perché è da lì che sono iniziati i guai per i lavoratori”.

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